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La storia segreta dei gesuiti: 5) Le missioni dei Gesuiti all’estero

16 dicembre 2014

La storia segreta dei gesuiti: 5) Le missioni dei Gesuiti all’estero

historia-secreta-jesuitasParte III

Le missioni dei Gesuiti all’estero

Capitolo 1

India, Giappone e Cina

La conversione dei  “pagani” fu il primo obiettivo del fondatore della Compagnia di Gesù. Sebbene la necessità di combattere il protestantesimo in Europa occupava sempre di più l’attenzione dei suoi discepoli e questa azione politica e religiosa della quale vogliamo qui dare una breve sintesi, divenne il loro obiettivo principale, i gesuiti continuarono comunque la loro opera di evangelizzazione in terre lontane. Il loro ideale teocratico: porre il mondo sotto l’autorità della santa sede, richiedeva di andare in tutte le regioni del mondo per conquistare anime. Francisco Javier, uno dei primi compagni di Ignazio che, come lui, venne canonizzato dalla chiesa, fu  il grande promotore dell’evangelizzazione dell’Asia. Nel 1542 sbarcò a Goa dove trovò un vescovo, una cattedrale e un convento di francescani che con alcuni sacerdoti portoghesi avevano già cercato di diffondere la religione di Cristo. A causa dell’impulso che Javier diede a questo primo tentativo fu chiamato “l’apostolo dell’India”; in realtà fu un pioniere e un “motivatore” ma non riuscì ad ottenere risultati duraturi. Impetuoso ed entusiasta, sempre in cerca di nuovi campi d’azione predicava mostrando il cammino da seguire ma non sempre edificava basi solide sulle quali costruire. Nel regno di Travancore, Malacca, nelle Isole Banda ,in Makassar e a Ceylon, il suo fascino personale ed i suoi discorsi eloquenti meravigliarono grandemente le popolazioni di quei luoghi. Come risultato si convertirono 70.000 “idolatri” e particolarmente quelli di bassa casta e, per ottenere ciò, non disprezzò il sostegno politico e perfino militare dei portoghesi. Questi risultati, più spettacolari che solidi, risvegliarono in Europa un nuovo interesse per le missioni e portarono fama e un buon nome alla Compagnia di Gesù. Questo instancabile “apostolo”, anche se non perseverante, presto lasciò l’India per andare in Giappone e poi in Cina, dove andò per continuare il lavoro missionario e dove morì nel 1552. Il suo successore in India, Roberto de Nobile, applicò nel paese orientale la stessa metodologia applicata con successso dai gesuiti in Europa. Fece infatti appello alle classi superiori e concesse agli “intoccabili” di prendere l’ostia consacrata dalla punta di un bastone. Con l’approvazione di papa Gregorio XV adottò le vesti e le abitudini di vita dei bramini mescolando i riti cristiani con i loro riti. Grazie a questa ambiguità dichiarò di avere  “convertito”  ben 250.000 induisti anche se, “ un secolo dopo la sua morte, quando l’intransigente Papa Benedetto XIV proibì agli Indù di osservare i loro riti, tutto crollò e i 250.000 pseudo-cattolici scomparvero.”(1) 

Nel nord dell’India, nel territorio del grande Moghul Akbar – uomo tollerante che cercò di introdurre nel suo paese un sincretismo religioso nei loro stati – i gesuiti furono autorizzati a costruire un loro stabilimento a Lahore nel 1575 e i successori di Akbar concedettero loro gli stessi favori. Tuttavia, Aureng-Zeb (1666-1707), un musulmano ortodossa, pose fine a tutto questo. Nel 1549 Javier partì per il Giappone con due compagni e un giapponese di nome Yagiro che fu da lui convertito a Malacca ma gli inizi non furono molto promettenti. “I giapponesi hanno il loro concetto di morte, sono molto riservati ed il loro passato li ha radicati nel paganesimo. Gli adulti sorridono guardando questi strani uomini e i bambini li seguono provocandoli ”(2).

Yagiro, essendo giapponese, riuscì ad avviare una piccola comunità di 100 seguaci, Francisco Javier, invece, non parlando bene il giapponese, non riuscì nemmeno ad ottenere un’udienza con il Mikado. A differenza sua che lasciò il Giappone, vi furono invece due padri gesuiti che rimasero in questa terra ottenendo la conversione dei daimyos di Arima e di Bungo, successivamente nel 1579 si stabilirono a Nagasaki; essi sostennero di avere  convertito 100.000 giapponesi. Nel 1587 la situazione interna della nazione, distrutta a causa delle guerre tra clan, cambiò completamente. “I gesuiti approfittarono di questo stato di anarchia e delle loro strette relazioni con i commercianti portoghesi”(3).

Intanto però, Hideyoshi, nato nella classe più bassa, usurpò il potere attribuendosi il titolo di Taikosama e diffidò l’influenza politica dei gesuiti, la loro associazione con i portoghesi, e la loro connessione con i grandi e selvaggi  guerrieri giapponesi, i samurai. Pertanto, la giovane chiesa cattolica giapponese fu perseguitata violentemente: sei francescani e tre gesuiti furono crocifissi e molti convertiti furono uccisi e l’Ordine fu espulso dal paese; tuttavia questo decreto non fu mai veramente attuato infatti i gesuiti  continuarono segretamente il loro “apostolato”;  ma nel 1614, il primo Shogun, Tokugawa Yagasu, preoccupato da queste attività nascoste riprese le persecuzioni. Nel frattempo gli olandesi avevano preso il posto dei portoghesi negli affari commerciali e, a causa di ciò, il governo prese a guardarli molto da vicino;  da quel momento in poi una profonda diffidenza verso gli stranieri – sia ecclesiastici che laici – iniziò ad ispirare i leader nipponici e, nel 1638, una rivolta di cristiani di Nagasaki fu soppressa con il sangue. Per i gesuiti l’avventura in Giappone si era conclusa e così rimase per molto tempo ancora. Nel notevole lavoro di Lord Bertrand Russell, “Scienza e Religione” leggiamo di Francisco Javier il compitore di miracoli: “Sia lui che i suoi colleghi scrissero molte lunghe lettere che si sono conservate; in esse vengono relazionate le loro opere ma in nessuna di quelle che furono scritte durante la sua vita si menzionano poteri miracolosi. José Acosta, il gesuita che si prese cura degli animali del Perù, negò espressamente che questi missionari furono assistiti da miracoli nel loro sforzo per convertire i pagani; tuttavia, poco dopo la morte di Javier cominciarono ad emergere numerose storie di miracoli e che avesse il dono delle lingue. “Si raccontava anche che quando i suoi amici ebbero sete in mare trasformò l’acqua salata in acqua dolce e che quando gli cadde il crocifisso nel mare, un granchio glielo restituì. Secondo una versione che si raccontò posteriormente, aveva lanciato il crocifisso in mare per placare una tempesta. Quando fu canonizzato nel 1622 fu dimostrato in un modo soddisfacente per i funzionari del Vaticano che compì davvero dei  miracoli, poichè senza di questi nessuno può essere fatto santo. Il papa stesso diede garanzia ufficiale del dono delle lingue e fu particolarmente colpito dal fatto che Javier aveva acceso delle lampade con l’acqua santa al posto dell’olio. “Questo papa, Urbano VIII, era lo stesso che aveva rifiutato di credere alle dichiarazioni di Galileo. La leggenda continuò per giunta a migliorare; una biografia scritta dal Padre Bonhours pubblicata nel 1682 afferma che durante il corso della sua vita il “santo” risuscitò 14 persone…  Autori cattolici ancora gli attribuiscono il dono di compiere miracoli; in una biografia pubblicata nel 1872, Padre Coleridge della Compagnia di Gesù ribadì che Javier aveva il dono delle lingue”(4).

A giudicare dalle gesta menzionate, San Francisco Xavier meritò appieno la sua aureola.

In Cina i figli di Loyola godettero di un soggiorno prolungato e favorevole con solo alcune espulsioni; raggiunsero questo risultato alla condizione di lavorare principalmente come scienziati e di prostrarsi ai millenari riti di questa antica civiltà. “La meteorologia fu Il tema principale. Francisco Javier sapeva già che i giapponesi ignoravano  che la terra fosse rotonda,  per questo si interessarono molto a ricevere dai gesuiti insegnamenti su questo tema ed altri simili argomenti. In Cina divenne così ufficiale e, siccome i cinesi non erano dei fanatici, la situazione procedette in maniera pacifica”.  ” Un italiano, padre Ricci, fu colui che iniziò tutto; quando arrivò a Pechino, assunse il ruolo di astronomo prima degli scienziati cinesi … L’astronomia e la matematica erano una parte importante nelle Istituzioni cinesi; inoltre queste scienze permettevano al sovrano di stabilire le date per le sue cerimonie religiose e civili … Ricci portò informazioni che lo rendevano indispensabile e, grazie a questo, colse l’occasione per parlare del cristianesimo … Inoltre mandò a chiamare due sacerdoti che modificarono il calendario tradizionale stabilendo l’armonia tra il corso delle stelle e le manifestazioni terrene. Ricci aiutò anche nei compiti minori, per esempio, stilò una mappa murale dell’impero in cui accuratamente posizionò la Cina al centro dell’universo” (5).

Questo fu il lavoro principale dei gesuiti nel Celeste Impero;  per quanto riguarda l’aspetto religioso della missione l’interesse della gente fu però minimo. È interessante notare che, a Pechino, mentre i padri misero a rettifica gli errori astronomici dei cinesi, a Roma, la santa sede persistette nel condannare il sistema copernicano fino al 1822! Nonostante i cinesi non mostrarono alcuna inclinazione al misticismo, nel 1599 fu aperta a Pechino la prima basilica cattolica cinese. Alla morte di Ricci lo sostituì un tedesco, padre Shall von Bell, un astronomo che pubblicò anch’egli notevoli trattati in lingua cinese. Nel 1644 ricevette il titolo di “Presidente della Corte di Matematica ” suscitando la gelosia dei mandarini; nel frattempo, le comunità cristiane iniziarono ad organizzarsi. Nel 1617 l’imperatore, forse prevedendo i pericoli di questa penetrazione pacifica, ordinò la partenza di tutti gli stranieri. I sacerdoti gesuiti furono chiusi in gabbie di legno e mandati a lavorare tra i portoghesi di Macao ma fu presto chiesto loro di tornare poiché erano buoni astronomi. In realtà erano anche efficienti missionari, con 41 residenze in Cina, 159 chiese e 257 mila membri battezzati; tuttavia, una nuova reazione contro di loro ne causò l’espulsione e padre Shall fu condannato a morte; è palese che egli non ricevette quella sentenza solo per il suo lavoro nel campo della matematica. Un terremoto e un incendio al palazzo imperiale astutamente presentati come un segno di collera dal cielo, salvarono la sua vita e due anni dopo morì in pace e i suoi compagni dovettero lasciare la Cina. Nonostante ciò i gesuiti erano così apprezzati, che l’imperatore Kang-Hi si sentì in dovere di chiamarli di nuovo nel 1669 ordinando un solenne funerale per i resti di Tam lo Vam Tam (Jean-Shall von Bell). Questi onori insoliti furono solo l’inizio di favori eccezionali”(6).

Successivamente il sacerdote belga Verbiest  succedette a Shall come direttore delle missioni e dell’Istituto Imperiale di matematica; egli fece conoscere all’Osservatorio di Pechino strumenti famosi la cui precisione matematica fu oscurata da chimere, dragoni, etc… Kang-Hi, “despota illuminato” che regnò per 61 anni, apprezzò molto i servizi di quello scienziato che gli diede saggi consigli, che lo accompagnò in guerra e che lo aiutò nell’amministrazione di una fonderia di cannoni. Tuttavia quest’ attività militare e profana fu diretta “a maggior gloria di Dio”, come il padre gesuita ricordò all’imperatore in una nota inviatagli prima della sua morte: “Signore, io muoio contento perché ho usato quasi ogni momento della la mia vita per servire Sua Maestà; la prego umilmente di ricordare, dopo la mia morte, che il mio obiettivo in ogni cosa da me fatta, è stato quello di conseguire un protettore per la religione più santa dell’universo; è il più grande protettore era lei, il più grande re d’Oriente”(7).

Nonostante ciò, in Cina e nel Malabar, questa religione non poteva sopravvivere senza stratagemmi; I gesuiti dovettero porre la dottrina cattolica romana al livello della cinese, identificando Dio con il cielo (“TIEN”) o con il “Chang-Ti” (imperatore del cielo), mescolando i riti cinesi a quelli cattolici, accettando gli insegnamenti di Confucio, il culto degli antenati, ecc… Papa Clemente XI, dopo essere stato informato di tutto questo da ordini rivali, condannò questo “lassismo” dottrinale; come risultato, tutto il lavoro missionario dei gesuiti nel Celeste Impero fu distrutto e il successore di Kang-Hi vietò il cristianesimo. Gli ultimi padri gesuiti rimasti in Cina furono lì uccisi e non furono più sostituiti.

Capitolo 2

Le Americhe: Lo Stato Gesuita del Paraguay

I missionari della Compagnia di Gesù scoprirono  che il Nuovo Mondo era molto più favorevole dell’Asia per fare il loro proselitismo. Ivi non c’erano antiche civiltà conosciute, religioni fermamente stabilite e tradizioni filosofiche; esistevano solo tribù povere e barbare, spiritualmente impotenti di fronte ai laici conquistatori bianchi. Solo il Messico e il Perù, che tenevano ancora fresco nelle loro menti il ricordo degli dei aztechi e inca, osteggiarono per molto tempo questa religione importata ed oltre a ciò i Domenicani e i Francescani vi erano già ben stabiliti. i figli di Loyola realizzarono la loro attività aggressiva tra le tribù selvagge, i cacciatori e i pescatori nomadi; i risultati variavano in base alla fierezza e all’opposizione delle diverse popolazioni; in Canada, gli indiani Huron – pacifici e docili – accettarono facilmente il catechismo ma i loro nemici, gli Irochesi, attaccarono le stazioni gesuite istituite intorno al forte di Santa Maria e massacrarono i loro abitanti; gli Huron furono praticamente sterminati in circa dieci anni. Nel 1649 i gesuiti dovettero lasciare quel posto con circa 300 sopravvissuti. Non ottennero grandi risultati quando passarono i territori che oggi costituiscono gli Stati Uniti infatti fu solo nel 19°secolo che i gesuiti misero quivi le loro radici. In Sud America il lavoro dei gesuiti affrontò fattori sia positivi che negativi; nel 1546 i portoghesi invitarono i gesuiti a lavorare nei loro territori posseduti in Brasile e, mentre convertivano gli indigeni nativi, dovettero sperimentare numerosi conflitti con le autorità civili e altri ordini religiosi; la stessa cosa accadde a Granada. Il Paraguay, al contrario, visse la grande “esperienza” della Colonizzazione dei Gesuiti. Questo paese si estendeva dall’Atlantico alle Ande coprendo territori che oggi appartengono al Brasile, all’Uruguay e all’Argentina; le uniche vie d’accesso attraverso la giungla erano i fiumi Paraguay e Paraná. La popolazione era formata da indigeni nomadi e docili pronti a piegarsi sotto qualsiasi dominio, in cambio, venivano loro provveduti  cibo e tabacco da naso. I gesuiti non avrebbero  potuto trovare migliori condizioni per stabilire, lontani dalla corruzione dei bianchi e dei meticci, il tipo di colonia ideale, una “città di Dio” conforme al desiderio del loro cuori. Nei primi anni del 17° secolo il Generale dell’Ordine, al quale la Corte di Spagna aveva dato tutto il potere, trasformò il Paraguay in Provincia e lo “Stato gesuita” fiorì e si sviluppò. I docili selvaggi furono catechizzati e istruiti a vivere in maniera sedentaria sotto una disciplina dolce e forte allo stesso tempo: “Come un pugno di ferro in un guanto di velluto “. Queste società patriarcali deliberatamente ignoravano tutte le libertà: “Tutto quello che il cristiano possiede e utilizza, la capanna in cui vive, il campi coltivati, il bestiame che fornisce cibo e vestiti, le armi che porta, gli strumenti con cui lavora, anche l’unico coltello che viene dato ad ogni giovane coppia che si stabilisce in casa propria, è proprietà di Dio. Sulla base di questo concetto il ‘Cristiano’ non può disporre del suo tempo e di se stesso liberamente. Il bambino è sotto la tutela della madre e, appena inizia a camminare, viene subito soggiogato al potere dei padre o dei loro agenti … Quando la figlia femmina cresce impara a filare e ad usare il telaio mentre, nel caso di un figlio maschio, gli viene insegnato a leggere e scrivere, ma solo in Guarani, la lingua spagnola è vietata per impedire il commercio con i creoli corrotti … Non appena una ragazza compie il 14°anno di età e un ragazzo il 16° sono obbligati a sposarsi perché i genitori vogliono che essi non cadano in qualche peccato carnale … Nessuno di loro può essere un sacerdote, monaco e tantomeno un gesuita .. Praticamente nessuna libertà è permessa. Per quanto riguarda i benei materiali invece, è ovvio che siano felici … Al mattino, dopo la Messa, ogni gruppo di lavoratori va cantando per i campi, uno dopo l’altro, portando con sè qualche immagine sacra; in serata rientrano al villaggio, nello stesso modo, per ascoltare il catechismo o pregare il rosario. I padri gesuiti hanno anche pensato ad alcuni divertimenti onesti  per ‘cristiani’… “I gesuiti accudiscono le popolazioni come genitori eroprio come fanno i genitori puniscono anche i più piccoli errori… La frusta, il digiuno, il carcere, l’esposizione alla gogna nella piazza principale, la penitenza pubblica nella chiesa, queste sono le punizioni che utilizzano… Così i bambini ‘rossi’ del Paraguay non conoscono altra autorità se non quella dei “buoni padri”; non hanno neanche il vago sospetto che il re di Spagna sia il loro sovrano”(8).

Non è questo un quadro perfetto, la caricatura della società teocratica ideale? Considerate in che modo colpì il progresso intellettuale e morale dei beneficiari di tale sistema, quei “poveri innocenti”, come furono definiti dal marchese di Loreto: “L’alta cultura delle missioni non è altro che il prodotto artificiale di una serra che porta con sé un seme di morte perchè, nonostante tutta l’istruzione e la formazione, il Guarani è rimasto nell’interiore quello che era: un bradipo selvaggio, di mente ristretta, sensuale, avido e squallido. Come i padri stessi dicono, egli lavora solo quando sente dietro le spalle il pungiglione di un supervisore. Non appena sono lasciati soli, non importa se il raccolto sta marcendo nel campo, se gli strumenti stanno deteriorando e se le greggi sono disperse. Se non viene sorvegliato durante il lavoro nei campi potrebbe esser capace di  togliere il giogo da un bue e ucciderlo, accendere un fuoco con il legno dell’aratro e, con i suoi compagni, iniziare a mangiarne la carne mezza cotta fino a non far rimanere nulla. Sa che riceverà 25 frustate per questo ma sa anche che i padri non lo avrebbero mai lasciato morire di fame”(9).

Un libro afferma riguardo alle punizione inflitte dai gesuiti: “Il colpevole, indossando gli orpelli di un penitente, era  scortato fino alla chiesa dove confessava la sua colpa; successivamente veniva picchiato in piazza secondo il codice penale … Il colpevole riceveva sempre questa punizione, non solo senza mormorare, ma con gratitudine … Il colpevole, essendo stato punito e riconciliato, baciava la mano di colui che lo aveva colpito dicendo: ‘Dio ti ricompensi per avermi liberato, mediante questo lieve castigo, dalle sofferenze eterne che mi minacciavano’“(10).

Dopo aver letto questo, comprendiamo la conclusione di Boehmer: “Sotto la disciplina dei padri la vita morale dei Guarani si arricchì molto poco. Questi infatti si convertirono in devoti cattolici e superstiziosi che vedevano miracoli ovunque  e che sembravano  godere nel flagellare se stessi fino a sanguinare; impararono l’obbedienza e si legarono ai padri gesuiti – che si presero cura di loro – con una gratitudine filiale che, anche se non era molto profonda,  era comunque forte. Questo povero risultato prova che vi era una grave lacuna nei metodi educativi dei padri; quale fu questa lacuna?  Non cercarono mai di sviluppare nei loro figli indigeni facoltà inventive, il bisogno di attività e il senso della responsabilità. Erano stati loro stessi ad inventarsi giochi e intrattenimenti per i “cristiani”, pensavano per loro piuttosto che incoraggiarli a pensare da sé;  semplicemente li sottoposero ad una ‘formazione’ meccanica, invece di educarli ”(11).

Che altro potevano fare, se loro stessi avevano subito un’ “Istruzione” similare durata 14 anni? Potevano insegnare ai Guarani e agli studenti bianchi a “pensare con la propria testa” quando a loro stessi ciò era severamente proibito? Le seguenti parole sono state scritte, non da un gesuita del passato, ma da un contempoaneo: “Egli (il gesuita) non dimenticherà che la virtù caratteristica della Compagnia è quella di obbedienza totale nell’azione, nella volontà e persino nel giudizio… Tutti quanti i superiori saranno obbligatoriamente sottomessi a coloro che sono in grado più alto rispetto al loro, i quali allo stesso modo saranno sottomessi al Padre Generale, il quale a sua volta sarà sottomesso al Santo Padre… Tutto è stato  così organizzato per dare alla Santa Sede un’ autorità universalmente efficace e S. Ignazio era sicuro che l’insegnamento e l’educazione avrebbero riportato, da quel momento in poi, l’Unità Cattolica in un’ Europa divisa”. E’ stato con la speranza di “riformare il mondo”, scrisse padre Bonhours, che “aveva abbracciato in maniera particolare questo modo di operare: l’istruzione dei giovani”(12).

L’educazione dei nativi del Paraguay è stata effettuata sugli stessi principi che i padri gesuiti applicarono in passato, che tutt’ora applicano e applicheranno in futuro, a tutti e dappertutto. Il loro obiettivo – deplorato da Boehmer, ma considerato l’ideale agli occhi dei fanatici – è la rinuncia ad ogni giudizio personale, a qualsiasi iniziativa e ad una cieca sottomissione al superiore. Non è questo il “pinnacolo della libertà” e la “liberazione dalle proprie autolimitazioni”, elogiati da RP Rouquette e che già abbiamo citato in precedenza? I Guarani infatti sono stati “liberati” in un modo così efficace dal metodo gesuitico per più di 150 anni che, quando i loro padroni se ne andarono nel 18° secolo, ritornarono alle loro foreste e ai loro antichi costumi, come se nulla fosse accaduto.

Bibliografia:

1. “Les Jesuites”, “Le Crapouillot”, No. 24, 1954, p. 42.

2. Ibid.,p.43.

3. H. Boehmer, op. cit,, p. 162. India, Japón y China 55

4. Bertrand RusseH, “Science and Religión” (París: Ed. Gallimard, 1957), pp. 84-85,

5. “Le Crapouillot”, op. cit., p. 44.

6. H. Boehmer, op. cit.,p. 168.

7. “Correspondente” de Verbiest (Bruselas, 1931), p. 551

8. H. Boehmer, op.cit., pp. 197ss.

9. H. Boehmer, op. cít., pp. 197ss.

10. Clovis Lugon,”La Republiquc communiste chretiennedes Guaranis”,p. 197.

11. H. Boehmer, op. cit.,pp. 204-205.

12. F.Charmot,s.j.,”LaPedagogíe des Jesuites” (París: Edit. Spes, 1943), p. 39.

(Tratto da “La historia secreta de los Jesuitas” di Edmond Paris) pagg. 53-61

Traduzione a cura di Enrico Maria Palumbo.

[Tratto dal blog “La Spada dello Spirito“, amministrato da Enrico Maria Palumbo]

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