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Giovanni Calvino, il riformatore che fece mettere a morte l’eretico Michele Serveto

16 novembre 2013

Giovanni Calvino, il riformatore che fece mettere a morte l’eretico Michele Serveto

Giovanni_CalvinoRicordiamoci di questa pagina infame della storia della Riforma, affinchè non seguiamo le orme di Giovanni Calvino (che insegnava l’elezione, ma sostenendo la falsa dottrina chiamata poi ‘una volta salvati sempre salvati’) che fece mettere a morte un uomo di nome Michele Serveto perchè negava la Trinità. Che ciò serva di ammonimento a tutti. Noi dobbiamo certamente riprovare le eresie, confutarle e mettere in guardia i santi da esse e da coloro che le insegnano, ma lungi da noi il pensare che siamo autorizzati ad ammazzare gli eretici, perchè un tale pensiero viene dal diavolo, il padre della menzogna, e non da Dio che ci chiama al Suo regno e alla Sua gloria. Chi ha orecchi da udire, oda. Giacinto Butindaro

Calvino bruciò l’eretico che negava la Trinità

L’Inquisizione è da molti anni al centro dell’interesse degli storici. Tra i lavori di un certo rilievo a essa dedicati troviamo la Storia dell’Inquisizione di Carlo Havas (Odoya) e La logica dei roghi di Nathan Wachtel (Utet). Ma, all’interno del grande tema dell’Inquisizione, una vicenda che merita un’attenzione a sé è quella di Michele Serveto, l’uomo mandato a morte da una strana alleanza tra la Chiesa di Roma e quella della Riforma. Serveto nasce nel 1511 a Villanueva in Spagna, un piccolo villaggio a novanta chilometri da Saragozza, da una famiglia di nobiltà minore del Nord dell’Aragona. Figlio di un notaio e fratello di un sacerdote, a 14 anni Serveto è al servizio di Juan de Quintana, un francescano minorita, dottore all’Università di Parigi (Quintana è anche un eminente membro alle Cortes di Aragona, interessato alla figura di Erasmo da Rotterdam e, almeno in un primo momento, non ostile a Martin Lutero). Serveto compie i suoi studi all’Università di Tolosa. Viaggia al seguito di Quintana e nel 1530 assiste a Bologna all’incoronazione di Carlo V (di cui Quintana era divenuto, da poco, confessore) da parte del papa Clemente VII. Incoronazione che siglò la pace tra Impero e Chiesa, mettendo fine alle guerre d’Italia.
Nel 1531 Serveto dà alle stampe De Trinitatis Erroribus, nel quale contesta la dottrina della Trinità formulata 12 secoli prima per debellare l’eresia di Ario, al Concilio di Nicea (325). L’anno successivo, nel 1532, l’Inquisizione di Saragozza istituisce un primo processo contro Serveto e a Tolosa verrà emesso un decreto per il suo arresto. Ma lui riuscirà a sottrarsi; nel 1537 studierà medicina all’Università di Parigi applicandosi con profitto al tema della circolazione del sangue (alla fine del XIX secolo, Robert Willis, medico scozzese, scrisse che gli studi di Serveto in questo campo erano da considerarsi «eccellenti»). «Non per niente», ha osservato Adriano Prosperi, autore di un libro indispensabile per comprendere a fondo questa vicenda, Tribunali della coscienza (Einaudi), e curatore dell’altrettanto indispensabile opera in quattro volumi Dizionario storico dell’Inquisizione (Edizioni della Normale Superiore di Pisa), «Serveto fu attirato dallo studio della circolazione sanguigna; il sangue nella Spagna del suo tempo era concepito come il veicolo dell’impurità dei marrani e il sigillo della nobiltà dei cristiani in quanto nutriti del corpo stesso di Cristo… Non c’è separazione in lui tra ricerche mediche e discussioni teologiche: parlando del sangue e del processo di respirazione e inspirazione, Serveto parlava nello stesso tempo il linguaggio della fisiologia e quello della religione». Ma la condanna Serveto l’aveva ricevuta per la rilevazione degli «errori della Trinità». Criticare la dottrina della Trinità, osserva ancora Prosperi, «significava mettere al centro del dibattito teologico della Riforma quell’eresia di Ario che era stata all’origine della più antica e grave lacerazione interna della Chiesa cristiana; significava soprattutto riaccendere il dissidio che da secoli opponeva ebrei e musulmani da un lato e cristiani dall’altro». C’era stata fino ad allora una sola proposta altrettanto radicale, «quella di chi, prendendo alla lettera la tesi luterana della giustificazione per la sola fede, aveva negato valore al battesimo degli infanti: li chiamarono “anabattisti” o “catabattisti” e li punirono con la morte».
Pratica, Serveto, dal 1542, la professione di medico a Vienne. Qui a Vienne, nel 1553 è arrestato, processato e condannato. Riesce a fuggire, ma viene arrestato nuovamente a Ginevra, la città di Calvino. Dove viene processato ancora una volta, condannato a morte e, nel giro di pochissimo tempo, mandato al rogo. Proprio così: un martire della libertà di pensiero bruciato vivo non già da cattolici oscurantisti obbedienti alla Chiesa di Roma, ma dal principe dei riformatori, Giovanni Calvino.
Lo scontro tra Serveto e Calvino fu particolarmente aspro. Serveto fu accusato di essersi espresso in modo scurrile. Rispose che espressioni violente erano state usate anche nei suoi confronti e aggiunse: «È piuttosto comune ai giorni nostri, durante una disputa, che ognuno difenda la propria posizione considerando che la parte avversa sia già sulla strada della dannazione». Calvino gli rinfacciò «l’abitudine di citare sfacciatamente autorità alle quali non aveva mai guardato con attenzione». «Quel genio di Serveto», scrisse il grande riformatore, «così orgoglioso delle sue competenze linguistiche, sapeva leggere il greco quanto un ragazzino che ha appena imparato l’alfabeto». Il che, per inciso, non era affatto vero. Nel processo si discusse di tutto, compresa un’ernia per la quale Serveto era stato operato all’età di cinque anni con qualche conseguenza sulla sua successiva vita sessuale. E quando Serveto aveva sostenuto la tesi che i bambini non potevano compiere peccato mortale, Calvino si era augurato «che i pulcini, così teneri e innocenti come li dipinge, gli estirpassero gli occhi centomila volte».
Nella disputa parve che Serveto avesse la meglio, tant’è che il Consiglio decise di sospendere il processo e di inviare la documentazione alle altre città svizzere perché dicessero la loro. A questo punto così Serveto si rivolse ai giudici ginevrini: «Vi supplico umilmente che poniate fine a queste lungaggini e mi liberiate dall’accusa. Voi vedete bene che Calvino è alle strette, non sapendo cosa dire, e per il suo solo piacere desidera che io marcisca in prigione. I pidocchi mi mangiano vivo. I miei abiti sono laceri e non ho di che cambiarmi, non una giubba o una camicia». La risposta fu che il Consiglio deliberò solo di fornire all’imputato alcuni abiti. A sue spese, per giunta. Passarono alcuni giorni e l’accusato tornò alla carica: «Onorati signori, oggi sono tre settimane da quando ho chiesto udienza e non sono riuscito a ottenerla. Vi supplico per amore di Gesù Cristo di non rifiutarmi quello che non rifiutereste a un turco che cercasse giustizia nelle vostre mani… Per quanto riguarda l’ordine che avete impartito per provvedere alla mia pulizia, niente è stato fatto e io sto anche peggio di prima; il freddo mi affligge molto, a causa delle coliche e dell’ernia, procurandomi altri malanni che mi vergogno persino a descrivere». Il responso delle città svizzere fu negativo per Serveto, ma non omogeneo. Tant’è che la sentenza finale lo colpì solo per due capi di imputazione: il rifiuto della Trinità e quello del battesimo ai bambini. Ma fu ugualmente la condanna al supplizio, quel supplizio toccato in sorte a tanti eretici messi a morte dall’Inquisizione.
Calvino racconta come Serveto ricevette la notizia. «Sulle prime rimase ammutolito poi emise dei sospiri tali che si sentiva per tutta la stanza; quindi si mise a gemere come un pazzo e non ebbe più padronanza di sé. Alla fine le sue grida aumentarono mentre si batteva continuamente il petto e urlava in spagnolo “Misericordia, misericordia!”». Quando tornò in sé chiese, come prima cosa, di vedere Calvino. Il quale così riferisce l’incontro. «Quando gli chiesi cosa avesse da dirmi rispose che desiderava chiedermi perdono. Allora io protestai, ed è la verità, che non avevo mai provato alcun rancore personale nei suoi confronti … Avevo usato tutta l’umanità possibile, fino a quando, amareggiato dai miei buoni consigli, non scagliò contro di me tutta la sua rabbia e aggressività. Gli dissi che sarei passato sopra a tutto quello che riguardava la mia persona. Avrebbe fatto meglio a chiedere perdono a Dio che egli aveva così vilmente bestemmiato nel tentativo di cancellare le tre persone nell’unica essenza, dicendo che quelli che riconoscono Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, come realmente distinti, hanno creato un infernale cane a tre teste… Quando però vidi che tutto questo non dava alcun risultato, non volli essere più saggio di quanto consentisse il mio Maestro. Allora, seguendo l’esempio di San Paolo, mi ritirai dall’eretico che si era autocondannato». In quel momento Serveto capì che il suo destino era definitivamente segnato. Chiese di essere ucciso «con la spada», perché aveva paura di cedere alla sofferenza e di ritrattare tutto. Neanche questo gli fu concesso. Il 27 ottobre del 1553 fu condotto su «una catasta di legno ancora verde», sulla testa gli fu messa una corona di paglia e foglie cosparsa di zolfo e gli fu dato fuoco. Ci volle del tempo prima che morisse. E molti tra i ginevrini presenti aggiunsero legna alla pira. [….]

Fonte: http://www.corriere.it/cultura/libri/11_dicembre_14/mieli-bainton-vita-morte-michele-serveto_c9d09784-2659-11e1-97ba-d937a4e61a87.shtml

[Tratto dal blog “Chi ha orecchie da udire oda”, amministrato da Giacinto Butindaro]

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