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“A proposito dell’orgoglio dei pastori”, tratto da un sermone del pastore Richard Baxter (1615 – 1691)

26 settembre 2011

A proposito dell’orgoglio dei pastori, tratto da un sermone del pastore Richard Baxter (1615 – 1691)

Richard BaxterUno dei peccati più odiosi e manifesti è l’orgoglio.

Questo peccato ha un terreno fertile anche nei credenti migliori, ma è decisamente più odioso ed inescusabile quando si trova in noi pastori.

In alcuni di noi poi, è talmente prioritario da comporre i nostri sermoni, scegliere le nostre compagnie, segnare i nostri visi e mettere l’accento e l’enfasi sulle nostre parole. Riempie la mente di alcuni con desideri ambiziosi e grandi progetti. Li colma di invidia e di amarezza verso quanti sono loro di ostacolo o che, in qualsiasi modo, eclissano la loro gloria e rallentano il progresso della loro reputazione.

Il peccato dell’orgoglio è un compagno di cui non ci si riesce a liberare, un comandante tiranno, un nemico infido, astuto ed insinuante! Accompagna gli uomini dal negoziante di tessuti e poi dal sarto: sceglie per loro le stoffe, il taglio, e persino la moda. Se non fosse per ordine di questo tiranno, pochi pastori si preoccuperebbero del taglio dei capelli o della moda dei vestiti.

E magari fosse questo il maggiore dei problemi.  Invece no, quante volte ci accompagna anche nel nostro studio, si siede accanto a noi e svolge il nostro lavoro! Quante volte arriva a scegliere il tema del sermone, le parole e persino le illustrazioni!

Dio ci ordina di essere il più possibile chiari, convincenti e seri, così da istruire gli ignoranti e indurre all’intenerimento e al cambiamento i loro cuori induriti. Purtroppo, l’orgoglio ci sta vicino e contraddice tutto tirando fuori i suoi giocattoli e le sue sciocchezze.

Anziché lucidare inquina; sotto le mentite spoglie di illustrazioni sofisticate, disonora i nostri sermoni con fronzoli infantili, come se un principe si vestisse da attore di teatro o da buffone.

L’orgoglio ci persuade a dipingere le finestre così da oscurare la luce, ci detta espressioni che gente non capisce, in modo da convincerli che siamo capaci solamente di fare discorsi da cui non traggono alcun profitto. Se abbiamo davanti un brano chiaro ed incisivo, l’orgoglio, con la pretesa di limare la predicazione dagli argomenti ruvidi, irregolari e superflui, lo priva della sua efficacia e ne diminuisce la vitalità.

Quando Dio ci impone di esortare gli uomini come se fosse una questione di vita o di morte e di supplicarli con tutto il nostro zelo, ecco che questo malefico peccato interviene a controllare tutto, condannando i santi comandamenti di Dio nel dirci: “Come! Non vorrai che la gente pensi che tu sei impazzito e che fai fuoco e fiamme come un forsennato. Perché non parli loro con maggior calma e moderazione?”

Ecco come l’orgoglio trasforma molti sermoni! Il frutto dell’orgoglio è l’opera del diavolo; è facile perciò immaginare che tipo di sermoni e con quale scopo essi vengono predicati dal maligno. Non dobbiamo quindi attenderci alcun successo da un ministero in cui, sebbene il soggetto rimanga Dio, è in realtà Satana che gestisce l’abbigliamento, il modo di esporre e le finalità.

Dopo aver preparato il sermone, l’orgoglio ci accompagna sul pulpito, modula il tono della voce ed anima la nostra esposizione costringendoci ad eliminare, sebbene necessario, tutto ciò che potrebbe infastidire gli uditori, per indirizzarci alla ricerca di inutili applausi.

In sostanza, l’orgoglio fa in modo che i pastori, tanto nello studio che nella predicazione, siano  orientati al proprio tornaconto. Così, invece di rinnegare sé stessi, privano Dio della gloria che dovrebbero dargli. Invece di suggerire domande del tipo: “In che modo e che cosa devo predicare per essere maggiormente gradito a Dio ed utile al bene degli uomini?”. Al termine del culto, l’orgoglio accompagna i predicatori a casa e li rende impazienti di sapere se sono stati applauditi, piuttosto che preoccupati circa l’efficacia del ministero per la salvezza delle anime.

Se non fosse per la vergogna, si fermerebbero persino a chiedere le impressioni della gente, in modo da raccogliere i loro complimenti.

Se si rendono conto di essere tenuti in grande stima, se ne rallegrano, come se questo fosse il loro vero obiettivo. Viceversa, se i commenti non sono favorevoli e li confinano al rango di gente comune, ne sono dispiaciuti, perché hanno mancato l’obiettivo che si erano prefissati.

Eppure, tutto questo non basta: non abbiamo ancora toccato il fondo. Oh, che tristezza quando si sente dire di pastori capaci che, mirando alla stima e alla popolarità, mostrano invidia verso quei fratelli le cui capacità vengono maggiormente apprezzate come se, ciò che viene riconosciuto ad altri, venga sottratto a loro stessi.

In questo modo screditano e sminuiscono i doni degli altri perché li vedono come ostacoli al proprio onore, come se Dio avesse conferito loro i Suoi doni perché li usassero da ornamenti e decorazioni per camminare nel mondo come uomini di tutto rispetto! Ma come? Siamo dei santi, dei predicatori di Cristo, e allo stesso tempo saremmo invidiosi di chi porta su di sé l’immagine di Gesù, sparlando di quei doni che dovrebbero conferirGli gloria, solo perché offuscano la nostra?

[Tratto dal libro di Richard Baxter:  – L’Opera del Pastore -, edizioni “Passaggio”, 2003]

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