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Confutazione della dottrina delle A.D.I. ‘Chi prima di convertirsi conviveva deve regolarizzare la relazione con il partner non credente che acconsente, sposandosi’

25 giugno 2010

Confutazione della dottrina delle A.D.I. ‘Chi prima di convertirsi conviveva deve regolarizzare la relazione con il partner non credente che acconsente, sposandosi’

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Introduzione

Francesco Toppi, ex-presidente delle A.D.I., ha scritto: ‘Il nuovo convertito dovrà chiedere a Dio franchezza per dire al ‘partner’ inconvertito che non è più possibile convivere insieme, a meno che la loro relazione non sia regolarizzata dal matrimonio civile. (…) Egli ha una responsabilità morale nei confronti dell’altra parte, anche se non credente, e non può obbiettivamente ripudiarlo in quanto appartiene ad un periodo precedente alla sua conversione, sulla base di una superficiale forma di spiritualità che ancora una volta si esprime con una fuga dalle proprie responsabilità. Fare frutti degni del ravvedimento vuol dire, per quanto è possibile, riparare al male commesso e quindi, se la parte non credente accetta di regolarizzare la posizione, la parte credente deve concedere questa possibilità’. (Francesco Toppi, A Domanda risponde, Vol. II, Roma 2004, Seconda edizione, pag. 106, 107) Quindi, in base a questo insegnamento una persona che prima di convertirsi conviveva quando si converte deve sposare il suo partner non credente se quest’ultimo accetta o è disposto. Questa concessione che il credente deve fare al non credente farebbe parte dei frutti degni del ravvedimento che egli deve compiere. Ma tutto ciò è falso e lo dimostreremo subito.

Confutazione

La Scrittura dice: ‘Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; perchè qual comunanza v’è egli fra la giustizia e l’iniquità? O qual comunione fra la luce e le tenebre? E quale armonia fra Cristo e Beliar? O che v’è di comune tra il fedele e l’infedele? E quale accordo fra il tempio di Dio e gli idoli? Poiché noi siamo il tempio dell’Iddio vivente, come disse Iddio: Io abiterò in mezzo a loro e camminerò fra loro; e sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo. Perciò uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’immondo; ed io v’accoglierò e vi sarò per Padre e voi mi sarete per figliuoli e per figliuole, dice il Signore onnipotente” (2 Corinzi 6:14-18). Dinnanzi a queste eloquenti parole dell’apostolo Paolo cadono tutti i ragionamenti che vengono fatti per sostenere che un credente deve sposare il partner convivente incredulo se quest’ultimo acconsente.
Ma vediamo adesso di confutare le ragioni addotte a favore di questo comportamento che dovrebbe tenere il credente nei confronti del non credente.

1) Egli ha una responsabilità morale nei confronti del non credente.
Sì, egli ha una responsabilità verso di lui, ma non è quella addotta da Francesco Toppi. La sua responsabilità è quella di doversi separare subito da lui ed annunziargli subito Cristo e di esortarlo a ravvedersi. Se si converte egli può allora sposarsi il suo partner, ma se quest’ultimo non vuole convertirsi egli deve categoricamente rifiutarsi di sposarselo in ubbidienza alla Parola di Dio. Bisogna infatti sempre tenere presente che il non credente fino a quando non nasce di nuovo è sotto la potestà di Satana e quindi sposarselo significherebbe mettersi sotto un giogo che non è da Dio. Non importa se egli acconsente a continuare a vivere con lui regolarizzando la relazione; ciò che il credente farebbe sposandoselo non è secondo la volontà di Dio.

2) Egli così facendo fa frutti degni del ravvedimento.
Questo è falso. E’ vero il contrario invece perchè egli mettendosi con un non credente non farebbe un frutto degno del ravvedimento che Dio gli ha dato, ma commetterebbe un atto di infedeltà verso Dio. Ogni frutto degno del ravvedimento che un credente deve compiere verso un non credente è in armonia con la Scrittura e reca un bene al credente che lo compie. Ma in questo caso non si può proprio dire che il credente riceverà del bene dalla sua decisione di sposarsi il non credente perchè lo aspettano dolori ed afflizioni di ogni genere.

3) Ripudiare il partner non credente che è d’accordo a regolarizzare la relazione significherebbe fuggire dalle proprie responsabilità.
Questo è un sofisma. E’ vero, apparentemente ad alcuni sembrerà fuggire dalle proprie responsabilità, ma in realtà questa decisione è una decisione saggia fondata sulla Parola di Dio che non ammette eccezioni alla regola di non sposarsi dei non credenti. Ma perchè questa decisione appare una fuga dalle proprie responsabilità? Perchè i due convivono e quindi abitavano per conto loro come vivrebbero due persone sposate con le relative responsabilità. Perciò il convertito nel caso non vuole più continuare a vivere con il non credente passa per chi non vuole più assumersi le proprie responsabilità nei confronti dell’altro. Ma d’altronde egli non è mica sposato con il non credente per cui se quest’ultimo è contento di abitare con lui non deve lasciarlo secondo che è scritto: “Se un fratello ha una moglie non credente ed ella è contenta di abitare con lui, non la lasci; e la donna che ha un marito non credente, s’egli consente ad abitare con lei non lasci il marito…” (1 Corinzi 7:12-13). Per questo egli, nel caso il non credente voglia continuare ad abitare con lui, può lasciarlo perchè tra di loro non c’è il vincolo matrimoniale. La stessa cosa vale per chi è fidanzato e si converte; anche in questo caso egli non è affatto obbligato a sposarsi il partner non credente con cui è fidanzato.
Ma voglio proseguire nel confutare questa cosiddetta fuga dalle proprie responsabilità che il credente compirebbe se rifiutasse di sposare il partner non credente, parlando del caso un uomo si converte a Cristo e la sua convivente è una donna divorziata o che è stata mandata via dal proprio marito ancora vivente. Ora, in base alla suddetta dottrina il convertito, se la donna accetta di regolarizzare la posizione mediante il matrimonio, deve sposare questa donna. Ma se egli facesse ciò commetterebbe adulterio poiché Gesù ha detto: “Chiunque sposa una donna mandata via dal marito, commette adulterio” (Luca 16:18). Come si fa dunque a parlare di fuga dalle proprie responsabilità se il credente rifiuta di sposarsi la sua convivente che ha marito e che è d’accordo a sposarsi il credente? Come si fa a dire che un tale credente possiede una superficiale forma di spiritualità quando nel rifiutare di sposarsi una donna divorziata fuggirebbe l’adulterio? Come si fa a biasimarlo se nel prendere questa decisione egli non solo non si mette con una infedele, ma non si mette neppure con una infedele divorziata? E’ evidente dunque che il suddetto insegnamento è contrario alla Parola di Dio.

Fratelli, badate a voi stessi e non vi lasciate sedurre da vani ragionamenti.

Giacinto Butindaro

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