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La storia della resurrezione di Lydia Thofozi

14 aprile 2012

 La storia della resurrezione di Lydia Thofozi

Dopo questa lunga introduzione, preparata nello spirito, ascoltiamo la storia di Lydia Thofozi.

Lydia è una collaboratrice di Erlo. Nel 1968 trovò Gesù e la sua crescita spirituale fu notevole. Quando l’incontrai nel 1976, lei aveva 24 anni.

Nel 1973 Lydia si ammalò gravemente. Il primo medico che la visitò, la curò per una forma di epatite e il suo stato peggiorava a vista d’occhio. Fu consultato allora un medico famosissimo, il quale diagnosticò una bilharziosi. Un terzo medico le trovò un’insufficienza cardiaca ed ordinò il ricovero in ospedale.

Fu la stessa Lydia a chiedere di essere portata nell’ “Ospedale della fede e della preghiera” di Siza Bantu. La trasportarono poi a Krnaskop, ove si tengono le riunioni di preghiera prolungate. Ma lei continuava a peggiorare. Si poteva nutrire solo di liquidi, e verso la fine vomitava tutto, anche il latte. Si pregò molto per lei. Le sue amiche le facevano compagnia a turno e trascorrevano le ore della notte nella preghiera.

Di giorno nella sua camera erano quasi sempre presenti vari membri del gruppo e vi tenevano riunioni di preghiera. Però non fu possibile arrestare il corso degli eventi: le unghie di Lydia si fecero blu ed il viso si coprì del pallore cadaverico. Le tastarono il polso e non ne sentirono più i battiti. Mani e guance erano fredde. Lydia era già morta.

I collaboratori si raggrupparono nella camera della morta e, piangendo, pregarono: “Signore, lei era per noi di grande aiuto. Come faremo adesso?

Ma cosa provò Lydia? Vide il Signore Gesù che le tendeva le braccia. Lydia si trovò in un posto meraviglioso. Era il paradiso? C’erano molti credenti, con i loro abiti candidi come la neve. Dappertutto regnava una perfetta armonia, uno straordinario accordo con il Signore. Si potevano vedere a fondo tutte le cose; Gesù era la luce che le penetrava tutte.

Gesù le disse: “Io ti voglio rimandare sulla terra”. Lydia non pensò a fare alcuna obiezione, sebbene avesse preferito restare presso il Signore. Si limitò a dire: “Signore concedimi che non si frapponga mai qualcosa fra Te e me”.

Nel frattempo Erlo e i suoi collaboratori, dopo aver trascorso alcune ore nella preghiera e nel pianto, si erano ritirati. Solo un’amica si tratteneva ancora presso la morta.

Ritornarono più tardi nella stanza dove Lydia giaceva. E, mentre si mettevano nuovamente a pregare, Lydia riprese i sensi. Non avevano pregato per la sua risurrezione, anzi non ci avevano neppure pensato. Si erano semplicemente sottomessi alla volontà del Signore.

Lydia potè sollevarsi, cosa che durante la malattia non le era stato più possibile. Raccontò tutto ciò che aveva provato poi chiese da mangiare e da bere, e potè ritenere tutto. Ricuperò presto le forze e da allora è ovunque una testimonianza vivente per Gesù. Sono soprattutto i suoi compatrioti, gli Zulù, quelli che ne accettano la testimonianza, poiché dicono: “Noi adesso sappiamo che il cielo e il paradiso non appartengono alla religione dei bianchi soltanto. Sono realtà valide anche per noi; Lydia infatti è una di noi”.

Di quanta gloria si privano i critici increduli, i saccenti, i quali siedono vicino al fiume della vita e non vi si dissetano!

[Testimonianza tratta da: Kurt E. Koch, Dio tra gli Zulù, Azzate (VA) 1991, pagg. 117 e 118]

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