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L’ombra della massoneria sulle Assemblee di Dio in Italia (ADI): 4) Frank Gigliotti: un potente massone e agente segreto americano

25 settembre 2014

L’ombra della massoneria sulle Assemblee di Dio in Italia (ADI): 4) Frank Gigliotti: un potente massone e agente segreto americano

copertina-massoneriaSottopongo ora alla vostra attenzione altre informazioni che concernono Frank Gigliotti, affinchè inquadriate meglio questo particolare personaggio che fa parte a pieno titolo della storia delle ADI, ma del quale nei libri ufficiali delle ADI dove si parla della storia delle ADI non si fa assolutamente menzione (almeno noi non abbiamo trovato nulla), come se non c’entrasse niente con le ADI e non avesse fatto nulla per le ADI quando invece c’entra parecchio e molto ha fatto per le ADI. E leggendo queste cose, capirete ancora meglio le ragioni per cui i dirigenti delle ADI hanno deciso di non nominarlo neppure.

La sua opera vitale a favore del Grande Oriente d’Italia

Come abbiamo già detto, Frank Gigliotti era un massone, del Rito Scozzese Antico ed Accettato. Era peraltro membro della famosa loggia massonica Garibaldi Lodge di New York, come si può vedere da questo screenshot preso dal sito di questa loggia.

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In merito alla Loggia Garibaldi, l’ex Gran Maestro del GOI Giuliano Di Bernardo parla di ‘mafia, infiltrata nella famosa loggia Garibaldi: un concentrato di esponenti dell’area grigia tra massoneria e malavita’ e dice: ‘Ricordo che una volta, quando andai in visita a quella loggia, pensai di avere intorno a me tutti i capi di Cosa nostra in America’ (in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 36-37). Questo giusto per inquadrare meglio l’ambiente massonico in cui si muoveva il ‘reverendo’ Gigliotti! Gigliotti era un alto dignitario della massoneria statunitense (‘un pezzo da novanta della fratellanza’, viene definito dal magistrato Ferdinando Imposimato nel suo libro La Repubblica delle stragi impunite), in quanto presidente del comitato dei massoni Usa che dopo la caduta di Mussolini condurrà in porto la riunificazione della massoneria italiana sotto il controllo di quella USA. Un’opera fondamentale per la Massoneria Italiana, tanto che il World Affairs Report afferma che ‘dopo la sconfitta di Mussolini, la Frammassoneria fu fatta rivivere dall’ecclesiastico Metodista Californiano, Frank B. Gigliotti’ (California Institute of International Studies., 1982, Volume 12, pag. 361 – ‘After the defeat of Mussolini, Freemasonry was revived in Italy by California Methodist clergyman Frank B. Gigliotti’).

Nel 1947 infatti Gigliotti fu l’artefice del primo riconoscimento del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani da parte della Circoscrizione del Nord della massoneria americana. E nella primavera del 1958 Frank Bruno Gigliotti fondò il «Comitato nazionale di cittadini americani per rendere giustizia alla massoneria italiana» che condurrà in porto la riunificazione della massoneria italiana sotto il controllo di quella Usa. Nel Comitato nazionale di cittadini Usa per rendere giustizia alla massoneria italiana entrarono i maggiori esponenti della massoneria Usa, tra i quali Goodwyn Knight, ex governatore della California, William Standley, ex ambasciatore e contrammiraglio, Christian Herter, segretario di stato ecc. A Roma Gigliotti poteva contare sull’appoggio dell’ambasciatore Usa di origine ebraica e massone James Zellerbach.

Nella primavera del 1960, il GOI – unendosi con la Gran Loggia degli ALAM, con un atto di unificazione firmato ufficialmente il 24 aprile 1960 a Napoli alla presenza di Frank Gigliotti – ottiene il secondo riconoscimento, quello cioè della Circoscrizione del Sud della Massoneria americana. A proposito di questo riconoscimento la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 presieduta dall’onorevole Tina Anselmi ha affermato: ‘Sempre nel 1960 i fratelli americani intervennero attraverso il Gigliotti nell’operazione di unificazione del Supremo Consiglio della Serenissima Gran Loggia degli ALAM del principe siciliano Giovanni Alliata di Montereale (il cui nome sarà legato alle vicende del golpe Borghese, a quelle della Rosa dei Venti, alle organizzazioni mafiose), poi finito nella Loggia P2, con il Grande Oriente. Sembra che quella dell’unificazione del Grande Oriente con la massoneria di Alliata, di forte accentuazione conservatrice, sia stata la condizione posta da Gigliotti in cambio dell’intervento americano nelle trattative con il Governo italiano concernenti il Palazzo Giustiniani. L’unificazione comportò l’estensione al Grande Oriente del riconoscimento che aveva già dato alla Serenissima Gran Loggia di Alliata la Circoscrizione Sud degli USA, nonché numerosi elementi di prestigio nell’ambiente massonico’ (http://www.laprivatarepubblica.com/).

Lo scrittore Dino P. Arrigo riassume così questa questione: ‘In tema di rapporti internazionali interviene il solito Frank B. Gigliotti che continua ad orientare la vita politica italiana ed anche quella massonica. Il riconoscimento da parte della ‘Circoscrizione Nord’ degli USA era già stato ottenuto dal Grande Oriente, mentre quello della ‘Circoscrizione Sud’ era stato assegnato al ‘gruppo degli Alam’ (Piazza del Gesù). Occorre riunirli. Per fare questo bisogna convincere i rappresentanti delle due famiglie a superare le antiche diatribe. Gigliotti inizia insieme a Cortini [n.d.e. Gran Maestro del GOI dal 1953 al 1956] una grande opera di mediazione. Ma l’ultima pregiudiziale imposta dal Grande Oriente al rappresentante italo americano, però, sembra vanificare l’accordo: la condizione all’intesa è quella che tutti i fratelli presentino il proprio certificato penale insieme a quello dei carichi pendenti. Il Grande Oriente, infatti, non si fida. Sono circolate troppe voci riferite ad i componenti dell’altro gruppo. Gigliotti si dà da fare. Alcuni fratelli del gruppo degli Alam si dimettono mentre altri vengono allontanati. Il problema rimane circoscritto al principe Alliata di Monreale accusato di essere in qualche modo collegato alla strage di Portella delle Ginestre dove la banda di Salvatore Giuliano aveva sparato contro la folla riunita per la festa del primo maggio provocando undici morti ed una settantina di feriti. Al separatista Alliata di Montereale si contestavano anche rapporti con gruppi legati alla mafia siciliana. Tutti i fratelli trattengono il fiato. Ad essere imputato, infatti, è il massimo rappresentante di Piazza del Gesù. Ma l’opera di persuasione di Gigliotti, svolta anche attraverso parte del personale americano presso l’ambasciata romana (che poi costituirà la loggia ‘Colosseum’) produce i suoi frutti. Poco dopo il parlamentare monarchico, rassicurato di rimanere in qualche modo all’interno dello stesso gruppo massonico, rassegna le proprie dimissioni pur continuando a mantenere i rapporti con la loggia americana ‘Colosseum’. L’unione avviene. Gigliotti ha vinto’ (Dino P. Arrigo, Fratelli d’Italia, Rubettino Editore 1998, pag. 20-21). E così – dice il giornalista Roberto Fabiani – ‘il patto di unificazione venne firmato sotto lo sguardo vigile e furbesco dell’immancabile Frank Gigliotti, al quale non sembrava vero poter intiepidire il calderone sinistroide di Palazzo Giustiniani aggiungendoci il brodo freddo e spesso reazionario degli ex seguaci del deputato monarchico Alliata di Montereale’ (Roberto Fabiani, I Massoni in Italia, Editoriale L’Espresso 1978, pag. 69).

Poi nel luglio 1960 Gigliotti fece riavere alla massoneria italiana il Palazzo Giustiniani. Spieghiamo brevemente come andarono le cose. Palazzo Giustiniani è la sede storica del GOI che il governo fascista aveva confiscato. In sostanza, era avvenuto che ‘il Demanio dello Stato, che durante il fascismo aveva espropriato senza indennizzo Palazzo Giustiniani, reclamò il possesso dell’edificio. Il Gran maestro Guido Laj si oppose alla restituzione dell’antica sede e la vertenza finì dinanzi al Tribunale Civile di Roma che, in primo grado, decretò ufficialmente il diritto del GOI al possesso del palazzo rinascimentale romano. In sede di appello, peraltro, la Corte condannò il Grande Oriente alla restituzione della sede occupata e al risarcimento allo Stato della somma di 140.000.000 di lire’ (Wikipedia). A questo punto i dirigenti del GOI si rivolsero al loro fratello Frank Gigliotti, che risolse la questione. Dice Dino Arrigo: ‘L’annosa questione viene risolta stragiudizialmente. Gigliotti si fa rilasciare una apposita dichiarazione da parte del Segretario di Stato americano Christian S. Herter e riesce a far sospendere dalla Corte di Cassazione la procedura di sfratto e quella relativa al pagamento dei 140.000.000 di lire. Subito dopo, nell’estate del ’60, si siedono al tavolo delle trattative l’allora ministro delle finanze Giuseppe Trabucchi in rappresentanza dello Stato Italiano, Publio Cortini per la massoneria, e James Zellerbach, l’ambasciatore americano. L’accordo è presto raggiunto: lo Stato rinunzia ad i 140.000.000 e concede in uso per vent’anni al Grande Oriente una parte di palazzo Giustiniani, con accesso dall’entrata di servizio, previo pagamento di un canone annuo inizialmente concordato in lire 1.000.000′ (Dino Arrigo, Fratelli d’Italia, pag. 19).

La foto della transazione è presa da Wikipedia

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E’ interessante il racconto che fa di questa vicenda il giornalista Roberto Fabiani nel suo libro I Massoni in Italia, perchè mette in risalto il personaggio Gigliotti: ‘La prima battaglia dei giustinianei dopo la caduta del fascismo venne combattuta proprio con quell’obbiettivo, riconquistare la sede storica. Per riuscirci credettero che la strada migliore fosse quella dei tribunali della Repubblica, dove si precipitarono invocando Dio e il loro diritto, difesi da Arturo Carlo Jemolo. […] Levarono gli scudi in segno di giubilo quando i magistrati romani sentenziarono che il Grande Oriente d’Italia, espropriato con la forza e sotto la minaccia delle armi dai fascisti, aveva diritto alla restituzione di Palazzo Giustiniani. E per giunta il Demanio doveva anche pagare 768 mila e sei lire per spese di giudizio. […] Il loro adorato palazzo, lo Stato non glielo voleva ridare più, forte di una sentenza della Corte d’Appello che dichiarava estinto il diritto avanzato dai massoni per prescrizione dei termini. Si poteva pensare a una legge che sanasse l’ingiustizia patita, ma Cortini rifiutò questa strada: voleva una sentenza definitiva dai magistrati. Ricorse in Cassazione ma mise in moto anche altri meccanismi destinati a rivelarsi risolutivi: andò a chiedere aiuto agli americani. E questi crearono addirittura un comitato di agitazione pro restituzione di palazzo Giustiniani e ne nominarono presidente un personaggio tutto da studiare, l’italo americano Frank Gigliotti. Questo apparteneva alla nutrita e selezionatissima covata di agenti dell’OSS (Office of Strategic Services, il servizio segreto delle forze armate americane durante la guerra) che mai disperso nè perduto di vista avrebbe costituito la fonte battesimale della Cia. E perchè mai il servizio segreto americano si preoccupava tanto di un gruppetto minoritario di distinti signori usi a riunirsi vestiti curiosamente di grembiuli, collari e guanti bianchi? Perchè negli Stati Uniti la massoneria era una potenza, aveva templi sontuosi e ospedali e scuole e logge frequentate da personalità di rilievo che arrivavano alle massime cariche pubbliche, presidenza compresa. Forse in Italia non era la stessa cosa, ma a scanso di sorprese conveniva andare a posare il cappello anche in quell’angolo, soprattutto se l’operazione costava poca fatica. Ed era evidente che l’impresa sarebbe costata poco o nulla: per caso in quegli anni c’era qualche richiesta fatta dagli americani al governo italiano e da questo non soddisfatta immediatamente? Non c’era. Si trattava solo di porre la domanda con garbo, grazia e scappellandosi in maniera scenografica davanti alle prerogative sovrane dello Stato amico. Gigliotti era il tipo adatto a mettere in scena la pantomina. Per giunta l’uomo della Cia poteva contare su appoggi di tutto rilievo; il segretario di Stato alla Casa Bianca, Cristian Herter, 33 della loggia Monte Tabor di Boston. E l’ambasciatore a Roma, il massone James Zellerbach. Questo naturalmente aveva alle sue dipendenze l’Usis, il servizio informazioni degli Stati Uniti che diffondeva in Italia libri, riviste, notizie per i giornali e raccoglieva materiale per la centrale informativa negli USA. Fu proprio l’Usis a muoversi per primo. I tempi stringevano perchè nonostante il ricorso per Cassazione la sentenza della Corte d’Appello stava diventando provvisoriamente esecutiva e il vertice della massoneria italiana buttato fuori con regolare sfratto notificato da ufficiale giudiziario. L’Usis lanciò una serie di dispacci ai giornali, annunciando che in America stava montando una mobilitazione generale a sostegno della giusta causa del Grande Oriente d’Italia, espropriato di quanto sacrosantamente gli apparteneva per cavilli scovati nelle pieghe del codice di procedura civile. Proceduto da questo tam-tam che aveva come unici destinatari i governanti italiani, arrivò a Roma Frank Gigliotti che si scatenò subito per impedire l’onta dello sfratto. Prima vittoria; la corte di Cassazione sospese l’esecuzione della sentenza. Adesso bisognava risolvere il problema del palazzo una volta per tutte e nel modo migliore. Per questo sbarcarono a Napoli i Sovrani Gran Commendatori delle circoscrizioni nord e sud degli Stati Uniti; rappresentavano tre milioni di fratelli, moltissimi dei quali piazzati nei centri decisionali più delicati dell’apparato pubblico americano di cui i poveri uomini politici italiani avevano tanto bisogno. Accolti sulla banchina dallo stato maggiore della massoneria italiana vennero subito pilotati dall’immancabile Gigliotti a Roma, verso il ministero delle Finanze retto dal Dc Giuseppe Trabucchi e quello degli Esteri, sul quale governava la diafana figura di Antonio Segni. Che come al solito era indisposto e quindi i Sovrani e l’uomo della Cia si dovettero contentare del sottosegretario Carlo Marchiori. Che capì tutto al volo, disse che la cosa andava risolta rapidamente e con senso di giustizia; e questo avrebbe «rafforzata e resa più duratura l’amicizia tra gli Stati Uniti e il popolo italiano». Così, nel luglio del 1960, mentre l’Italia era in rivolta contro il governo neo-fascista di Ferdinando Tambroni e si sparava per le strade, si riunirono tre distinti signori: Giuseppe Trabucchi in rappresentanza del governo italiano, Publio Cortini in rappresentanza del Grande Oriente e un autentico intruso che non aveva nessun titolo per stare lì, l’ambasciatore americano James Zellerbach. Firmarono il protocollo che risolveva in via extragiudiziale la questione di Palazzo Giustiniani’ (Roberto Fabiani, I Massoni in Italia, pag. 58, 59, 61-64). Notate come Gigliotti venga definito ‘un uomo tutto da studiare’, e noi che lo abbiamo studiato possiamo dire che era un uomo furbo, doppio, malvagio e pronto a ricorrere ad ogni mezzo pur di portare a compimento le sue iniziative. D’altronde non per niente era un agente della CIA.

Ecco ora il particolareggiato resoconto di questo evento fatto da Gianni Rossi nel libro In nome della «Loggia»:

‘Per loro era una questione «di vita o di morte». La riconquista di Palazzo Giustiniani da parte della più potente famiglia massonica italiana, quella che si riuniva attorno al Grande Oriente d’Italia, era diventato un incubo. E per raggiungere questo scopo alcuni dei potenti fratelli erano disposti a tutto: anche a far entrare nei segreti della Comunione italiana gli «ingombranti» fratelli americani.

All’arrivo a Roma delle truppe della Quinta armata alleata, i massimi dignitari della risorta massoneria italiana rifiutarono un’allettante proposta per il risarcimento dei danni arrecati loro dal fascismo. A fare i passi decisivi in questa direzione fu proprio un loro confratello, di origine italiana, Frank B. Gigliotti (era nato in Calabria il 15 ottobre 1896), reverendo di una chiesa metodista a Lemon Grove in California, ma soprattutto «chief adviser», consigliere capo, dell’Oss (Office of strategic service, il servizio segreto che nel 1947 darà vita alla Cia). La sua era una proposta molto pratica: «Invece di ricorrere ai tribunali per riavere Palazzo Giustiniani – disse in sostanza ai suoi sbigottiti fratelli italiani: – accontentatevi di villa Margherita, come risarcimento di guerra». Si trattava in pratica di ricalcare la via seguita anche per i massoni napoletani che avevano avuto una sfarzosa sede nel centro della città, requisita appositamente per loro dal colonnello dell’Oss Charles Poletti (i locali sotto la Galleria San Carlo vennero consegnati al fratello Gabriele Iannelli, più tardi senatore del Psi). Ma a Guido Laj, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, vicesindaco di Roma, subito dopo la liberazione, l’offerta di Gigliotti non piacque. Per lui i massoni dovevano rientrare con tutti gli onori nello storico palazzo di via Giustiniani, magari anche aspettando le lungaggini giudiziarie. Villa Margherita andò così all’ambasciata americana in Italia e i massoni iniziarono il lungo calvario delle udienze in tribunale. Alla prima virtuale vittoria ottenuta dal Grande Oriente nei confronti del Demanio, proprietario dal 1927 di Palazzo Giustiniani, seguì la sconfitta del ’54, in Corte d’appello, con una sentenza dal tono ambiguo: «Viene dichiarato estinto per prescrizione il diritto avanzato dalla società Urbs (dietro cui si cela la massoneria italiana, n.d.a.) di usufruire dei locali di Palazzo Giustiniani». Ma poichè si trattava di una «violenza politica» subita sotto il regime fascista, occorreva promulgare una legge per riparare i danni subiti. Il Gran maestro di allora, l’industriale romano Publio Cortini (proprietario della Mater, specializzata in carrozzerie per gli autobus e i filobus utilizzati dall’azienda comunale dei trasporti e amministratore delegato della Retam di Milano) ricorse subito in Cassazione, anche perchè, si disse, «era contrario ad una soluzione legislativa della disputa». Cortini, infatti, era l’unico convinto che nonostante tutto era meglio finire l’iter giudiziario in gran segreto e nello stesso tempo intrattenere rapporti con alcuni ambienti massonici d’oltreoceano, che potevano senz’altro influenzare i governanti italiani. E lui un «amico fraterno e potente» negli Stati Uniti ce l’aveva da tempo. Il suo nome era Frank B. Gigliotti. La loro amicizia risaliva sicuramente ai primissimi anni del dopoguerra, quando l’Oss tirava le fila dei rapporti tra antifascisti italiani, di orientamento anticomunista, e gli ambienti mafiosi americani. In un documento «classificato» del Dipartimento di Stato, datato 7 luglio 1947, Walter Dowling della Divisione affari europei, scrive: «Temo che Gigliotti, anch’egli membro dell’Oss, stia cercando di riattivare la vecchia banda dell’Oss in Italia come mezzo per combattere il comunismo …. Come già specificato, ho avuto alcuni giorni fa due lunghi incontri con Gigliotti. Egli ritiene essenziale che Saragat entri nel governo. Ha detto che a tal fine Joe Lupis ne ha parlato con Ivan Matteo Lombardo e che questi è d’accordo. Ha fatto il nome di due altri italiani che possono aiutare ad allineare i partiti non comunisti al governo: Publio Cortini e il colonnello Pacciardi» (come si può rilevare dal libro di Roberto Faenza e Marco Fini Gli americani in Italia, ed. Feltrinelli, 1976 Milano, pp 13 e 224).

E il 17 dicembre ’47 il Psli di Saragat e il Pri di Pacciardi e Ugo La Malfa entrano nel governo De Gasperi, che ha spezzato l’unità antifascista. Che Cortini fosse anticomunista e per di più legato agli ambienti spionistici americani per i massoni del Grande Oriente era davvero una cosa impensabile. Ma che quell’indaffarato industrialotto romano non avesse tutti i «requisiti» massonici a posto, almeno per allora, questo sì era possibile. Difatti proprio le capacità manageriali e i suoi rapporti d’affari con gli amministratori democristiani di Roma finirono ben presto col danneggiare l’immagine del Gran maestro Cortini. Senza farlo sapere a nessuno dei suoi confratelli, era stato insignito in quegli anni dell’onorificenza vaticana di Cavaliere del Santo Sepolcro. Per i massoni del Grande Oriente, anticlericali e dichiaratamente di sinistra, equivaleva ad un insulto. Così, nonostante avesse restituito l’onoreficenza, Cortini si dovette dimettere dalla gran maestranza (ufficialmente per motivi di salute) il 27 settembre del ’56, dopo quasi tre anni di reggenza. Rimase comunque nella Giunta esecutiva, il governo massonico, e nel Supremo consiglio dei 33 del «Rito scozzese antico ed accettato» (la scuola di perfezionamento iniziatico che detiene il potere dei riconoscimenti internazionali).

I contatti e le amicizie d’oltreoceano del Cortini furono comunque utilizzati per risolvere la «questione del palazzo». Tornato al «Supremo maglietto» il 30 novembre del ’57, l’avvocato Umberto Cipollone, repubblicano, iniziò fitti scambi di corrispondenza e organizzò incontri con i fratelli americani perchè si risolvesse «stragiudizialmente» la questione. Tutto il suo impegno, durante il triennio di reggenza (rimase in carica fino al 28 maggio ’60), fu rivolto ad intessere quei legami con le due Circoscrizioni massoniche americane (la Nord di Boston e la Sud di Washington) e con gli ambienti diplomatici statunitensi in Italia, che portarono alla risoluzione, nel maggio del ’69, della causa con lo Stato italiano ed alla prima riunificazione con i «fratelli separati» che si raccoglievano in via Lombardia, a Roma, attorno al Supremo consiglio della Serenissima Gran Loggia degli Alam del principe siciliano Giovanni Alliata di Montereale. Due piccioni con una fava, insomma: il rientro a Palazzo Giustiniani e il secondo riconoscimento massonico da parte della Circoscrizione sud degli Stati Uniti. Ma prima di riuscire nel suo intento, Cipollone (che era stato uno degli avvocati del collegio di difesa nella causa contro il Demanio, insieme a suo figlio Domenico e ad Arturo Carlo Jemolo) supplicò in mille modi i fratelli americani.

In una lettera del 16 settembre ’58, inviata al Gran maestro della Gran loggia della California, chiedeva l’aiuto delle altre Comunioni sorelle perchè Roma potesse avere «un grande edificio destinato a scopo culturale ed umanitario, nell’interesse di tutto il mondo massonico (così come tutte le nazioni ne hanno); e in parte di esso potesse avere degna sede (dietro corrispettivo) la Comunione italiana!». L’anno seguente, il 25 luglio del ’59, Cipollone durante l’inaugurazione della prima Loggia massonica Nato, la «Benjamin Franklin», di Livorno, chiese l’aiuto degli alti ufficiali americani lì convenuti perchè si facessero portavoci presso i loro fratelli d’oltreoceano, concorrendo così alla «risoluzione dei suoi (della massoneria italiana, n.d.a.) problemi organizzativi, tra i quali quello della Casa massonica». Il «grido di dolore» lanciato dai fratelli del Grande Oriente era stato finalmente accolto. Negli Stati Uniti, infatti, si era creato da qualche tempo un «Comitato di agitazione» alla presidenza del quale era stato messo Frank B. Gigliotti. Nel «Comitato nazionale di cittadini americani per rendere giustizia alla massoneria italiana» entrarono a far parte i maggiori esponenti massoni degli Stati Uniti, uomini della diplomazia e delle alte gerarchie militari, tra cui: Goodwyn Knight, ex-governatore della California, William Standley, ex-ambasciatore e contrammiraglio, Christian S. Herter, Segretario di Stato alla Casa Bianca (massone dal ’32, iscritto alla loggia Monte Tabor di Boston col grado di 33), e Luther A. Smith, allora Sovrano gran commendatore del Supremo consiglio dei 33 per la Circoscrizione sud. A Roma, poi, Gigliotti e i suoi fratelli potevano contare sull’aiuto dell’ambasciatore, anche lui massone, di origine ebraica, James Zallerbach. I fratelli americani per risolvere felicemente la questione avevano investito «oltre 40 mila dollari su Palazzo Giustiniani», come riportava la rivista massonica The New Age (settembre ’60), e per questo fatto si sentivano nel diritto anche di «chiedere al nostro governo (quello americano, n.d.a.) di avere un’udienza», cosa che fu poi concessa. L’occasione per risolvere «stragiudizialmente» la vertenza tra il Demanio e il Grande Oriente d’Italia fu data dalla quarta Conferenza europea dei Supremi consigli di Rito scozzese. Nelle intenzioni degli americani, le conferenze europee dovevano servire a scambiarsi le esperienze, a cercare di riunificare le Comunioni separate nell’ambito di una stessa nazione (com’era il caso italiano) e inoltre a finanziare le massonerie più deboli. Il tutto, ovviamente, era seguito dal versamento di una «cambiale» ideologico-politica che portava le Comunioni così riassestate tra le braccia vischiose degli americani. Le prime tre conferenze si erano tenute a Vienna, Bruxelles e Atene, questa doveva svolgersi in primavera ad Istanbul, facendo tappa prima a Roma per risolvere la nota questione del Palazzo. Durante la conferenza tenuta ad Istanbul, all’Hotel Hilton (contemporaneamente, come risulta dai documenti massonici americani, nello stesso albergo si svolgeva un’importante riunione della Nato), si decise la creazione del Supremo consiglio della Danimarca e si discusse la proposta americana di «risolvere i problemi» delle Grandi logge dei paesi centroamericani (Messico, Costarica e Guatemala). Ultimo, ma non meno importante, punto trattato fu la situazione, non solo massonica, in cui versava l’Egitto. Gli americani, entrano in scena sul «teatro» italiano il 9 febbraio del ’60, giocando la carta delle «informazioni teleguidate». Un dispaccio dell’Usis, l’agenzia di informazioni americana che ha sede in via Veneto a Roma e che è controllata dall’ambasciatore, fa pervenire quel giorno un comunicato stampa (ripreso dal Paese Sera e dal Corriere della Sera) in cui si annuncia una vasta campagna di opinione pubblica a sostegno del Grande Oriente d’Italia, contro il governo italiano che sta per sfrattarlo da Palazzo Giustiniani. Per portare avanti questa «santa causa», recitava il comunicato dell’Usis, era stato già costituito un Comitato nazionale cui aderivano i più illustri nomi della «high society» del sud e del nord degli Stati Uniti. Tutti gli atti dello sbarco in Italia e della permanenza della delegazione statunitense, delle condizioni dettate per la «restituzione» di Palazzo Giustiniani al Grande Oriente e per il doppio riconoscimento del Rito scozzese riunificato furono raccolti in un libello del Sovrano gran commendatore della Circoscrizione nord, George E. Bushnell; mentre il suo collega, capo della Circoscrizione sud, li pubblicò su The New Age, sotto il titolo di «Mission to Italy» (settembre ’60, pp 11-50). Scorrendo soprattutto l’opera di Bushnell (A giant step towards Scottish rite unity, «Un gigantesco passo verso l’unità del rito scozzese» sintesi delle visite fatte in Italia, Turchia e Grecia riportata dall’assistente, Sidney R. Baxter, 33) ci si rende conto di quali appoggi potevano usufruire i fratelli americani per riuscire a dare una mano a Cipollone, Cortini e soci. Con una lettera «d’intenti» scritta dal Segretario di Stato, Herter, Frank Gigliotti e signora erano partiti alcune settimane prima alla volta di Roma per anticipare l’arrivo della delegazione ufficiale guidata da Smith e Bushnell. Prima della sua partenza, però, Gigliotti aveva fatto telegrafare dall’ambasciata italiana a Washington al ministro degli Esteri a Roma, il democristiano Antonio Segni, per far revocare l’ingiunzione di sfratto da Palazzo Giustiniani e per bloccare il pagamento, a seguito della perdita della causa, di quasi 140 milioni di lire. L’ambasciata americana a Roma funzionò da tramite, come anche in seguito, e il ministro degli Esteri Segni, insieme al suo collega di partito Giuseppe Trabucchi, ministro delle Finanze, obbedirono. La Corte di Cassazione, come orgogliosamente riportò The New Age nel suo resoconto, di fronte «all’evidenza dei nuovi fatti succedutisi» chinò la testa e bloccò l’ingiunzione di sfratto e il relativo pagamento. Salpata da New York City il 14 aprile del ’60, la delegazione arriva con la motonave italiana «Saturnia» a Napoli domenica 24 aprile, dopo avere fatto una breve sosta a Gibilterra. «Nel mite clima primaverile di Napoli – riporta il libello – i viaggiatori, piacevolmente sorpresi di trovare un’accoglienza così cortese alla banchina, hanno presenziato alle formalità dello sbarco ed al trasferimento all’hotel. Da Roma erano giunti il fratello Frank B. Gigliotti e moglie, accompagnati dagli illustrissimi fratelli Elio Minici, 33, e moglie, e Pier Andrea Bellerio, 33 (ambedue in rappresentanza del gruppo di via Lombardia, n.d.a.), Athos Roncaglia, 33, proveniente da Milano, e il fratello David P. Gould, console degli Stati Uniti a Roma, con la moglie. Presenti per Napoli erano Robert E. Waska, vice console degli Stati Uniti e i membri più importanti del Club (loggia, n.d.a.) «Squadra e Compasso-Vesuvio», incluso il presidente Richard C. Eichacker, i fratelli Charles F. Giersberg Jr. e Barry Boswell con moglie». Dopo una cena consumata davanti al suggestivo panorama del Vesuvio, alla quale partecipava anche il fratello H. W Dawson della loggia Nato «B. Franklin» la delegazione si trasferisce a Roma, al nuovo albergo Claridge, dove vengono accolti da Publio Cortini, «ministro degli esteri» del Grande Oriente. Mercoledì 27 aprile la delegazione (Smith, Bushnell, l’assistente Baxter, Gigliotti e Paul Erculisse, Sovrano gran commendatore del Belgio e membro del Comitato per la Conferenza europea di Instanbul) viene ricevuta ufficialmente all’ambasciata americana. Nei locali di via Veneto intrattengono «un cordiale e proficuo colloquio con il consigliere d’ambasciata, Horace G. Torbert Jr. il fratello Earl Sohm, primo segretario, e il fratello George D. Whittinghill, console. Assente alla riunione l’ambasciatore, fratello James Zellerbach, in visita privata a Washington. Sempre nella stessa giornata, un pò più tardi, la delegazione viene «ricevuta piacevolmente nei locali del ministero delle Finanze dal ministro Giuseppe Trabucchi». E così il giorno dopo, il gruppo accompagnato anche dal «fratello Francesco Aurelio De Bella, uno degli eminenti eroi della guerra italiana» fa visita al ministro degli Esteri. «L’onorevole Antonio Segni non potè essere presente perchè malato e così i visitatori furono ricevuti dall’onorevole Carlo Marchiori, sottosegretario, che espresse la speranza e l’opinione che la cosa si sarebbe risolta con un giusto accordo». Entrambe le parti, insomma, erano ben consapevoli che «una soluzione equa e soddisfacente dell’affare avrebbe rafforzata e resa più duratura l’amicizia fra gli Stati Uniti ed il popolo d’Italia». Il compromesso fra il Grande Oriente e lo Stato Italiano fu raggiunto qualche mese dopo, il 7 luglio del ’60, con un atto di transazione firmato dal ministro delle Finanze Trabucchi, Publio Cortini, in rappresentanza dei massoni, e James Zallerbach, ambasciatore Usa a Roma. Fuori dalle ovattate stanze del ministero, nello stesso periodo, si scatenava la repressione poliziesca del governo democristiano-missino, presieduto da Ferdinando Tambroni. Le clausole dell’accordo, siglato senza nemmeno avvertire la Direzione generale del demanio, recitavano: rinuncia da parte dello Stato dei 140 milioni dovuti dal Grande Oriente; concessione di un’ala di Palazzo Giustiniani, con ingresso in via Giustiniani (quello che una volta era l’entrata di servizio), per la durata di 20 anni, rinnovabile; pagamento di un canone d’affitto annuale inizialmente di un milione di lire; nell’eventualità che il Senato avesse avuto bisogno dei locali affittati al Grande Oriente, lo Stato si impegnava a risarcire la massoneria costruendo locali di uguale cubatura in un luogo idoneo.

Nonostante la segretezza dell’accordo, la notizia però venne resa di dominio pubblico da Paese Sera, il 2 novembre di quell’anno, in piena campagna elettorale per il rinnovo delle amministrazioni locali. Trabucchi fu anche costretto a far pubblicare una «precisazione» il giorno seguente per spiegare che: «Essendo intervenute le trattative sul terreno della più assoluta legalità nell’interesse dello Stato italiano, è sempre pronto (il ministro, n.d.a.) a riferirne in Parlamento, come di ogni altro suo atto». Ma proprio il confronto col Parlamento era l’ultima cosa che gli americani desiderassero. Difatti secondo Frank Gigliotti la questione non si sarebbe risolta favorevolmente per i massoni italiani poichè il Parlamento era «composto da cattolici romani e da comunisti, tutti dichiarati nemici dei Liberi Muratori», come dichiarò sulla rivista massonica americana The New Age. Ma anche a destra fu attaccato l’operato di Trabucchi. Il periodico missino Il Borghese pubblicò il 17 novembre persino una fotografia che ritraeva i firmatari dell’accordo: Gigliotti e moglie, un certo dottor Bartoli, Cortini, il ministro Trabucchi e l’allora giudice Ugo Niutta. Ma, come capita sempre con i poco limpidi affari gestiti dai massoni italiani, la campagna stampa non ebbe seguito e tutte le implicazioni politiche e propriamente massoniche derivate dalla «cambiale americana» si cominciarono a far sentire nei decenni seguenti. Gli americani, soprattutto gli esponenti della massoneria legata agli ambienti mafiosi e alla Cia, avevano ormai in pugno l’avvenire del Grande Oriente d’Italia. All’occorrenza, come in parte era avvenuto nei primi anni del dopoguerra, i canali massonici potevano essere sfruttati per condizionare con qualsiasi mezzo le decisioni politiche italiane senza doversi esporre pubblicamente. Per arrivare a questo era necessario, comunque, procedere anche all’emarginazione della componente storica socialista e anticlericale, concretizzare il riavvicinamento con la Chiesa Cattolica (o quantomeno far accettare la «cristianizzazione» dei lavori di loggia secondo il rito anglosassone), rimettere in piedi e affidare in «mani sicure» una struttura riservata che sarebbe servita come canale di penetrazione e di ricatto tra i più segreti ambienti del Palazzo: la loggia P2. Tuttavia, a quel tempo, le maggiori soddisfazioni personali le ricevette il massone italo-americano e uomo della Cia, Frank Gigliotti, che paragonato ai «due grandi della tradizione massonica e risorgimentale italiana, Mazzini e Garibaldi», fu insignito del grado di «Gran maestro onorario a vita, membro emerito del Supremo consiglio italiano del Rito scozzese e rappresentante per l’Italia alla Conferenza di Washington» (Gianni Rossi & Francesco Lombrassa, In nome della «Loggia»: le prove di come la massoneria segreta ha tentato di impadronirsi dello Stato italiano: i retroscena della P2, pag. 13-20).

Nell’agosto del 1960, quindi il mese dopo la transazione con lo Stato per il rilascio di Palazzo Giustiniani che era avvenuta il 7 luglio, la massoneria italiana proclamò Frank Gigliotti Gran Maestro Onorario a vita e rappresentante per l’Italia alla Conferenza Massonica di Washington (cfr. Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 37).

Da quello che risulta, tra le condizioni che Gigliotti aveva posto al GOI per avere il riconoscimento della Massoneria USA e quindi disporre dell’appoggio americano per riavere quel Palazzo c’era quella ‘di consentire la formazione in Italia di Logge americane extraterritoriali’ (cfr. Mario Guarino e Fedora Raugei, Gli anni del disonore, pag. 46 – 47). E così, ‘la Massoneria americana, attraverso Frank Bruno Gigliotti, uomo dell’intelligence Usa, rafforza la sua presenza in Italia, con la creazione di logge statunitensi appoggiate alle basi militari, ai consolati e all’ambasciata’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 116). Dice Dino Arrigo: ‘Adesso, però, il Grande Oriente d’Italia, ottenuto il pieno riconoscimento da parte degli Stati Uniti, deve aprire le proprie porte a tutte le logge formate da personale civile e militare americano sparse sul territorio italiano: a Roma la loggia ‘Colosseum’ nella stessa ambasciata statunitense, a Vicenza la ‘George Washington’ all’interno della base Nato così come a Verona con la ‘Verona American Lodge’, a Livorno la ‘Benjamin Franklin’, a Bagnoli la ‘H.S. Truman’ ed a San Vito dei Normanni in Puglia la ‘J.L. McClellan’ (Dino Arrigo, Fratelli d’Italia, pag. 21). A proposito della Loggia ‘Colosseum’ di Roma, riservata formalmente al personale americano dell’ambasciata degli USA a Roma, a quanto pare fu fondata da Gigliotti (cfr. L’Espresso, Volume 38, 1992, Edizioni 14-17)

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Questa loggia sarà poi sciolta nel 1992 da Giuliano di Bernardo, in quanto secondo gli inquirenti la Cia aveva piazzato al suo interno dei suoi agenti con l’intenzione di farne una loggia modello-P2 (Pantaleone Sergi, ‘Logge, dopo le banche si scava nelle finanziarie’, in La Repubblica, 6 Novembre 1992 – http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/11/06/logge-dopo-le-banche-si-scava-nelle.html).

Ma Gigliotti impose un’altra condizione alla Massoneria Italiana, cioè quella che da parte del Grande Oriente d’Italia non doveva esserci più alcuna dimostrazione di simpatia verso il partito comunista. Questo è quello che ha affermato in una intervista su Stampa Sera (28 Febbraio 1977, pag. 4 – vedi foto) Francesco Siniscalchi (già maestro venerabile della loggia Hermes, che fu espulso dalla Massoneria Italiana per avere fornito alla magistratura notizie e documenti sulla Loggia P2 e sulla sua attività eversiva, e rivelato l’oscuro ruolo di Licio Gelli e le ‘deviazioni’ all’interno di Palazzo Giustiniani). Questo perchè la dichiarazione di princìpi adottata nel 1948 dalla Conferenza dei Grandi maestri americani, tra le altre cose, affermava: «La massoneria aborre il comunismo come ripugnante alla sua concezione della dignità della personalità individuale, distruttivo dei diritti fondamentali che sono la Divina Eredità di tutti gli uomini e nemico della dottrina massonica fondamentale della fede in Dio», e la Serenissima Gran loggia nazionale degli Alam (con sede a Roma in via Lombardia, di cui era Gran maestro Pier Andrea Bellerio), per poter conseguire nel novembre del 1948 il riconoscimento da parte della Circoscrizione massonica sud degli USA aveva dovuto sottoscrivere anche quel principio anticomunista (cfr. Gianni Rossi & Francesco Lombrassa, In nome della «Loggia»: le prove di come la massoneria segreta ha tentato di impadronirsi dello Stato italiano: i retroscena della P2, pag. 21-22); per cui quando il GOI si unì nella primavera del 1960 alla Gran Loggia degli ALAM – unione che fu indispensabile per il GOI affinchè potesse ottenere il riconoscimento della Circoscrizione massonica americana del sud e quindi l’appoggio per riavere Palazzo Giustiniani -, dovette anch’esso sottoscrivere la dichiarazione massonica anticomunista del 1948.

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E’ interessante poi notare queste cose:

1) che il 15 Luglio 1961, il valdese Giordano Gamberini, che era un uomo di fiducia della CIA, venne eletto Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia e manterrà la carica fino al 1970, in quanto fu lui l’uomo ‘scelto’ dagli americani per portare avanti senza indugi la loro politica (non sorprende quindi sapere che quando nel 1970 Lino Salvini fu eletto Gran Maestro del GOI, quest’ultimo fu sentito chiaramente pronunciare questa domanda a Gamberini: ‘E adesso i rapporti con la Cia li tieni tu?’ (Gianni Rossi & Francesco Lombrassa, In nome della «Loggia»: le prove di come la massoneria segreta ha tentato di impadronirsi dello Stato italiano: i retroscena della P2, pag. 44);

2) che Licio Gelli nel 1959 era entrato ufficialmente nella Massoneria, nel GOI, e poi nel 1963 passò alla loggia massonica ‘Gian Domenico Romagnosi’ di Roma (cfr. Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 115); e che Gamberini sponsorizzerà la rapida ascesa di Licio Gelli nella massoneria, incaricandolo di proseguire l’opera di Frank Bruno Gigliotti nel mantenere le relazioni con le logge USA. Ma Gelli con la sua loggia P2 – della quale il presidente della Repubblica Sandro Pertini ebbe a dire: ‘Nessuno può negare che la P2 sia un’associazione a delinquere’ (Mario Guarino, Gli anni del disonore, pag. 7) – contribuirà anche a mantenere i rapporti tra massoneria e mafia (che ricordiamo erano stati avviati da Gigliotti per preparare lo sbarco degli alleati), e difatti Massimo Brugnoli, esperto di criminalità organizzata, afferma: ‘E proprio la P2 di Gelli sarà, nei decenni successivi, il terreno d’incontro prediletto fra Cosa Nostra e massoneria’ (Venerabile Cosa Nostra – http://www.antimafiaduemila.com/). Lo stesso Gelli aveva legami con la mafia, infatti il senatore Sergio Flamigni afferma: ‘Nara Lazzerini [n.d.e. la segretaria di Licio Gelli] testimonierà dei viaggi di Gelli in Sicilia negli anni 1977-79, il triennio che registra un forte incremento nelle affiliazioni alle logge coperte della Massoneria siciliana. «Gelli mi disse che si recava spesso in Sicilia per incontrarsi con varie persone. Egli mi disse anche che in Sicilia si incontrava anche con esponenti della mafia. Non mi fece mai nomi di mafiosi, ricordo però che mi disse che si incontrava con l’onorevole Lima. Non mi spiegò i motivi di questi incontri’ (Sergio Flamigni, Trame Atlantiche, pag. 347).

E così Gigliotti, dopo avere conseguito quelle ‘vittorie’, scomparve – per modo di dire – dalla scena italiana, perchè in effetti lui poteva continuare ad operare in Italia dietro le quinte: ‘I due artefici delle vittorie recenti, Gigliotti e Cortini, si defilarono, i rapporti da loro intessuti rimasero ben saldi, anzi furono rafforzati negli anni seguenti; entrambi potevano lo stesso influire sulle decisioni e gli indirizzi da prendere nella qualità di membri onorari del Grande Oriente’ (Gianni Rossi & Francesco Lombrassa, In nome della «Loggia»: le prove di come la massoneria segreta ha tentato di impadronirsi dello Stato italiano: i retroscena della P2, pag. 28).

05-gigliotti-premio Da sinistra: Frank Gigliotti mentre riceve un premio (notate in mano a colui che gli sta accanto qualcosa con su una squadra e un compasso); annuncio che Frank Gigliotti – definito Past Gran Maestro dei Massoni d’Italia – parlerà a dei Massoni del Rito Scozzese. La foto di Gigliotti è stata presa da: http://lemongrove.patch.com/ ed è di Helen Ofield, mentre l’annuncio a fianco è preso dal Corona Daily Independent del 9 Aprile 1968 a pagina 6.

 

Teneva dei discorsi nelle logge

Frank Gigliotti teneva dei discorsi sulla Massoneria nelle logge, come si può vedere qua in questo annuncio apparso sul San Diego Union nel maggio 1934 in cui viene detto che l’oratore presso la Blackmer Lodge n° 442 sarà il fratello Dr. Frank B. Gigliotti e il soggetto sarà ‘La Massoneria in Italia’, e tutti i Massoni sono cordialmente invitati.

06-blackmer-lodgeIn questo altro annuncio del Marzo 1939 sullo stesso giornale invece Gigliotti veniva annunciato come oratore presso la Commanderia dei Cavalieri Templari a San Diego, e il soggetto sarebbe stato ‘La Sfida Attuale per la Massoneria Mondiale’.

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I Massoni Italiani resero onore al loro fratello Frank Gigliotti per la sua opera a favore della libertà religiosa in Italia

Sul San Diego Union del 3 Marzo 1951 a pagina 7 uscì una notizia che il Dr. Frank B. Gigliotti di Lemon Grove era stato avvisato in quel giorno che era stato fatto membro onorario della Gran Loggia Massonica Italiana (ossia il Grande Oriente d’Italia). Gigliotti riferì che l’encomio affermava che questo onore gli era stato conferito a motivo della sua opera nell’aiutare a scrivere nella Costituzione Italiana le garanzie per le libertà di riunione e di culto religioso. Anche il suo amico e fratello massone Charles Fama ricevette questo onore, per avere aiutato a migliorare la Costituzione Italiana! Come vedremo dopo, Gigliotti contribuì a scrivere gli articoli della Costituzione che assicurano la libertà religiosa e di riunione anche per i suoi amici delle Assemblee di Dio in Italia, dai quali era peraltro stato incaricato di scrivere una memoria a loro difesa da inviare al Governo Italiano tramite l’ambasciatore italiano negli USA, ma come vedremo dopo, questi suoi amici delle Assemblee di Dio in Italia non gli hanno dedicato neppure una parola di riconoscimento a livello ufficiale!

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Onorato e medagliato per la sua opera a favore della Massoneria in Italia

In questo articolo del San Diego Union del 3 Ottobre del 1965, il giornalista parla dell’onore tributato dal Kiwanis Club di Lemon Grove (California) a Frank Gigliotti durante un banchetto in suo onore, a cui hanno partecipato centinaia di persone, per la sua lotta a favore della libertà e della democrazia, e poi anche del riconoscimento ottenuto per la sua vittoriosa battaglia durata 14 anni per ottenere l’indennità per 500 templi massonici bruciati o confiscati dal Governo Italiano durante la dittatura di Mussolini.

09-tribute-dr-gigliottiIn quest’altro articolo apparso sul San Diego Union il 22 Settembre 1975, ossia pochi giorni dopo la morte di Frank Gigliotti, uscì un articolo per ricordare la figura di Frank Gigliotti, e tra le altre cose viene detto di lui quanto segue: ‘HA AIUTATO I MASSONI. Gigliotti condusse pure una battaglia lunga 14 anni per far pagare al Governo Italiano una indennità per 500 templi Massonici bruciati o confiscati durante la dittatura di Mussolini. Fu nominato Commendatore dell’Ordine Militare e Ospedaliero di Santa Maria di Betlemme, uno dei pochi Protestanti onorati in questa maniera per la sua opera a favore dei templi Massonici. Egli teneva 10 medaglie per l’opera compiuta in Italia per la Massoneria ed era anche un gran maestro onorario del Grande Oriente d’Italia’ (San Diego Union, 22 Settembre 1975, pag. 8). Proprio dunque il paladino dei Massoni italiani nel dopoguerra!

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Mobilitò la Massoneria americana a favore di Richard Nixon

Per capire la potenza massonica di Frank Gigliotti in America, ecco quello che si legge a pagina 96 del libro The Making of a Catholic President: Kennedy Vs. Nixon 1960 scritto da Shaun Casey. Per riassumere l’autore dice che Nixon mantenne rapporti anche con Frank Gigliotti, che era un leader sia tra i Massoni che nell’Associazione Nazionale degli Evangelici (NAE), e che Gigliotti scrisse a Nixon dicendogli di avere parlato con alcuni degli uomini nel suo ufficio e di avergli detto che i Massoni avrebbero fatto tutto quello che potevano per Nixon nella grande battaglia che stava loro innanzi. Poi l’autore aggiunge che sia Luther A. Smith, che era il Sovrano Gran Comandante della Giurisdizione Massonica del Sud, che George Bushnell, Sovrano Gran Comandante della Giurisdizione Massonica del Nord, volevano incontrare privatamente Nixon per discutere come essi avrebbero aiutato la campagna elettorale. Pare però che quell’incontro non ebbe mai luogo, ma i Massoni vennero comunque in suo aiuto.

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Quando Frank Gigliotti diventò un 33°, ossia un Sovrano Grande Ispettore Generale

Nella Massoneria del Rito Scozzese Antico ed Accettato, il 33° è il più alto grado che si può ricevere, e Frank Gigliotti lo ricevette nel dicembre del 1971. Sul San Diego Union il 19 Ottobre 1971 a pag. 5 (foto a destra) apparve infatti la notizia che Gigliotti assieme ad altri massoni avrebbero ricevuto il 33 grado nella Cattedrale del Rito Scozzese di Los Angeles. E colui che glielo avrebbe conferito era Henry C. Clausen (foto a sinistra, non presente però nell’articolo di giornale del San Diego Union), che fu il Gran Comandante Sovrano della Massoneria dell’Antico ed Accettato Rito Scozzese della Giurisdizione del sud degli Stati Uniti, dal 1969 al 1985. Di questo Henry C. Clausen c’è un video su YouTube intitolato ‘Scottish Rite’ (http://youtu.be/yrUoD_1YIbM) in cui lui presenta l’aspetto esoterico ed occulto del Rito Scozzese, e a sentirlo viene ribrezzo tante sono le abominazioni che vomita dalla bocca. Era proprio un ministro di Satana! E questo ministro di Satana fece diventare Gigliotti un 33° anche lui. Gigliotti dunque, che si presentava come ‘un ministro del Vangelo’ anche qui in Italia, con il tempo salì di grado nella Massoneria fino a diventare un 33°, e quindi fino ad avere la consacrazione ufficiale di ministro di Satana: non che non lo fosse prima di ricevere questo alto grado e riconoscimento massonico, ma con quella cerimonia lui ricevette proprio il sigillo di ministro di Satana. Ecco chi era dunque il Frank Gigliotti con cui si misero le ADI: un ministro di Satana che a suo tempo ricevette il 33° della Massoneria, e vi ricordo che solo coloro che vengono scelti dal Supremo Consiglio dei Sovrani Grandi Ispettori Generali del 33° possono ricevere quel grado.

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Agente della Cia colluso con la mafia

Frank Bruno Gigliotti negli anni della seconda guerra mondiale entrò a far parte dei servizi segreti americani: fu chiamato a farne parte nel 1939. ‘Poi un giorno nel 1939 squillò il telefono. Washington stava chiamando. E Frank cominciò i suoi servizi con il governo federale su un’opera di difesa così segreta che non se ne può ancora discutere’ (The Fabulous Gigliotti, pag. 4). Fu prima un informatore dell’FBI (Federal Bureau of Investigation, i servizi segreti interni statunitensi) con il nome in codice ‘Agente A-70′ (a chi desidera conoscere qualcosa di specifico sulla sua opera di spionaggio in seno agli Italo Americani consiglio di leggere «Philippine Pacification and the Rise of the US National Security State» – pag. 50-52 – scritto da Alfred McCoy e presente qua http://sydney.edu.au/arts/research/nation_empire_globe/downloads/Paper_Alfred_McCoy.pdf); poi un agente dell’Oss (Office of Strategic Service) che era un servizio segreto statunitense istituito nel giugno 1942 che fu operante nel periodo della seconda guerra mondiale (Gigliotti fu capo consigliere della sezione italiana dell’OSS), i cui membri erano soprannominati ‘cloak-and-dagger men’ ossia ‘uomini maschere e pugnali’; e poi un agente della CIA dal 1947 (peraltro nel 1960 Gigliotti fu nominato capo settore della CIA in Italia – cfr. Gianni Ferraro & L. Oliva, Enciclopedia dello spionaggio nella Seconda guerra mondiale, 2010, pag. 316), e difatti è presente nel libro Chi è nella CIA (pag. 122 – vedi la foto in fondo al libro) scritto dallo specialista in spionaggio Julius Mader.

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Nel 1942 Gigliotti (assieme all’Oss) formò l’American Committee for Italian Democracy (Il Comitato Americano per la Democrazia Italiana), appoggiato dall’associazione di stampo massonico Sons of Italy di cui peraltro Gigliotti stesso era un importante membro in quanto un leader dei Sons of Italy di San Diego, che era un’associazione fondata dal massone Vincenzo Sellaro (appartenente alla famosa loggia italo-americana Garibaldi) di cui facevano parte anche massoni, mafiosi e agenti segreti, e che fu usata per preparare lo sbarco degli Americani in Sicilia (cfr. Mario Guarino, Gli anni del disonore, pag. 46; Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 525).

Gigliotti si occupò per conto dell’OSS di preparare lo sbarco degli americani in Sicilia, e difatti Frank Gigliotti il 1 Dicembre del 1942 mandò al generale Ralph Van Deman (1865–1952) – soprannominato da molti ‘Il Padre dell’Intelligence Militare Americana’ – un analisi strategica per una futura invasione del sud dell’Italia, raccomandando innanzi tutto un bombardamento strategico per abbattere le gigantesche dighe idroelettriche della regione, e poi di pianificare le operazioni assicurandosi che le truppe statunitensi saranno ‘ricevute ….. come liberatori’ in questa regione, e poi di provvedere alle truppe in avanscoperta di interpreti che parlano i molti dialetti locali (cfr. A-70, Confidential Monthly Report, 1 December 1942 (R-5992), Box 39, Records of the US Senate Internal Security Subcommittee, Van Deman Papers, RG 46, NARA).

14-oss-gigliottiUna lettera scritta il 29 Settembre 1945 da Earl Brennan, capo della sezione Italiana dell’OSS, a Frank Gigliotti in cui gli esprime il suo apprezzamento per l’opera da lui compiuta per tre anni e mezzo, che lui definisce ‘un contributo sostanziale al successo degli eserciti americani nel Teatro Mediterraneo delle Operazioni, e alla liberazione degli Italiani dal Fascismo e dalla dominazione dell’Asse [n.d.e: il termine Asse indica l’insieme delle nazioni che parteciparono alla seconda guerra mondiale in opposizione agli Alleati], e al benessere degli Italiani susseguente la loro liberazione’ (The Fabulous Gigliotti, pag. 9). Peraltro, anche Earl Brennan era massone.

Gigliotti preparò lo sbarco degli americani in Sicilia anche attraverso i rapporti con la mafia e la massoneria. Frank Gigliotti era infatti legato al ‘Circolo della mafia’ messo in piedi dal boss Victor Anfuso per preparare lo sbarco degli Alleati in Sicilia – come dice Massimo Brugnoli, esperto di criminalità organizzata, nel suo articolo dal titolo ‘Venerabile Cosa Nostra’: ‘Si dà il caso che Gigliotti fosse anche legato al “Circolo della mafia” messo in piedi dal boss Victor Anfuso per preparare lo sbarco degli Alleati in Sicilia ….’ (http://www.antimafiaduemila.com/) – che ricambieranno il favore nominando molti capimafia ‘interpreti’, consulenti o addirittura sindaci del nuovo governo. Dice infatti lo storico Antonio Aroldo nel suo ‘Il lato oscuro del potere: il sanguinario gioco dei predestinati’ (http://www.caffenews.it/):

‘Gli “Alleati” in quel periodo si stavano preparando allo “Sbarco Alleato in Sicilia”. L’“Alto Comando dell’OSS”, in previsione di ciò, aveva creato la cosiddetta “Sezione Italia”. La “Sezione Italiana dell’OSS”, all’epoca, era guidata da James Jesus Angleton. Angleton, secondo quanto raccontato dallo storico Nicola Tranfaglia, nacque in una “Famiglia Massonica”. Egli, essendo cresciuto in casa di un industriale presidente della “Camera Italo-Americana”, durante alcuni anni del fascismo, in Italia, fu destinato a una folgorante, nonché misteriosa carriera, nei “Servizi Segreti Americani”. Egli, infatti, fu, innanzi tutto, dal 1941 al ’43 una sorta di “Agente di Collegamento” tra il “Servizio Segreto Britannico” e il “Neonato OSS”, poi responsabile del “Desk Americano” in Italia dal ’43 al ’45 e infine fu anche implicato, secondo quanto sostenne il “Procuratore Distrettuale di New Orleans”, Jim Garrison, nell’“Omicidio Kennedy”. Angleton, insieme al “Suo Braccio Destro” dell’epoca, Earl Brennan, scelse un piccolo ma strano gruppo di persone per creare la “Squadra Italiana dell’OSS”. Essa, infatti, era formata da: Frank B. Gigliotti (massone reverendo di una chiesa metodista di Lemon Grace in California), Vincent Scamporino (avvocato di famiglie mafiose italo-americane), Victor Anfuso (anche lui avvocato) e infine da un ragazzo di circa vent’anni appassionato di romanzi gialli, originario di Melilli in provincia di Siracusa, chiamato Max Corvo. Questi cinque individui, in buona sostanza, sarebbero dovuti essere tutti, ognuno a modo suo, “Esperti di Affari Italiani”. Lo stesso Brennan, infatti, era stato, prima della guerra, “Vice Console” a Firenze per conto del governo americano. Il bizzarro gruppo del comandante Angleton, infatti, come si può comprendere dalla “Privilegiata Testimonianza” di un altro importante agente americano, di quel periodo, di nome Peter Tompkins, era composto da persone, completamente a digiuno, di “Cultura Italiana”. Esse, però, grazie anche a “Alcuni Amici”, contattati tramite Lucky Luciano, riuscirono ad ambientarsi presto. Lucky Luciano, infatti, soprattutto nel “Sud Italia”, (Sicilia e Campania), aveva molte “Vecchie Amicizie”. Queste ultime, in cambio di alcuni “Posti di Potere” nella “Nuova Amministrazione”, fornirono molto volentieri aiuto e “Supporto Logistico”, sia all’“Esercito Anglo-Americano”, sia a quelli dell’OSS. Quelli dell’“OSS Italiano”, infatti, non appena sbarcarono in Sicilia, corsero a Favignana. In quell’isola, infatti, c’erano rinchiusi, all’epoca, i “Principali Capi-Mafia Siciliani” arrestati durante il fascismo. I “Reparti Speciali dell’OSS”, però, non liberarono soltanto quelli detenuti a Favignana, ma ci furono, scarcerazioni di tal genere, in tutta la Sicilia. Alcune di queste persone liberate erano: Calogero Vizzini, altrimenti detto “Don Calò” (nominato dall’esercito americano sindaco di Villalba), Giuseppe Genco Russo, anche conosciuto come “Zu Peppi Jencu” (nominato sopraintende all’assistenza pubblica di Mussomeli), Vincenzo Di Carlo (responsabile degli ammassi di grano presso l’amministrazione di Mussomeli), Salvatore Malta (nominato sindaco di Valle-Lunga), nella città di Palermo, infine, tanto per fare un altro esempio, fu nominato sindaco un altro cosiddetto “Uomo d’Onore” di nome Lucio Tasca’.

A proposito della collaborazione tra i Servizi Segreti Americani e i mafiosi siciliani, in vista dello sbarco degli alleati in Sicilia, il giornalista e storico Ezio Costanzo afferma quanto segue:

‘Rileggendo due importanti inchieste americane degli anni ’50, note per lo più agli studiosi e poco divulgate, quella del senatore Esten Kefauver sugli intrecci tra criminalità organizzata e potere politico ed economico, e quella di Herlands, che indagò sul contributo offerto dalla delinquenza americana allo sforzo bellico degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, emergono particolari inquietanti sulla spregiudicatezza con la quale l’Operazione Underworld (Operazione Malavita) fu condotta e sulla sua riuscita. Le testimonianze e i racconti dei protagonisti hanno fatto emergere dati incontrovertibili sull’esistenza di tale accordo e su come la mafia americana sia stata determinante per garantire sia la sicurezza delle navi in partenza per l’Europa, sia la minuziosa ricerca di notizie in vista dell’occupazione della Sicilia’ (Ezio Costanzo, Mafia & Alleati. Servizi segreti americani e sbarco in Sicilia, da Lucky Luciano ai sindaci «uomini d’onore», Le Nove Muse Editrice, Catania 2006, pag. 12-13), e sull’uso dei boss mafiosi da parte degli Alleati per rendere meno faticosa la conquista della Sicilia e in seguito per governarla, sempre Costanzo afferma: ‘Uno dei più attivi collaboratori del governo militare alleato [n.d.e. in inglese Allied Military Government of Occupied Territories, abbreviato con la sigla AMGOT] fu Joseph Russo, un italo-americano capo della sezione palermitana dell’OSS. Scotten [n.d.e. il capitano americano W.E. Scotten, che era vice console americano a Palermo] attinse da Russo parecchie informazioni sulla malavita organizzata siciliana, con la quale quest’ultimo aveva preso contatti appena giunto in Sicilia. Fu lo stesso Russo a confermarlo in una intervista televisiva di qualche anno addietro: «Quando arrivai in Sicilia e assunsi il comando dell’ufficio di Palermo, la prima cosa che feci fu cominciare a cercare la malavita, i criminali, e risultò che erano per la maggior parte mafiosi. Molti divennero validi informatori dell’OSS. A loro piaceva il mio nome e anche il fatto che mio padre fosse nato a Corleone, il cuore della mafia. Feci la conoscenza di questa gente, gli alti mafiosi, ed erano grandi, divennero veramente grandi e non impiegarono molto tempo per riaffermare la loro solidarietà come banda, ed io conoscevo ognuno di loro. Quante volte mi sono incontrato con i boss mafiosi? Almeno una volta al mese. E il motivo per cui loro venivano a trovarmi era quello di essere sicuri di avere un appoggio morale, e poi chiedevano gomme, gomme per la macchina. Avevano bisogno di pneumatici per circolare e fare bene il loro lavoro, la loro beneficienza. Qualunque cosa fosse, non mi sono mai disturbato di scoprirlo. Insomma noi usammo la mafia nello stesso modo in cui i mafiosi cercarono di usare noi». L’AMGOT dispensò incarichi di ogni tipo e assegnò cariche istituzionali a piccoli e grandi mafiosi. Don Calogero Vizzini, come abbiamo visto, era diventato sindaco di Villalba; Salvatore Malta sindaco di Vallelunga; Genco Russo sovrintendente agli Affari Civili di Mussomeli; Damiano Lumia fu nominato interprete di fiducia (non si sa della mafia o degli americani) presso il Civil Affairs Office di Palermo; Max Mugnani, uno dei più noti trafficanti di droga, divenne depositario dei prodotti farmaceutici che gli americani avevano ammucchiato a cataste nelle campagne di Cerda e al boss mafioso Vincenzo De Carlo fu affidato il controllo degli ammassi di grano. Tali incarichi, assieme al rilascio dei porto d’armi ai picciotti di don Calò Vizzini, «costituirono l’investitura ufficiale del potere politico e amministrativo al quale la mafia aveva sempre mirato, potere non controllato e non soggetto a nessun obbligo di osservanza delle residue leggi italiane». In alcuni filmati dell’epoca, girati nelle vicinanze degli ammassi di grano, si scorgono personaggi del tutto simili a quelli che salivano e scendevano dalle navi americane al largo di Gela. Coppola, baffi, camicia e cravattino, lo sguardo serio e incresciosamente penetrante: sono i capi cosca locali, i più anziani uomini di rispetto che con la loro presenza, autorizzata dagli ufficiali del governo militare, garantivano l’ordinata e obbediente consegna del grano. Al braccio portavano una fascia di stoffa con scritto Civil Affairs. La nomina dei sindaci passava sotto il diretto controllo del capo degli Affari Civili dell’AMGOT, il colonnello Charles Poletti, una figura assai controversa, additato di essere sceso a compromessi con la mafia e di avere contribuito al suo riemergere (suo interprete personale, come abbiamo visto, era il mafioso Vito Genovese) ….. L’arrivo degli americani rappresentò per la mafia siciliana una manna dal cielo. Non solo i capi riconosciuti furono nominati sindaci, e quindi legittimati ad esercitare potere, ma fu loro concesso di svolgere impunemente le delittuose attività nei diversi settori controllati dall’AMGOT. Una sorta di ricompensa, da parte degli americani, per la collaborazione fornita dai bossi prima e durante l’invasione della Sicilia ma, soprattutto, un espediente per consentire loro libertà d’azione nella lotta contro gli ideali anticapitalistici che prendeva piede fra i contadini dell’isola. Riconsegnata al Re e a Badoglio, la Sicilia liberata tornò così in mano alla malavita, che si accinse sia a governarla dall’interno delle pubbliche amministrazioni, sia a destinarla a importante spartitraffico del commercio internazionale degli stupefacenti, settore verso cui la consorteria malavitosa americana guardava da tempo con estremo interesse’ (Ibid., pag. 179-181, 186-187).

Ma torniamo nello specifico a Frank Gigliotti. La sua collusione con la mafia è stata confermata anche da Luigi Cipriani (1940-1992), deputato di Democrazia Proletaria e membro della Commissione Parlamentare Stragi, durante degli interventi in aula su Gladio (sedute dell’11 gennaio 1991 e 23 maggio 1991. In Stenografici sedute parlamentari X Legislatura). Ecco le sue parole:

‘Vorrei ricostruire, partendo da alcune affermazioni contenute nel documento che lei ci ha inviato sull’operazione “Gladio”, la vera storia di questa vicenda che non è neanche qualificabile come un patto stipulato tra la Cia e il Sifar, ma come una imposizione da parte di una potenza occupante, gli Stati Uniti, che hanno costituito ed organizzato nel nostro paese strutture armate clandestine preesistenti a quell’accordo che ora chiamiamo operazione “Gladio”. Ciò viene confermato dalla sua affermazione secondo la quale, nel 1951, da una nota del generale Musco (il primo capo del Sifar) si rendeva noto che, stante la presenza nell’Italia settentrionale di un’organizzazione clandestina, autonomamente costituita dagli Stati Uniti, il Sifar aveva preso in considerazione la necessità di costituire a sua volta una struttura di questo genere e di cercare di arrivare ad un coordinamento con quella preesistente struttura americana. Vorrei ricordare che questa storia nasce con lo sbarco degli americani in Sicilia. Da quel momento, alcuni personaggi, che facevano contemporaneamente capo a Cosa Nostra (la mafia siculo- americana), all’Oss (che era il corrispondente della Cia di quegli anni) e alla massoneria, hanno operato nel nostro paese costituendo fin da allora una struttura armata. Vorrei inoltre ricordare che il primo intervento che ha utilizzato la strage come azione politica per condizionare le vicende politiche del nostro paese e per impedire una avanzata della sinistra è rappresentato dalla strage di Portella delle Ginestre. I personaggi dell’Oss che operavano in quegli anni – mi limito a citarne i nomi perché ricostruire tutta la storia sarebbe molto lungo – sono i seguenti: Frank Gigliotti, Max Corvo, Max Scamporino, Charles Poletti – tutti membri della massoneria e della Cia legati a Cosa Nostra – e Carmel Offie (incaricato delle operazioni speciali della Cia nel nostro paese. Quindi, la vicenda inizia da lì e comincia attraverso la costituzione di apparati armati clandestini reclutati dalla Cia. A tale riguardo vorrei ricordare che alla “stazione ” Cia di Roma venne rinvenuto un elenco di duemila nomi di personaggi di destra che venivano identificati come soggetti in grado di utilizzare armi ed esplosivi, e disponibili per qualunque uso ed intervento al fine di impedire che in Italia si realizzasse un’avanzata del partito comunista e, in ogni caso, delle sinistre. È una storia che ha inizio da quelle vicende e che parte attraverso la costituzione nel nostro paese di una struttura clandestina armata che reclutava civili di orientamento anticomunista. Aggiungo anche che – del resto è qui presente il generale Viviani che può confermare questa mia affermazione – negli anni intorno al ’68 vennero reclutati migliaia di ex militari, poliziotti, carabinieri e civili di orientamento anticomunista. Inoltre, in Sardegna venne organizzato un campo di addestramento. Quindi la vicenda si è sempre presentata in questi termini. Il generale De Lorenzo ed il generale Musco, primi capi del Sifar, furono imposti dagli Stati Uniti. Il generale Musco, in particolare, era capo dell’Associazione Italiana di Liberazione che veniva definita da Frank Gigliotti “gruppo di cinquanta generali del vecchio regime” decisi a tutto per impedire un’avanzata delle sinistre nel nostro paese. Questo personaggio golpista, che faceva capo a tale associazione, viene nominato primo capo del Sifar su indicazione degli americani’ (http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/gladio.html).

Per concludere questo profilo dell’agente segreto Frank Gigliotti, è bene sapere anche che fu Gigliotti che ‘reclutò personalmente Gelli e gli affidò la missione di stabilire un governo parallelo anticomunista in Italia con l’aiuto dell’antenna romana della CIA’ (Ganser Daniele, NATO’s Secret Armies: Operation GLADIO and Terrorism in Western Europe, 2004, pag. 73). D’altronde il fascista Gelli, dopo la caduta del fascismo, aveva collaborato con l’OSS ‘per poter rintracciare pericolosi esponenti del nazi-fascismo, in pratica i suoi ex camerati’ (Mario Guarino, Gli anni del disonore, pag. 26), ed era conosciuto nell’ambiente dei servizi segreti americani per essere un efficace delatore.

A proposito della comparsa di Licio Gelli sulla scena, la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla Loggia Massonica P2 ha affermato che ‘risalta altresì alla nostra attenzione la comparsa di Gelli sulla scena quando Gigliotti scompare, secondo una successione di tempi ed una identità di funzioni che non può non colpire significativamente’. In altre parole, questo significa, che Licio Gelli anche lui agente CIA, prese il posto di Frank Gigliotti. Cosa questa che fa capire quale fosse lo ‘spessore’ del personaggio Gigliotti con cui si misero le ADI.

Ecco dunque chi era il ‘pastore evangelico’ massone Frank Gigliotti, che scrisse la memoria difensiva dei Pentecostali su pressione delle ADI e che le ADI avevano in grande considerazione perchè si era mosso per fargli avere la ‘libertà religiosa’: un agente segreto americano colluso con la mafia che operò assieme ad altri agenti dell’OSS a far sì che la Sicilia tornasse in mano alla mafia!

E visto che Frank Gigliotti a partire dal 1947 fu un agente della CIA, per completare il quadro sconcertante ed inquietante di questo ‘reverendo’ amico delle ADI, terminiamo con un riferimento alle tecniche escogitate dalla CIA per i suoi agenti negli anni ’50.

Essi usavano dei trucchi da prestigiatore per ingannare il nemico, questo è quello che emerge dal ritrovamento fatto di un libro dal titolo The Official Cia Manual of Trickery and Deception (Il manuale di trucchi e inganni della CIA). Nel manuale ad uso degli agenti segreti statunitensi, scritto da John Mulholland, prestigiatore e illusionista, si trovano modi segreti per mandare segnali ai colleghi e per ingannare il nemico anche sul proprio stato d’animo. Ma non solo trucchi, perchè il Manuale faceva parte di un progetto molto più ampio chiamato MK-Ultra (anni ’50-’60), nel quale oltre ai trucchi da mago vennero sperimentate anche sistemi di controllo molto più seri sui nemici. Il progetto, che prevedeva l’uso di droghe e dell’ipnosi per far parlare i prigionieri, fu sospeso nel 1973, in seguito alle numerose cause legali che seguirono agli esperimenti fatti negli Usa. Il libro in quell’anno avrebbe dovuto essere distrutto, ma in realtà non tutte le copie furono fatte sparire (cfr. ‘Il manuale della spia perfetta’ in http://www.focus.it/).

Frank Gigliotti e il criminale mafioso Michele Sindona

A proposito di collusioni con la mafia, Frank Gigliotti ebbe rapporti anche con Michele Sindona (1920-1986) di cui si legge su Wikipedia che ‘è stato un banchiere e criminale italiano. Sindona è stato un membro della loggia P2 (tessera n. 0501) e ha avuto chiare associazioni con la mafia [n.d.e. tanto da essere soprannominato ‘il banchiere della mafia’]. Coinvolto nell’affare Calvi e mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, è morto avvelenato in prigione, dopo la condanna all’ergastolo’ (http://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Sindona).

Questo è quello che si legge in un intervento del deputato di DP Guido Pollice alla Camera dei Deputati datato 4 Ottobre 1984. Lo riporto integralmente senza tralasciare niente perchè voglio che abbiate chiaro anche tutto il contesto.

‘Signor Presidente, è ben strano — lo hanno già sottolineato molti colleghi — questo dibattito sulle conclusioni della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Sindona: pochi addetti, scarsa attenzione da parte dei colleghi e vano lo sforzo compiuto stamattina da Bassanini, che richiamava il regolamento per cercare di portare in aula qualche collega. Evidentemente, Bassanini non ha letto l’ordine del giorno di alcune Commissioni questa mattina, fra i quali quello delle Commissioni riunite esteri e difesa, che recava «Norme sul controllo delle vendite di armi all’estero; Norme sull’esportazione, importazione e transito di materiale bellico», e cose di questo genere. Caro Presidente, è ovvio che questi argomenti interessano di più di un fatto che ha segnato la stagione della nostra vita politica di questi anni, uno dei fatti più significativi della nostra storia. Ma veniamo allo svolgimento di questo nostro compito, perché ritengo necessario che tutte le forze politiche dicano la loro; e noi di democrazia proletaria non ci sottraiamo. Mi ha colpito in questi giorni un titolo del giornale la Repubblica, nella sua edizione del 28 ultimo scorso : «Un magliaro che scalò il cielo» . Più di ogni altro rende l’idea di che cosa si tratta e di che cosa parliamo. Molti hanno scritto, soprattutto all’estero, che si tratta di una storia all’italiana. Io aggiungo che è una storia internazionale, tipica della nostra epoca. E non solo perché è coinvolto lo Stato del Vaticano e la sua santa rapacità, ma perché c’è la Svizzera e il suo sistema di potere. La Svizzera, il paese del segreto bancario, il paese delle banche che veicolano i soldi sporchi, il paese delle banche che intercettano e custodiscono i soldi della droga che uccide i nostri giovani e i giovani di tutto il mondo . Perché ci sono gli Stati Uniti, con la loro logica imperialista, e l’Inghilterra delle lobbies e dei ponti dei frati dai vari colori. Perché ‘c’è anche la miriade di Stati sudamericani, o meglio degli «Stati delle banane». Ecco perché è un fatto internazionale e non una storia italiana.

Dieci anni dopo il 1974, possiamo ripercorrere tranquillamente la storia dell’Italia politica ed economica . E lo possiamo fare a chiare lettere, signor Presidente: possiamo dire la verità sulle responsabilità della democrazia cristiana, e non tentare, come ha cercato il Presidente Azzaro, di mitigarle, di nasconderle, di tacerle. E possiamo intravedere anche, e stagliarsi ben definita, la figura di Andreotti, e il suo ruolo in tutte le vicende in questione. Ecco perché la tesi — che è apparsa in questi giorni sui giornali — dei ricorsi storici e del fatto che nel nostro paese ogni 7-8 anni spunta uno più furbo degli altri, che ruba, malversa, imbroglia piccoli e grandi risparmiatori, veri e falsi finanzieri, speculatori o banchieri di Dio, non regge ; o, meglio, non è sufficiente a capire il profondo intreccio fra potere politico, e quindi la democrazia cristiana — che lo detiene, perdio!, dal 1945 — e i poteri occulti (la P2 e la mafia) e la criminalità economica come si è svolta in questi anni. E’ utile ripercorrere le tappe della irresistibile ascesa del «magliaro di Patti», come lo ha chiamato Turani, uno che ne sa. E più di lui ne sa il suo direttore Scalfari, che a suo tempo — nella prima fase, è chiaro — lo coprì, in nome forse del suo passato di borsista : non molti probabilmente ricordano che Scalfari tra i suoi hobby coltivava quello di occuparsi di borsa. Lo difese, gli spianò la strada, lo introdusse nel grande mondo. Abbiamo forse la memoria corta ma non tanto da scordarci i paginoni centrali de L’Espresso, quello grande come un lenzuolo, tanto per intenderci, che di settimana in settimana segnavano i tempi ed i valori di alcuni titoli in piazza degli Affari.

Certo, le cose poi sono cambiate e Scalfari e i suoi giornali (vecchi e nuovi ) hanno contribuito a sgretolare, insieme ad altri, l’impero di Sindona. Solo che tutto questo non è passato in maniera indolore, non è stato una sorta di gigantesco «Monopoli» ; si è trattato di cose giocate sulla pelle della gente, sugli interessi del popolo italiano. Questa è la cosa grave: scorrendo alcuni documenti, sembra di leggere il resoconto di una notte trascorsa a giocare a «Monopoli», ma in realtà è stata una storia di truffe, di raggiri, di morti, di discrediti, di scandali che hanno infangato il nostro paese.

Ma torniamo a Sindona e alla sua storia. Qualche collega frettoloso che deve prendere l’aereo questa sera per tornare a casa, ai suoi affari e soprattutto, se si tratta di un uomo di governo, ai suoi interessi (i socialisti poi a casa già ci •sono tutti) mi dirà che tutto questo è conosciuto. E vero, ma è necessario ripeterlo, per capire le conclusioni, per capire come sono avvenute le cose, affinché si possano dare giudizi corretti. E noi di democrazia proletaria siamo pronti a fare questo sforzo anche se ci dispiace di non essere stati presenti nella passata legislatura e di non aver quindi potuto seguire da vicino le vicende e le inchieste della Commissione. Abbiamo però sufficiente memoria per ricordare e abbiamo cercato di leggere quello che altri hanno scritto. E allora, ecco Sindona, amico di Marinotti padrone della SNIA: questa è la sua entratura. Marinotti è uno dei «padronipadroni», uno della «razza padrona», per dirla con Turani (uno che ne sa) . Ecco poi la scalata attraverso la compravendita di alcune aziende che i deputati di Milano (ma non ne vedo qui nessuno) sanno benissimo che cosa fossero : la Vanzetti o la CTP, rottami del dopoguerra che non contavamo niente sul piano industriale. E poi l’incontro-scontro con Cuccia . E poi questo personaggio che a mano a mano viene fuori e che è chiamato il ripulitore di bilanci, una figura che certo non è sparita perché il nostro paese ne è pieno. Tra l’altro, è uno dei mestieri che rende di più.

Ecco poi Sindona acquirente di banche. Possiamo enumerarle. Tanti ne hanno parlato e hanno fatto l’elenco, ma io voglio rifarlo perché questi nomi, messi uno dietro l’altro, tratteggiano tutta una storia: Hambro, Continental Illinois bank, Privata finanziaria, Banca unione, Finabank, Amincohr, Banca di Messina, Generale di Credito, Banca Wolff, Banca Franklin. E poi l’acquisto e la vendita coatta dell’Italcementi. Aveva tentato la scalata all’impero di Pesenti, che in quel momento era più forte di lui all’interno della democrazia cristiana. Ricevette una botta sulle mani ma in cambio la vendita coatta di tutte le azioni dell’Italcementi fu pagata a valori superiori a quelli reali. Poi si sprecano — anche ma non solo su L’Espresso — titoli come «drago della borsa», «mago di azioni inesistenti» (vorrei ricordare la Pacchetti e la Talmone: in pochi mesi da produttore di una buona ma limitata quantità di cioccolata, questa società diventa una delle regine principali della borsa nazionale. Poi la Pozzi. Di seguito, tacita cordata con Calvi, tacita cordata con la Bonomi, tutta gente del Gotha del capitale e dell’economia nazionale.

Poi, a coronamento di tutto questo, per la sua figura di santo amico del Vaticano, ne rileva l’impero azionario (vorrei ricordare la Generale immobiliare, la Condotte acque), in cordata con Marcinkus cerca di approdare alla Bastogi, non ci riesce e cerca la cordata con l’Hambro attraverso la Centrale. È di quel tempo una delle operazioni più spericolate che sono state denunciate questa mattina da un esperto come Minervini: l’operazione OPA, vera e propria truffa che stava per essere perpetrata nei confronti dei piccoli azionisti e dei risparmiatori. Ma a questo punto si apre lo scontro gigantesco all’interno della economia nazionale; vince Cefis, come tutti sanno, e Sindona resterà da solo contro tutti, coperto da quell’anima buona di Merzagora che gli ha creduto fino in fondo. Per fortuna che in questa fase vi sono uomini, certamente non rivoluzionari, non di sinistra, e neanche tanto democratici, come La Malfa, che, solo, riuscì a coprire, a frenare quel processo di sviluppo. Per fortuna che vi sono anche alcuni esecutori dello Stato che tengono al loro ruolo e soprattutto alla loro onestà, come Sarcinelli. Altrimenti questa scalata sarebbe andata sino in fondo e avrebbe avuto successo. Poi c’è il declino con colpi di scena a catena ed il passaggio — ecco qui il collegamento — concordato di molta parte dell’impero di Sindona a Calvi. E allora qui cito soltanto i titoli di alcuni fatti significativi: l’Immobiliare Roma, la Franklin, la Talcot, l’acquisto della Società sviluppo di Milano, un’antica finanziaria, l’Edilcentro, il prestito di 100 milioni di dollari del Banco di Roma, la Finambro. È tutta storia che tutti conoscono, che la Commissione ha già scritto nei suoi ponderosi volumi, e tutto ciò che non ha fatto la Commissione lo hanno scritto i giornali e lo hanno letto i lettori attenti. Quello che a noi interessa è da chi, come, quando e perché questo «signore del male» (come lo ha chiamato qualche giornale straniero) è stato coperto e per conto di chi ha agito. Ma questa è una domanda retorica perché conosciamo la risposta. La sua permanenza nelle patrie galere, anche se di massima sicurezza, come quella di Voghera, non garantisce di per sè che si giungerà a sapere fino in fondo la verità. I giudici italiani, come già quello americano, potranno e dovranno colpire e punire tutti i reati finanziari e scoprire le connivenze di tutti, dalla Banca d’Italia all’Ufficio italiano cambi, dagli organi di controllo ai ministri, dalle commissioni varie al Parlamento e fuori del Parlamento. Ma questi giudici dovranno anche scoprire le responsabilità e dovranno mettere in luce tutti i reati penali e la connessione che questo signore ha e ha avuto con la mafia, la loggia P2 e per gli omicidi di cui è responsabile in quanto mandante: uno per tutti, quello dell’avvocato Ambrosoli.

Che cosa resterà alla Camera questa sera dopo che avremo votato qualche mozione, nelle quali le varie forze politiche si sono espresse? Che cosa resta alla Camera se non invitare caldamente il Governo a fare alcune cose? Una cosa la potrebbe fare almeno : colpire chi nei posti di massima responsabilità ha collaborato con Sindona e si trova ancora oggi a ricoprire ruoli di massima importanza . Tutti conoscono i nomi, ma questi signori sono ancora al loro posto. Quale ruolo e quale responsabilità hanno? Il Governo, per esempio, potrebbe adottare provvedimenti cautelativi, affinché episodi come quelli di Sindona non abbiano a ripetersi . E in quest’aula una serie di sollecitazioni e di individuazioni dei problemi sono venuti molto puntualmente da chi conosce la scienza delle finanze, da chi ha studiato fino in fondo il meccanismo bancario: mi riferisco al professor Minervini. Non si è operato con energia per scoprire le responsabilità, si sono coperti gli scandali, si sono occultate le prove, si sono privilegiati i politici corrotti e ormai, signor Presidente, sono chiari i risvolti dei rapporti fra la loggia P2, Calvi, lo IOR-Ambrosiano, che hanno segnato i tempi della nostra vita politica, hanno sconvolto l’opinione pubblica e coinvolto fino in fondo il mondo politico.

Ci sono state poche persone che si sono salvate, perché proprio dagli atti di cui siamo riusciti a venire in possesso si evince che le norme costituzionali sono state calpestate, che nessun Governo ha agito e che tutti i governi che si sono via via succeduti sono rimasti inerti di fronte al diritto e alle leggi che venivano violate. Ecco perché il Governo deve muoversi per colpire le responsabilità emerse, ecco perché non ci accontentiamo che facciano delle fugaci apparizioni alcuni ministri questa mattina e qualche sottosegretario questo pomeriggio, per giunta sprovveduto, che forse potrà riferire, ma che difficilmente potrà dire come si siano svolte le cose in quest ‘aula: Ecco perché crediamo che questo sia un rituale falso, come sono falsi i modi in cui si concludono tutte queste Commissioni d’inchiesta, che si chiudono come un imbuto, senza alcun risultato, perché non c’è la volontà di agire e di ottenere risultati. Bisogna aver chiaro, signor Presidente, colleghi, che la vicenda Sindona dà alcuni segnali. Questo paese — lo ha dimostrato, perché non si possono sopportare dieci anni così pesanti, così duri, così massacranti per la nostra democrazia — ha la capacità di reagire, ma la classe politica è sorda, profondamente sorda, a tutto questo.

Si assiste così ai dibattiti rituali che concludono vicende nere della nostra storia. Eppure la vicenda Sindona imporrebbe la necessità di chiarire, per esempio, il ruolo che la mafia (per fortuna che adesso, dopo aver pagato con decine di vittime, si comincia a muovere qualcosa anche in questo campo) ha avuto nella vicenda Sindona. Non si possono infatti fare cose come il tentato rapimento di Sindona a New York o il viaggio di Sindona a Palermo se non si hanno collegamenti stretti con l’organizzazione mafiosa del nostro paese. Allora qui è necessaria la capacità di scoprire collegamenti, di scoprire i momenti interni ed esterni di tali collegamenti. Se si ha volontà — e lo ha dimostrato chi in questo momento sta agendo contro la mafia —, si può andare fino in fondo. Ma questo è il compito dei magistrati, questo è il compito degli inquirenti, mentre compito del Parlamento è mettere sul tavolo degli inquirenti i nomi e le responsabilità; ma ciò il Parlamento non lo vuol fare, lo nasconde! E soprattutto la vicenda Sindona impone la necessità di fare luce — come richiedono molte parti politiche — sulla vicenda del riciclaggio del denaro sporco. E una cosa indegna, signor Presidente, che la Banca d’Italia autorizzi — come ha autorizzato in questi anni — il riciclaggio del denaro sporco, perché non c ‘è controllo sul movimento bancario, perché si autorizzano aperture di sportelli bancari là dove non è necessario, e non soltanto in Sicilia, in Calabria e in Campania! Questo è un sistema basato su questo tipo di logica economica! Ecco perché la Banca d ‘Italia è complice in questi meccanismi! Ma soprattutto il Parlamento deve imporre una volta per tutte la necessità di dare ai magistrati la lista dei 500, questa famosa lista che, signor Presidente, — ne parlerò dopo — è conosciuta in buona parte e in buona parte si può intuire perché non sia conosciuta.

Come è stato richiesto da più parti ed anche, poco fa, durante questo dibattito, vorremmo sapere una volta per tutte a quanto ammontino le perdite che il Banco di Roma ha avuto in questa vicenda. È possibile che in una questione che interessa il paese, i cittadini e l’erario, tutto sia sparito nei meandri di questi ripulitori di bilanci; perché ripulitori di bilanci non sono soltanto Sindona ed i suoi amici, ma anche i direttori del Banco di Roma che si sono succeduti. Ecco perché non si riesce a sapere quanti soldi il Banco di Roma abbia perso in questa vicenda. Alla luce dei fatti emersi, molti fenomeni potevano essere evitati, certo : tutti possiamo affermare che i soldi pubblici potevano essere risparmiati solo che gli strumenti fossero stati attivati. Sentite questo «politichese»! Invece questi interruttori, caro Presidente, non sono stati attivati ed è chi aveva le mani sull’interruttore che va ricercato; perciò questa ricerca va fatta nel gruppo politico dirigente del paese. Non si può dare la colpa ad alcuni funzionari, ad alcuni addetti alle banche, ad alcuni banchieri di tale capacità, di aver saputo svolgere un ruolo così importante. Qui c’è dietro la copertura politica, ci sono le coperture politiche! Abbiamo detto, l’ha detto la Commissione parlamentare di inchiesta, lo dicono gli atti, si sa — è voce di popolo — ed è stato dimostrato che Andreotti ha difeso Sindona. Questo è vero, ma proprio per questo, siccome Andreotti è stato il padrino (con la P maiuscola) di Sindona, non vedo perché qualcuno si sia scandalizzato di fronte alla richiesta, che poc’anzi hanno avanzato i colleghi radicali, di chiedere le dimissioni di Andreotti. Noi ci associamo alla richiesta delle dimissioni di Andreotti, proprio perché non ci limitiamo a sporgere denunce generiche, ma anche perché tutta una serie di elementi che sono stati addotti sono presenti nei documenti e ci portano a nutrire molto di più che semplici sospetti.

Nessuno può usare il proprio potere, il proprio illimitato potere per difendersi: ecco perché noi chiediamo al Governo, nella nostra risoluzione, di invitare il ministro Andreotti a dimettersi per difendersi come un qualsiasi cittadino e non come un cittadino con tanto potere. In nessun paese del mondo sono successe cose di questo genere, in nessun paese del mondo vi sono ministri che continuino ad usare in modo così sfacciato il potere che detengono. Se mi permette, signor Presidente, vorrei svolgere due considerazioni finali, che scaturiscono dal dibattito che si è svolto questa mattina. La prima riguarda la dimensione internazionale di Sindona, con riferimento ad un episodio che ha citato il vicepresidente Azzaro a proposito dei mercati internazionali finanziari e della vicenda americana di Sindona. Mi riferisco ai rapporti di Sindona con Frank Gigliotti e Mac Caffari; sembra di parlare dei libri di Mike Spillane, e mi potrà capire chi è appassionato di libri gialli e si diletta di un certo tipo di letteratura americana. Il primo dei due personaggi che ho citato lavora per i servizi segreti americani, come diceva l’onorevole Azzaro, quello dello sbarco americano in Sicilia, il secondo per i servizi segreti inglesi . La questione importante, però, non è questa; è, invece, che questi due sono, nello stesso tempo, agenti di servizi segreti (e lo sono restati) massoni e banchieri. Quando noi diciamo, quindi, intreccio CIA-finanzamassoneria-Vaticano, non buttiamo lì una frase tanto per farlo, ma parliamo di fatti concreti, di collegamenti concreti. Questi signori, insieme con Sindona, insieme con Marcinkus, erano il collegamento diretto che sta alla base della nostra affermazione e del modo in cui la formuliamo. Vorrei poi ricordare — peccato che non abbia molto tempo a mia disposizione, ma queste cose saranno poi evidenziate dalla storia — che tutta la vicenda nasce dalla strage di Portella delle Ginestre. È questa una storia triste del nostro paese, ma dietro questa strage stanno questi signori che ritroviamo a distanza di anni in collegamento con chi ha tentato di colpire e di conquistare il potere nel nostro paese. Ecco perché la faccia di Sindona che non è apparsa è proprio la faccia di Sindona banchiere dei golpisti, signor Presidente: sì, lo ripeto, banchiere dei golpisti. Il signor Sindona partecipò alla riunione del 1971 con Gelli e con i generali che sono nelle liste della loggia P2 . Non lo dice Guido Pollice, di democrazia proletaria, Io dice una testimonianza compresa nella documentazione e negli atti processuali, lo dice Siniscalchi, con ampie prove.

Vorrei fare ora un’ultima considerazione, sempre alla luce del dibattito di questa mattina. Mi riferisco alla vicenda, sempre citata dal collega Azzaro, di Barone, nominato direttore del Banco di Roma su segnalazione — vi rendete conto, colleghi, di questa finezza? — di Andreotti e di Sindona . Entrambi avevano avvertito la necessità di segnalare questo signore per la carica di direttore del Banco di Roma. Mi riferisco ad un articolo, apparso su Panorama il 19 dicembre 1978, a firma di Romano Cantore, quando non si sapeva ancora nulla di Gelli e di tutto il suo mondo, quando cioè non si sapeva quanto stava accadendo nel nostro paese. Che cosa dice Barone? Dice : ho visto la lista dei cinquecento. Questa affermazione viene rilasciata il 7 febbraio del 1978 ai giudici Viola ed Urbisci. Egli fa alcuni nomi di questa famosa lista. Chi fa alcuni nomi di una lista che sa benissimo di conoscere, in realtà lancia dei messaggi; siccome parliamo di mafia, quando si lanciano dei messaggi si parla in un modo per far capire all’altro che cosa si voglia intendere. Quali sono i nomi che fa il signor Barone? Il conte Agusta, Anna Bolchini — sappiamo benissimo chi sia questa signora —, Lamberto Michelangeli della CIGA — amico personale di Leone (poi sulla CIGA potremmo aprire un altro capitolo in ordine al ruolo svolto da questa società) —, Claudio Lolli Ghetti — signor Presidente, la «Rosa dei venti» non le dice nulla? —, Gaetano Caltagirone — amico degli amici —, poi due carabinieri puliti, Vito Miceli e Franco Picchiotti, il procuratore Carmelo Spagnuolo, Licio Gelli, il direttore della Banca nazionale del lavoro Fabio Laratta, Tom Carini dell’ICIPU, Raffaello Scarpitti, uomo della democrazia Cristiana, Stelio Valentini, genero di Fanfani . Inoltre Barone dice: «ho delle perplessità sul nome di Piccoli, penso che ci sia questo nome ma ho delle perplessità, però sicuramente nella lista vi sono i nomi di Filippo Micheli e di Flavio Orlandi, socialdemocratico».

Signor Presidente, questa non è una lista di esportatori di valuta, non è una lista di signori che hanno commesso questo reato o che secondo Barone, che le cose le sa, si sono macchiati del reato di esportazione di valuta. Noi di democrazia proletaria abbiamo ragione di ritenere che questa rappresenti la parte coperta della P2: ci smentiscano i democristiani, il Parlamento! Noi abbiamo ragione di intendere che questa, ripeto, sia la parte coperta della P2, in quanto questo modo di pronunciare alcuni nomi è sintomatico. Se Sindona riuscirà e vorrà parlare si potrà completare questa famosa lista della P2. Signor Presidente, lei deve ricordare che la lista della loggia P2 è di oltre 900 nomi: questi sono 500, pertanto fanno un totale di 1400 ; poi, «ravanando», come si dice a Milano, si potrebbe andare a ricercare gli altri che mancano . Ecco perché noi abbiamo ragionevoli dubbi, proprio perché i signori che ho citato li ritroviamo immancabilmente in tutti i movimenti ed in tutti gli affari politici del nostro paese. Ho poi elementi che mi fanno ritenere che questa sia la parte occulta della lista della loggia P2, proprio perché ho avuto l’attenzione di andare a leggere alcuni libri che molto probabilmente sono sfuggiti a molti colleghi: mi riferisco ai quattro volumi di Gianni Flamini, una ricerca attenta, costante, continua, che, se saputi leggere (mettendo in fila i dati uno dopo l’altro), permettono di fare — a cuor tranquillo — le afférmazioni che ho fatto questa sera. Signor Presidente, ho chiuso; però vorrei ricordarle che nel 1974, quando cade l ‘impero Sindona, nel paese succedono alcune cose strane (e qui ci sono alcuni colleghi che le cose strane le hanno già dette, le hanno già denunciate, le hanno già ricordate): la strage di Brescia, la Rosa dei venti, il MAR di Fumagalli in Valtellina, il SID parallelo e tutta la vicenda della NATO ; e poi Pian di Rascino e la uccisione di Degli Esposti. Tutto ciò in una fase particolare a livello mondiale: le denunce del Watergate, la defenestrazione di Nixon, grande amico di Sindona.

Questo mi fa ripetere, signor Presidente, che sono stati dieci anni duri della nostra storia, dopo i quali arriviamo, come si dice, a «babbo morto» . A «babbo morto» perché si arriva senza una conclusione, solo ad auspici: le forze della sinistra auspicheranno, auspicano nelle loro conclusioni, nelle loro mozioni finali, che la Camera. .. Ma la Camera è in grado di fare le cose che vengono consigliate e che sono livelli minimi di salvaguardia della democrazia? Io non credo che la Camera sia in grado di invitare il Governo a fare queste cose. Eppure esiste nel nostro paese una coscienza democratica, che ha il diritto di chiedere che le cose non restino come sono rimaste finora. È un meraviglioso popolo il nostro, che non merita questo gruppo dirigente pieno di mascalzoni (Applausi dei deputati del gruppo di democrazia proletaria, all’estrema sinistra e dei deputati del gruppo radicale) .

(IX Legislatura – Discussioni – Resoconto stenografico 195. Seduta di giovedì 4 ottobre 1984 – Presidenza del vicepresidente Oddo Biasini indi del vicepresidente Aldo Aniasi e del Presidente Leonilde Iotti, pag. 17630-17636)

Coinvolto nella scissione del Partito Socialista Italiano di Palazzo Barberini nel 1947

A gennaio del 1947 ci fu una scissione storica nel Partito Socialista Italiano, nella quale troviamo coinvolto l’immancabile Gigliotti. Per capire cosa c’entra Frank Gigliotti anche nella scissione del PSI verificatasi nel 1947, e che diede vita al PSLI (che poi nel 1952 diventerà PSDI), dobbiamo spiegare perchè si verificò questa scissione. Al congresso del PSI del ‘1946 – si legge sul sito del Partito Socialista Democratico Italiano – emersero forti contrasti politici fra la linea politica del segretario Pietro Nenni – tesa a proseguire l’attiva collaborazione col Partito Comunista Italiano – e la minoranza guidata da Giuseppe Saragat, il quale rivendicava al contrario l’autonomia dei socialisti dal Pci. Culmine di questa accentuata divaricazione di idee, strategie e modelli, fu la Scissione di Palazzo Barberini”, che l’11 gennaio 1947, al termine di una concitata riunione, sancì la nascita del PSLI, Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. ”Il partito che oggi sorge – dichiarò Saragat nel suo discorso per la fondazione del partito – ha lo scopo essenziale di creare le premesse per la vera unità democratica della classe lavoratrice: solo un movimento come il nostro, capace di dare una risposta concreta ai bisogni dominanti del popolo che sono la libertà, la giustizia e la pace, potrà trascinare la maggioranza dei lavoratori con l’impeto irresistibile di un moto storico”. Da quel momento le due anime del Socialismo italiano – quella massimalista, di matrice rivoluzionaria, e l’ala riformista, d’ispirazione parlamentare – che avevano convissuto insieme per tutta la prima parte del Novecento, intrapresero strade diverse. Ventotto parlamentari socialisti seguirono Saragat nel nuovo cammino, tanto che alla fine di quello stesso anno i Socialdemocratici entravano a far parte della maggioranza di governo del Paese, con Giuseppe Saragat vicepresidente del Consiglio dei Ministri guidato da Alcide De Gasperi. Alle elezioni del 1948 i socialdemocratici italiani si presentarono come una forza politica collocata a sinistra, laica e riformista, aperta al contributo di altre forze del centrosinistra portatrici di analoghi valori. Raggiunse un significativo 7% di consensi e contribuì in maniera sostanziale a controbilanciare l’avanzata del Fronte Popolare formato dal Pci e dai Socialisti di Nenni. L’attuale denominazione di Partito Socialista Democratico Italiano risale, invece, al 7 gennaio 1952 quando, durante il VII congresso nazionale, il Partito Socialista – Sezione Italiana dell’Internazionale Socialista, sorto un anno prima dalla confluenza nel Psli del Partito Socialista Unitario, prescelse il nuovo nome per marcare la propria spiccata identità democratica rispetto al partito comunista e alla direzione che stava seguendo in quel momento il Partito socialista.. Appena costituito, il Psdi, che contava all’epoca circa 80mila iscritti, elesse come primo segretario Giuseppe Saragat, suo indiscusso leader e fondatore’ (http://www.partitosocialistademocraticoitaliano.it/). Dunque, la causa di questa scissione fu la collaborazione con i Comunisti, che come sappiamo erano in forte avversione ai Massoni degli USA rappresentati da Frank Gigliotti (che ricordatevi era anche un agente della CIA che in quegli anni era disposta a ricorrere anche all’illegalità per contrastare i Comunisti in Italia). E dunque la massoneria americana assieme a quella italiana, provocarono quella scissione. Nel libro In Banks We Trust (Nelle Banche Noi Confidiamo) scritto da Penny Lernoux, leggiamo che ‘secondo un ex importante Massone Italiano, la scissione nel Partito Socialista Italiano (PSI) che creò il Partito Social Democratico Italiano (PSDI) fu ‘interamente provocata da Massoni negli Stati Uniti e in Italia’ (Penny Lernoux, In Banks We Trust, pag. 201), e lo scrittore Alfio Caruso, durante dibattito pubblico, ha affermato a proposito di questo scisma che Frank Gigliotti ‘fu uno degli ufficiali pagatori dello scisma socialista di Palazzo Barberini nel ’47, quando nacque poi il partito social-democratico di Saragat, che fu pagato interamente dalla massoneria americana attraverso i sindacalisti italiani’ (http://www.clarissa.it/). Lo scrittore Giuseppe Casarrubea dice che fu l’agente Oss Frank Gigliotti ‘che proprio in quel periodo (gennaio 1947) porta a termine la scissione socialista di Palazzo Barberini guidata da Saragat’ (Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia, IV Edizione Tascabili Bompiani, ottobre 2007, pag. 146). Non meraviglia quindi venire a sapere che nel luglio del 1947, Giuseppe Saragat mentre si trovava negli USA, ebbe un incontro con il massone Frank Gigliotti, durante il quale Gigliotti confidò a Saragat di essere d’accordo ‘con l’uso dell’illegalità e della violenza impiegate da Giuliano contro i comunisti’.

Peraltro Giuseppe Saragat – in base a quello che dice Roberto Fabiani – era un massone iniziato durante l’esilio alla loggia Fratelli Rosselli di Parigi (cfr. Roberto Fabiani, I Masssoni in Italia, pag. 16). Come era massone (appartenente alla loggia segreta ‘Giustizia e Libertà’) Luigi Preti (1914-2009), il deputato PSLI che – come vedremo dopo – al Parlamento prese le difese delle Assemblee di Dio in Italia perorando la loro causa, e che Pier Ferdinando Casini, segretario dell’UDC, nel Gennaio 2011 nel presentare i Discorsi Parlamentari di Luigi Preti lo ha definito ‘una figura di rilievo della nostra storia recente, che molto ha contribuito alla rinascita ed al consolidamento dell’Italia repubblicana. Preti ebbe infatti un ruolo di primo piano nel porre le fondamenta della nostra democrazia: impegnato, prima nell’Assemblea Costituente, poi per nove legislature alla Camera dei deputati e chiamato inoltre, in questo lungo periodo, a ricoprire delicati incarichi di Governo’ (http://www.pierferdinandocasini.it/). Ed ancora, risultano massoni pure questi altri membri del PSLI: Giuseppe Emanuele Modigliani (cfr. Aldo Mola, Storia della Massoneria Italiana, pag. 294, 614; Scottà Antonio, Giacomo Della Chiesa arcivescovo di Bologna. L’ottimo noviziato episcopale di papa Benedetto XV, Rubettino, 2002, pag. 558), che quando ci fu la scissione diventò presidente del PSLI; Giuseppe Canepa (cfr. Aldo Mola, Storia della Massoneria Italiana, pag. 397), e Giovanni Ernesto Caporali (Enrico Serventi Longhi, Alceste De Ambris. L’utopia concreta di un rivoluzionario sindacalista, Franco Angeli Editore, 2011, pag. 235). Anche Giordano Gamberini, che fu Gran Maestro del GOI dal 1961 al 1970, entrò nel PSLI: ‘Fu in effetti uno dei primi ad accorrere tra le braccia degli scissionisti di Palazzo Barberini’ (Gianni Rossi & Francesco Lombrassa, In nome della «Loggia»: le prove di come la massoneria segreta ha tentato di impadronirsi dello Stato italiano: i retroscena della P2, pag. 30).

Mi pare dunque che i collegamenti siano chiari tra Frank Gigliotti e il PSLI (poi PSDI, che assieme al Partito Socialista sul sito della Gran Loggia Autonoma delle Calabrie vengono definiti i «massonicissimi Partito Socialista e Partito Social Democratico» – cfr. http://www.gladc.it/letturecur.htm) fatto nascere e finanziato dalla Massoneria. E difatti il professore Fabio Martelli afferma che ‘la muratoria italiana potè presto contare su un discreto seguito presso il Partito socialdemocratico: anche in questo caso l’azione di Frank Gigliotti si rivelò determinante, poichè sua fu la decisione di sostenere i partiti della Sinistra moderata, coinvolgibili in un’attiva funzione anticomunista …. e questo supporto del GOI allo Psdi favorì il proselitismo muratorio nel partito di Saragat che si allargò poi a dirigenti dell’Uil (Unione Italiana del Lavoro)’ (Fabio Martelli ‘La Massoneria italiana nel periodo repubblicano’, in Gian Mario Cazzaniga, Storia d’Italia, Annali, 21, La Massoneria, pag. 735).

E dunque non dobbiamo meravigliarci se Luigi Preti nella seduta parlamentare del 28 Ottobre 1952 ebbe ad affermare che il suo partito aveva deciso di schierarsi in difesa delle minoranze religiose, tra cui ovviamente c’erano le ADI: ‘Il nostro partito, al congresso di Genova, si è assunto ufficialmente il compito di difendere nel paese le minoranze religiose, per le quali chiede comprensione e giustizia. Vi è stato qualcuno (mi pare Salvemini) che ha rimproverato a noi di non occuparci di queste minoranze. Quel tale, evidentemente, ha errato, perché noi abbiamo sempre sentito questa esigenza. Noi sappiamo anche che molti cattolici consentono con noi in quanto, appunto, sono nutriti di spirito liberale, ma non osano alzare la voce (direi, non osano alzare nemmeno un dito) contro il fanatismo clericale del tipo di quello del cardinale Schuster, che chiede misure contro i protestanti, in quanto «portatori dell’errore di Martin Lutero, contro la luce della verità». Questo fanatismo non è neppure condiviso dalle masse cattoliche. In fondo, è una minoranza esigua e sclerotizzata di cattolici italiani che pensa alla maniera del professor Gedda o del padre Lombardi, anche se costoro pare si arroghino con presunzione, di fronte al paese, il diritto di rappresentare veramente il cattolicesimo italiano, magari in contrapposizione agli attuali dirigenti del partito al potere. Quando noi facciamo queste ed altre critiche del genere, troviamo sempre qualche cattolico di tendenza liberale che ci viene a dire: «Lasciate correre su questo argomento delle minoranze religiose; lasciate correre sulla questione della limitazione delle nascite, e su altri problemi del genere; siate prudenti. Voi avete ragione in merito a diverse questioni anche di ordine politico; ma non dovete insistere, perché non bisogna rendere la vita difficile agli onorevoli De Gasperi e Scelba, di fronte al pericolo di un’alleanza dei cattolici intransigenti e fanatici con l’estrema destra monarco-fascista in Italia: alleanza che poi sfocerebbe, inevitabilmente, anche in uno spostamento dell’asse politico». Io direi che queste considerazioni le abbiamo fatte spesso. Anzi, le abbiamo fatte anche troppe volte; ed è forse per questo che così spesso siamo apparsi eccessivamente accomodanti. Ma a questo punto io vorrei che gli onorevoli De Gasperi, Scelba, Bubbio e via dicendo cercassero di far capire a certi presuntuosi professori e a certi piccoli padri gesuiti che si potrebbe, forse, avere oggi un successo momentaneo, sabotando gli ordinamenti liberali con l’appoggio dei monarco-fascisti. Però, ogni medaglia ha il suo rovescio; ed è chiaro che un fatto del genere porterebbe inevitabilmente alla rinascita in Italia del vecchio spirito anticlericale, che diverrebbe violentissimo e si diffonderebbe tra i socialisti, tra i liberali, insomma tra tutti i democratici in genere. Siccome poi certi trionfi sono soltanto momentanei – e lo dimostra il passato anche recente – dato che la storia finisce sempre per riprendere il suo naturale cammino che è quello della libertà e del progresso, è certo che verrebbe il giorno del redde rationem, sia pure dopo qualche lustro di regime clericale-autoritario. Verrebbe comunque, inevitabilmente il giorno in cui, affermandosi nel paese una coalizione di forze democratiche laiche (divenuta per necessità di cose anticlericale), la Chiesa cattolica farebbe le spese di una inevitabile, dura reazione. È proprio possibile, diceva Salvemini in un articolo pubblicato sul Mondo, che la storia non insegni nulla? A noi la storia ha insegnato una cosa almeno: ad aver paura di certi pretesi campioni della pura fede cattolica che, a nostro avviso, viceversa, non sono nemmeno dei cristiani nel senso vero e profondo della parola. Ma, pure a questi signori la storia dovrebbe avere insegnato qualche cosa. Essa dovrebbe aver loro insegnato, come si dice da noi in gergo, a «stare bassi», a non peccare di superbia, ad aver paura delle reazioni che il loro stesso fanatismo potrebbe provocare, come già in passato. Dice il vecchio adagio: quos vult perdere deus amentat. Vorrei che il Signore illuminasse questi fanatici del clericalismo e vorrei sperare che i migliori tra i dirigenti della democrazia cristiana, anziché soggiacere ad essi, li aiutassero ad aprire gli occhi e ad avvicinarsi ai valori tradizionali del liberalismo italiano. (Vivi applausi a sinistra).’ (Luigi Preti: discorsi parlamentari 1947-1987, Camera dei Deputati, a cura di Angelo G. Sabatini, Roma 2010, pag. 291-293). Perchè non dobbiamo meravigliarci di queste affermazioni di Preti? Perchè dietro il PSLI, poi PSDI, c’era l’ombra del solito ‘reverendo’ Frank Gigliotti, ‘l’uomo secondo il cuore delle ADI’ che tanto si diede da fare per le ADI per fargli avere la cosiddetta libertà religiosa.

A proposito del PSDI (che per un tempo si chiamò PSLI), ricordiamo le seguenti cose: 1] che della loggia segreta ‘Giustizia e Libertà’, oltre a Luigi Preti, facevano parte anche questi altri politici socialdemocratici: Giuseppe Lupis, Antonio Cariglia, Flavio Orlandi, Mario Tanassi, e Umberto Righetti (Roberto Fabiani, I Massoni in Italia, pag. 17-18); 2] che Pietro Longo, divenuto segretario del Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) nel 1978, e riconfermato segretario nel 1980 e nel 1982, e che fu anche ministro del Bilancio e della Programmazione Economica nel primo governo Craxi, fu trovato nella lista della loggia massonica P2 (cfr. Sergio Flamigni, Trame Atlantiche, pag. 420); 3] che il partito entrò in una lunga fase di agonia dopo lo scoppio dello scandalo di Tangentopoli fra il 1992 e il 1994, e scomparve nel 1998 per aderire ai Socialisti Democratici Italiani, per poi riapparire nel 2004.

Manovratore dietro le quinte per fare entrare nel Governo Italiano persone gradite agli USA

Frank Gigliotti nel dopoguerra si dava da fare dietro le quinte affinchè nel Governo Italiano entrassero determinati personaggi graditi agli USA. Il senatore Sergio Flamigni afferma: ‘Il 13 maggio 1947 il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi cede alle sollecitazioni americane, e rassegna le dimissioni. Il giorno successivo, l’ambasciatore italiano a Washington, Alberto Tarchiani, viene ricevuto alla Casa bianca: il presidente Truman conferma l’appoggio degli Stati Uniti a un nuovo governo De Gasperi, ma a condizione che ne sia escluso il Pci. Il Capo dello Stato provvisorio Enrico De Nicola, dopo le rinunce dei presidenti incaricati Francesco Nitti e Vittorio Emanuele Orlando, affida l’incarico a De Gasperi, il quale forma un governo di democristiani, liberali e indipendenti, escludendo comunisti, socialisti e altre forze di sinistra. […] Ma l’esclusione dal governo delle forze della Sinistra – decisive nella guerra di liberazione e nella prima ricostruzione del Paese – rende assai precario l’equilibrio politico italiano. Così Gigliotti si adopera per propiziare un rimpasto che rafforzi il governo grazie al contributo di «gruppi che sono all’immediata sinistra del centro», e si attiva come ‘agente dell’anticomunismo’ tra Roma e Washington. Gigliotti si reca per due volte al Dipartimento di Stato americano, dove discute della composizione del governo italiano: ritiene «essenziale che Saragat entri al governo», e propone i nomi «di due altri italiani che possono aiutare ad allineare i partiti non comunisti al governo; Publio Cortini, e il colonnello Pacciardi». Successivamente, tramite una telefonata, sostiene di essere «al corrente del fatto che in Italia 50 generali si stanno organizzando per un colpo di Stato …. Ha detto che sono tutti anticomunisti, che sono pronti a tutto, e che sarebbe fatale se non si intervenisse a fermarli»’ (Sergio Flamigni, Trame Atlantiche, pag. 30-31). In I Giorni del Lavoro si legge quanto segue: ‘… in un documento strettamente riservato indirizzato al Dipartimento di Stato, sempre Dowling scrive: “Come già specificato ho avuto alcuni giorni fa due lunghi incontri con Gigliotti. Gigliotti ritiene essenziale che Saragat entri nel governo. Ha detto che a tal fine Joe Lupis potrebbe essere di grande aiuto. Ha detto inoltre che Lupis ne ha parlato con Lombardo e che questi è d’accordo. Ha fatto il nome di altri due italiani che possono aiutare ad allineare i partiti non comunisti al governo: Publio Cortini e il colonnello Pacciardi. L’ultima volta che mi ha parlato (per telefono un giorno di questa settimana) ha detto che è al corrente del fatto che in Italia 50 generali si stanno organizzando per un colpo di stato. Ha detto che sono tutti anticomunisti e pronti a tutto e che potrebbe essere fatale se non si interviene a fermarli”. Inoltre, Dowling nel suo rapporto scrive: “temo che stia cercando di riattivare la vecchia banda dell’Oss in Italia come mezzo per combattere il comunismo. Come è noto le attività di quel gruppo, messo in piedi per la maggior parte da italo americani quali Scamporino e Corvo, sono sempre state di dubbio odore e i più sono stati rispediti a casa quando Bob Joyce ha preso la direzione in Italia” ‘ (http://sites.google.com/site/storiadelmovimentooperaio/cronologia/1947-1-luglio—31-dicembre).

Le ragioni per cui gli USA volevano che il PSLI di Saragat entrasse nel nuovo Governo, si trovano nel testo della relazione che Saragat fece in una riunione ristretta del partito tenutasi a settembre 1947 – appena rientrato dal suo viaggio in America (dove aveva incontrato tra gli altri anche Frank Gigliotti) – e che uno dei pochi ammessi a quella riunione riservata si premurò a passare ai servizi segreti americani che informarono l’ambasciata: ‘Il motivo per cui si desidera l’ingresso del PSLI al governo è che molti circoli americani, specie i circoli protestanti, guardano con sospetto la clericalizzazione delle nazioni europee; il che crea un conflitto tra forze laiche e forze cattoliche. Queste ultime sono cresciute in America (sono circa 25 milioni i cattolici) e, attraverso il cardinale Spellman, influenzano la politica americana, con l’aiuto del Vaticano. Molti personaggi, come Truman, Marshall e Welles, che sono noti esponenti della massoneria e dunque tendono a difendere i laici, reagiscono all’influenza clericale. Ecco perchè il matrimonio De Gasperi-Saragat servirebbe a frenare l’ondata clericale. Saragat ha riferito che il PSLI è visto positivamente in America, dove la sua costituzione è considerata corretta, poichè corrisponde al desiderio di mantenere quella linea autonoma, socialista e al tempo stesso italiana, che gli americani apprezzano’ (in Roberto Faenza e Marco Fini, Gli americani in Italia, Feltrinelli Editore Milano, 1976, pag. 217-218).

E così Giuseppe Saragat entrò come uno dei vicepresidenti del Consiglio sia nel IV Governo De Gasperi (che durò dal 31 Maggio 1947 al 23 maggio 1948), assumendo questa funzione a metà dicembre 1947; che nel V Governo De Gasperi (in carica dal 23 maggio 1948 al 14 gennaio 1950), nel quale fu anche Ministro della Marina Mercantile; e Saragat era massone (cfr. Roberto Fabiani, I Massoni in Italia, pag. 16). Nel IV Governo De Gasperi entrò anche il colonnello Randolfo Pacciardi – anche lui come uno dei vice-presidenti del Consiglio – che era peraltro anche lui un massone, ma appartenente al Partito Repubblicano Italiano (PRI). Il Pacciardi poi sarà Ministro della Difesa nel Governo De Gasperi V, VI e VII. In merito a Publio Cortini, che Gigliotti riteneva essere tra coloro ‘che possono aiutare ad allineare i partiti non comunisti al governo’, facciamo presente che era anche lui un massone (dal 1953 al 1956 fu Gran Maestro del GOI quindi al vertice della Massoneria Italiana). Anche Joe Lupis, di cui fa menzione Gigliotti, era un massone, infatti nel libro In Banks We Trust (Nelle Banche Noi Confidiamo) scritto da Penny Lernoux leggiamo: ‘Gli Americani volevano riempire le posizioni chiave con persone che non erano nè fasciste e neppure di sinistra, ed una soluzione fu quella di appoggiarsi sulle organizzazioni internazionali Italo-Americane. Per la Sicilia questo significò in massima marte la Mafia, ma le logge Massoniche furono probabilmente più utili nel resto d’Italia. A quel tempo i Massoni Italo-Americani tendevano ad essere Democratici, come il sindaco di New York Fiorello La Guardia. Alcuni erano immigranti, come il sindacalista Giuseppe ‘Joe’ Lupis, che incanalò in Italia i soldi del sindacato Americano per frantumare il movimento del lavoro e creare associazioni anti-Comuniste durante la guerra fredda’ (Penny Lernoux, In Banks We Trust, Penguin Books, 1984, pag. 201 – cfr. Roberto Fabiani, I Massoni in Italia, pag. 17).

[Tratto dal libro, scaricabile gratuitamente in formato pdf, “La Massoneria Smascherata – Contro l’infiltrazione e l’influenza di questa diabolica istituzione nelle Chiese Evangeliche”, scritto da Giacinto Butindaro]

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