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Giustificato soltanto per fede

21 maggio 2011

Giustificato soltanto per fede

La storia di come Martin Lutero, un uomo usato da Dio a suo tempo per scuotere la chiesa cattolica romana e fare uscire da essa tante anime, giunse alla comprensione e sperimentò personalmente che si viene giustificati soltanto per la fede in Cristo Gesù senza le opere.

Lutero (1483-1546) era un monaco agostiniano che si studiava di seguire scrupolosamente le regole del suo ordine sottomettendo il suo corpo ad un duro regime di mortificazioni. Nel 1510 egli venne a Roma per sbrigare degli affari del suo ordine, e qui credeva di trovare un clero ed un popolo profondamente religiosi, invece vi trovò sacerdoti ignoranti che celebravano la messa rapidamente e senza alcuna devozione, e le donne che nei luoghi di culto della chiesa cattolica tenevano un contegno vergognoso. Visto ciò rimase indignato, disgustato e convinto del bisogno di una riforma in seno alla chiesa cattolica romana.

Dopo essere tornato in patria, tra il 1513 e il 1517 meditando le Scritture fu persuaso dal Signore che solo la fede in Cristo poteva giustificare l’uomo davanti a Dio, e nell’accettare questa verità si sentì rinascere. Ecco cosa scriverà in seguito Lutero su quella esperienza che cambierà il corso della sua vita: ‘Ero stato infiammato dal desiderio di intendere bene un vocabolo adoperato nella Epistola ai Romani, al capitolo primo, dove è detto: ‘La giustizia di Dio è rivelata nell’Evangelo’; poiché fino allora lo consideravo con terrore. Questa parola: ‘giustizia di Dio’ io la odiavo, perché la consuetudine e l’uso che ne fanno abitualmente tutti i dottori mi avevano insegnato ad intenderla filosoficamente. Intendevo la giustizia che essi chiamano formale o attiva, quella per la quale Dio è giusto e punisce i colpevoli. Nonostante l’irreprensibilità della mia vita di monaco, mi sentivo peccatore davanti a Dio; la mia coscienza era estremamente inquieta, e non avevo alcuna certezza che Dio fosse placato dalle mie opere soddisfattorie. Perciò non amavo quel Dio giusto e vendicatore, anzi, lo odiavo (…). Ero fuori di me, tanto era sconvolta la mia coscienza; e rimuginavo senza tregua quel passo di Paolo, desiderando ardentemente sapere quello che Paolo aveva voluto dire. Finalmente, Dio ebbe compassione di me. Mentre meditavo giorno e notte ed esaminavo la connessione di queste parole: ‘La giustizia di Dio è rivelata nell’Evangelo come è scritto: ‘Il giusto vivrà per fede’, incominciai a comprendere che la giustizia di Dio significa qui la giustizia che Dio dona, e per mezzo della quale il giusto vive, se ha fede. Il senso della frase è dunque questo: l’Evangelo ci rivela la giustizia di Dio, ma la giustizia passiva, per mezzo della quale Dio, nella sua misericordia, ci giustifica mediante la fede, come è scritto: ‘Il giusto vivrà per fede’. Subito mi sentii rinascere, e mi parve che si spalancassero per me le porte del paradiso. Da allora la Scrittura intera prese per me un significato nuovo (…). Quanto avevo odiato il termine: ‘giustizia di Dio’, altrettanto amavo ora, esaltavo quel dolcissimo vocabolo. Così quel passo di Paolo divenne per me la porta del paradiso’.

Lutero capì allora che tutti i suoi sforzi che aveva fatto da monaco per essere giustificato da Dio, cioè i digiuni, le preghiere, le veglie, erano stati inutili perché bastava solo la fede per ottenere la giustificazione. Ecco cosa dirà Lutero a tal proposito: ‘Io fui un buon monaco ed osservai la disciplina del mio ordine così rigorosamente da poter dire che, se mai un monaco avesse potuto andare in cielo per la sua disciplina monastica, quello ero io. Tutti i frati del monastero lo possono confermare (…) Tuttavia la mia coscienza non mi dava la certezza, anzi, dubitavo continuamente e mi dicevo. ‘Questo non l’hai fatto bene. Non eri abbastanza contrito. Quest’altro non l’hai confessato’. Quanto più mi sforzavo di guarire con tradizioni umane questa mia coscienza dubbiosa, incerta e turbata, tanto più la ritrovavo, giorno per giorno, più dubbiosa, più debole e più turbata’. Ed ancora: ‘Sono stato monaco per vent’anni e mi sono talmente mortificato con preghiere, digiuni, veglie, col non attribuire alcuna importanza all’inverno, al freddo, che da solo avrebbe potuto farmi morire; mi sono talmente torturato che per nulla al mondo vorrei ricominciare, quand’anche lo potessi. Se fossi rimasto in convento, per me sarebbe giunta ben presto la fine. Durante i quindici anni che sono stato monaco, mi stancavo a dir la messa tutti i giorni, mi sfinivo con i digiuni, le veglie, le preghiere e con altre pratiche estremamente penose. Dal mondo tutte queste pratiche esteriori degli ebrei, dei turchi, dei papisti sono osservate con la più grande serietà, ed anch’io sotto il papismo mi sarei ben guardato dal riderne o dal farne beffe. Ebbene, chi lo crederebbe? Tutto ciò è fatica sprecata… Chi avrebbe creduto che tutto questo era una perdita di tempo e che un giorno sarei giunto a dirmi: I miei vent’anni di vita monastica sono perduti? Al convento non ci sono stato che per perdere la mia anima, la mia vita eterna, la salute fisica… Con l’astinenza noi pensavamo, noi volevamo diventare tanto meritevoli da uguagliare il prezzo del sangue di Cristo ed io pure nella mia follia questo credevo. Non sapevo, allora, che Dio voleva che io avessi cura del mio corpo e che non confidassi nella temperanza. Io mi sarei ucciso coi digiuni, con le veglie e la resistenza al freddo. Nel cuore dell’inverno non portavo che un abito leggero, gelavo quasi, tanto ero pazzo e stolto. Perché in convento mi sono sottoposto alle austerità più dure? Perché mi sono afflitto il corpo con i digiuni, le veglie, il freddo? Perché io cercavo di giungere alla certezza che queste opere mi ottenevano il perdono dei peccati’.

Lutero, dopo avere fatto questa preziosa scoperta, si scontrò nel 1517 con il domenicano Tetzel che si era messo a vendere le indulgenze nei pressi di Wittenberg dove lui insegnava. Il messaggio del Domenicano era: ‘Tosto che il denaro suona nella cassetta, l’anima balza fuori del purgatorio’. In quello stesso anno Lutero affiggeva alla cattedrale di Wittenberg le sue 95 tesi con le quali condannava gli abusi del sistema delle indulgenze e si dichiarava pronto ad un dibattito sull’argomento. Inizialmente quindi, Lutero attaccò gli abusi del sistema delle indulgenze pensando di riformarlo (in effetti, leggendo le sue 95 tesi si può vedere che lui non negò al papa il potere di concedere le indulgenze come neppure il diritto da parte del popolo di acquistarle; cosicché si deve concludere che ancora non gli era pienamente chiara la via di Dio), e da ciò si deduce che egli inizialmente non aveva in mente di separarsi dalla chiesa cattolica romana ma solamente di riformarla al suo interno.

Ma poco tempo dopo, convintosi che per operare una riforma che permettesse agli uomini di ritornare al Vangelo era necessario separarsi dal sistema instaurato dalla chiesa romana, egli attaccò il primato del papa, la dottrina dei sette sacramenti quali mezzi per ricevere la grazia perché affermava che si viene giustificati per sola fede, e il sistema gerarchico nella chiesa perché diceva che in virtù della fede ogni credente è un sacerdote. Fu allora che il papa reagì emettendo, nel giugno del 1520, contro Lutero la bolla Exurge Domine (con cui il papa condannava gli ‘errori’ e gli scritti di Lutero e lo minacciava di scomunica se non avesse ritrattato entro 60 giorni), che fu bruciata pubblicamente (e con essa bruciò i libri di diritto canonico) da Lutero sulla piazza di Wittenberg, dicendo: ‘Poiché tu hai turbato il Santo del Signore, così il fuoco eterno ti molesti e consumi’. In seguito, ai primi di gennaio del 1521 Roma emanò la bolla Decet Romanum Pontificem con cui Lutero veniva colpito dalla scomunica.

Lutero fu poi convocato dall’imperatore Carlo V alla Dieta imperiale di Worms nel 1521 per rispondere in merito alle sue teorie e ritrattare le sue affermazioni. Lutero vi andò ma non volle abiurare, rimase fermo. Alla domanda riguardante la sua ritrattazione egli rispose: ‘Nei miei scritti non c’è nulla di biasimevole: Roma esercita in Germania la tirannia’ e concluse dicendo: ‘Non posso e non voglio ritrattarmi, perché non è né sicuro né sincero agire contro la propria coscienza. Che Dio mi aiuti. Amen’. Sulla via del ritorno dalla Dieta fu rapito da alcuni suoi amici e messo nel castello di Wartburg di proprietà di Federico il Saggio, un principe che lo difendeva e proteggeva. Qui rimarrà circa diciotto mesi, durante i quali tradurrà in tedesco il Nuovo Testamento, dopo di che tornerà a Wittenberg e si rimetterà a predicare contro le dottrine papiste. Dopo la sua partenza da Worms la Dieta imperiale emanò un editto con cui Lutero veniva messo, assieme ai suoi scritti, al bando dell’Impero, e chi lo incontrava veniva esortato a consegnarlo nelle mani dell’autorità imperiale. Ma questo editto contro Lutero per svariati motivi non fu mai messo in atto.

Giacinto Butindaro

Tratto dal mio libro La Chiesa Cattolica Romana, Roma 1998, pag. 136-138

[Tratto dal libro: “Testimonianze“, Vol. 1, scritto da Giacinto Butindaro V.D.M.]

[Scarica il libro “Testimonianze” in formato zip]

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