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Collusione della massoneria con i poteri criminali

27 giugno 2015

Collusione della massoneria con i poteri criminali

no-alla-massoneriaIntroduzione

Ho deciso di introdurre in questo mio libro anche una parte dedicata ai rapporti tra la Massoneria e i poteri criminali, perchè credo che sia importante conoscere a grandi linee le collusioni tra Massoneria e criminalità organizzata in Italia, per avere un quadro il più possibile chiaro sulla Massoneria. Citerò soprattutto delle informazioni presenti nel libro Fratelli d’Italia scritto dal giornalista Ferruccio Pinotti, che ritengo molto utile per capire questo aspetto della Massoneria, o meglio di una parte della Massoneria perchè non tutti i Massoni accettano o sono d’accordo con la presenza di criminali mafiosi nella Massoneria anche perchè l’ingresso di un criminale o di un mafioso nella Massoneria viola uno dei requisiti essenziali che deve avere il ‘profano’ per entrare nella Massoneria, cioè quello di essere di buoni costumi, che nel linguaggio massonico significa che il ‘profano’ per essere ammesso nella Massoneria ‘deve essere buon genitore, buon cittadino, rispettoso delle leggi, della morale comune e della libertà altrui; avere uno stile morale di vita, se non irreprensibile, almeno superiore alla media quanto a serietà, saggezza, discrezione e prudenza. Insomma non l’uomo perfetto, ma un uomo che mediamente, nel giudizio dei più, in una certa società ed in un determinato periodo, sia considerato persona onesta ed affidabile, corretto nelle relazioni umane, rispettoso delle leggi e degli altri. Dovrebbe essere questo l’individuo di “buoni costumi” del quale dobbiamo andare in cerca’ (http://www.esonet.it/News-file-print-sid-731.html). Tratterò anche brevemente i legami della Massoneria con la finanza, perchè esistono e sono anche forti. Ed infine farò un accenno anche ai legami che esistono tra la Massoneria e certi ambienti della magistratura.

Cosa nostra

I rapporti tra massoneria e mafia risalgono già al periodo della seconda guerra mondiale, quando il ‘pastore’ protestante Frank Bruno Gigliotti, massone ed agente dell’OSS (poi CIA), preparò lo sbarco in Sicilia degli alleati attraverso i rapporti con la mafia e la massoneria. Quindi la massoneria siciliana ha avuto un ruolo ‘fondamentale, insieme a elementi della mafia, nel preparare lo sbarco degli Alleati in Sicilia’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 37). Ma questi rapporti sono proseguiti nel tempo e si sono rafforzati.

L’ex Gran Maestro del GOI Giuliano Di Bernardo racconta che mentre era Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Armando Corona (1982-1990), siccome Corona fece riscrivere i regolamenti interni, le costituzioni del GOI, trasformando – come dice lui – ‘la massoneria in una specie di società per azioni in cui la giunta è diventata un consiglio d’amministrazione’ (Ibid., pag. 35), avvenne che la massoneria americana tolse il riconoscimento al GOI, e a questo punto rivela dei particolari a dir poco inquietanti: ‘La riforma della costituzione massonica voluta da Corona fece perdere al Grande Oriente il riconoscimento da parte della massoneria americana. I gran maestri regionali, soprattutto del Sud, che erano molto irritati, avevano rapporti molto stretti con la Gran Loggia di New York. Quindi anche con la mafia, infiltrata nella famosa loggia Garibaldi: un concentrato di esponenti dell’area grigia tra massoneria e malavita. Ricordo che una volta, quando andai in visita a quella loggia, pensai di avere intorno a me tutti i capi di Cosa nostra in America’ (Ibid., pag. 36-37).

Altre concrete prove sui rapporti tra Massoneria e Mafia provengono dal processo sull’omicidio di Roberto Calvi, infatti nella requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo ‘Omicidio di Roberto Calvi’, si legge a proposito di Angelo Siino, ex «ministro dei lavori pubblici» di Cosa nostra ed ora collaboratore di giustizia: «Gran Maestro dell’Oriente di Palermo della loggia massonica Camea, con il grado di trentatré, Angelo Siino ha riferito di aver incontrato per caso Roberto Calvi a Santa Margherita Ligure all’interno della sede della loggia, una chiesa sconsacrata, adibita a tempio massonico, mentre stava parlando con l’allora Gran Maestro della loggia, Aldo Vitale, personaggio importante in quella zona, medico condotto. Siino si era recato a Santa Margherita con Giacomo Vitale, cognato di Stefano Bontate, massone parimenti appartenente alla loggia Camea» (Requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo «Omicidio di Roberto Calvi», Procura della Repubblica, Tribunale di Roma, P.p. 13034/95 RG Noti, Roma, 9 Marzo 2007, parte I, p. 106; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 544). Siino descrisse quell’incontro in questa maniera: ‘Aldo Vitale, sempre espansivo, gentile ed accogliente nei suoi confronti, gli aveva detto di ‘aspettare un attimo’. Si era meravigliato ed aveva domandato al suo accompagnatore ‘ma chi è questo che è in compagnia di Vitale?’. Questi gli aveva risposto che era Calvi, ‘un banchiere di Milano’ ‘un personaggio importante’, ‘anche perchè gestisce dei soldi nostri’. Aveva usato il plurale maiestatis per fargli intendere che ‘gestiva dei soldi di Cosa nostra’. Nell’occasione, aveva detto che gestiva anche denaro di altri. Aveva usato l’espressione ‘e non solo’. Si era meravigliato del fatto che Aldo Vitale conoscesse Roberto Calvi. Era, però, un personaggio importante, anche amico di Licio Gelli, circostanza che aveva potuto constatare personalmente’ (Requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo «Omicidio di Roberto Calvi», Procura della Repubblica, Tribunale di Roma, P.p. 13034/95 RG Noti, Roma, 9 Marzo 2007, parte I, p. 106; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 544-545).

Oltre al Siino, anche un altro ex mafioso ora collaboratore di giustizia che si chiama Gioacchino Pennino è un massone, infatti nella requisitoria si legge a suo proposito: «Uomo d’onore riservato, medico specialista, Gioacchino Pennino ha fatto parte di una loggia appartenente all’obbedienza di Palazzo Giustiniani e, prima ancora, sin dagli anni Sessanta, all’ordine di Rito Scozzese antico e accettato di cui era Gran Sovrano il principe Giovanni Alliata di Monreale, che aveva sede a Roma, in via del Gesù, e che si rifaceva alla loggia del Mondo di Washington. Negli anni Sessanta aveva ricevuto il titolo massonico di ‘dumitis’ dell’Ordine del gladio e dell’aquila» (Verbale del 12 aprile 2006, Procedimento penale n. 13034/95 RG Noti, p. 8; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 545-546), ed ha rivelato delle cose sulla massoneria che vale la pena trascrivere: ‘Il principe Gianfranco Alliata è appartenuto alla famiglia mafiosa di Brancaccio e, al contempo, ha rivestito il ruolo di Grande Sovrano della massoneria di piazza del Gesù, con il ruolo di sovrano dell’ordine di Rito scozzese antico ed accettato, che aveva come riferimento il duca di Kent, la Gran Loggia Unita di Inghilterra e, in America, la loggia del Mondo di Washington. E’ stato uno dei mandanti della strage di Portella delle Ginestre per conto del partito monarchico e della massoneria. Facevano parte di questa massoneria Michele Sindona e Antonino Schifando; ed era frequentata da alcuni associati a Cosa nostra, quali Angelo Cosentino, responsabile della famiglia di Santa Maria del Gesù a Roma, con il ruolo di capo decina; da Giuseppe Calò e Luigi Faldetta. Aveva appreso le circostanze sull’appartenenza e le frequentazioni massoniche di questi boss nel corso degli anni, da Stefano Bontate e dal cognato Giacomo Vitale, entrambi defunti e massoni. Non era in grado di precisare a quale massoneria apparteneva Bontate. Giacomo Vitale, dapprima, apparteneva alla massoneria di piazza del Gesù e, successivamente, aveva aderito alla Camea, loggia di origine ligure, con alcune logge in Sicilia e a Palermo soprattutto. Gianfranco Alliata aveva presentato Michele Sindona a Stefano Bontate» (Ibidem).

E proseguiamo, perchè di prove ce ne sono altre molto importanti. Infatti nell’aprile del 1986 la squadra mobile di Trapani fece irruzione nel Centro, situato in via Carreca, sequestrando gli elenchi di sette logge massoniche (circa 200 gli iscritti). Dopo un attento esame si scoprì che una delle sette logge era ‘coperta’ e i suoi quasi cento affiliati non erano presenti in alcun elenco o registro ufficiale. Dopo qualche settimana emersero i primi nomi degli affiliati segreti: funzionari del comune e della provincia, un burocrate della prefettura, imprenditori edili, commercianti, un famoso deputato della Democrazia Cristiana, e boss mafiosi. Il giornalista Attilio Bolzoni scrisse allora su La Repubblica: «Alcuni ‘fratelli’, ammette un investigatore, oltre ad essere in buoni rapporti con i boss, occupano posti importanti nella Pubblica amministrazione. Altri, forse, hanno anche in mano le chiavi della città … Un sospetto inquietante’ (La Repubblica, 3 Dicembre 1986).

Di quel Centro si occupò pure la Commissione parlamentare antimafia. Nel resoconto stenografico della seduta del 4 dicembre 1992, che era presieduta dall’onorevole Luciano Violante si legge: ‘Nell’aprile del 1986 la magistratura trapanese dispose il sequestro di molti documenti presso la locale sede del Centro studi Scontrino. Il centro studi, di cui era presidente Giovanni Grimaudo – con precedenti penali per truffa, usurpazione di titolo, falsità in scrittura privata e concussione – era anche la sede di sei logge massoniche: Iside, Iside 2, Osiride, Ciullo d’Alcamo, Cafiero ed Hiram. L’esistenza di un’altra loggia segreta, trovò una prima conferma nel rinvenimento, in un’agenda sequestrata al Grimaudo, di un elenco di nominativi annotati sotto la dicitura ‘loggia C’; tra questi quello di Natale L’Ala, capomafia di Campobello di Mazara. Nella loggia Ciullo d’Alcamo risultano essere stati affiliati: Fundarò Pietro, che operava in stretti rapporti con il boss mafioso Natale Rimi; Pioggia Giovanni, della famiglia mafiosa di Alcamo; Asaro Mariano, imputato nel procedimento relativo all’attentato al giudice Carlo Palermo». La relazione della Commissione antimafia dice ancora quanto segue: «Nel procedimento trapanese contro Grimaudo vari testimoni hanno concordato nel sostenere l’appartenenza alla massoneria di Mariano Agate; dagli appunti rinvenuti nelle agende sequestrate al Grimaudo risultano poi collegamenti con i boss mafiosi Calogero Minore e Gioacchino Calabrò, peraltro suffragati dai rapporti che alcuni iscritti alle logge intrattenevano con gli stessi. Alle sei logge trapanesi ed alla ‘loggia C’ erano affiliati amministratori pubblici, pubblici dipendenti (comune, provincia, regione, prefettura), uomini politici (l’onorevole Canino ha ammesso l’appartenenza a quelle logge, pur non figurando il suo nome negli elenchi sequestrati), commercialisti, imprenditori, impiegati di banca. Gli affiliati a questo sodalizio massonico interferivano sul funzionamento di uffici pubblici, si occupavano di appalti e di procacciamento di voti in occasione delle competizioni elettorali, tentavano di favorire posizioni giudiziarie e di corrompere appartenenti alle forze dell’ordine amici. Il Grimaudo risulta aver chiesto soldi agli onorevoli Canino (Dc) e Blunda (Pri) per sostenerne la campagna elettorale; la moglie di Natale L’Ala ha testimoniato che, su richiesta del Grimaudo, il marito si attivò per favorire l’elezione degli onorevoli Nicolò Nicolosi (Dc) e Aristide Gunnella (Pri)» (Commissione parlamentare antimafia, resoconto stenografico della seduta del 4 dicembre 1992 [n. 38, XI legislatura] presieduta dall’onorevole Luciano Violante, pp. 1833-1834; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 561-562), e riferisce pure: «Particolare rilevanza assume, infine, nel contesto descritto, il rapporto di Grimaudo con Pino Mandalari. Mandalari fu arrestato nel 1974 per favoreggiamento nei confronti di Leoluca Bagarella e nel 1983, fu imputato con Rosario Riccobono. E’ legato a Totò Riina e socio fondatore nel 1974, con il mafioso Giuseppe Di Stefano, della società Stella d’Oriente di Mazara del Vallo, della quale fece parte dal 1975 Mariano Agate. Della società facevano parte parenti del boss camorristico Nuvoletta, membro di Cosa nostra. Mandalari è un esponente significativo della massoneria e riconobbe, nel 1978, le logge trapanesi che facevano capo a Grimaudo» (Ibidem; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 562-563). Il giornalista Antonio Nicaso definisce il Mandalari ‘il commercialista di Totò Riina’ e ‘Gran Maestro dell’Ordine e Gran Sovrano del Rito scozzese antico e accettato, un uomo al centro di mille sospetti e di altrettanti misteri’ (in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 533).

Anche negli atti del processo Dell’Utri emergono collusioni tra la Massoneria e la Mafia, infatti nella lunga requisitoria pronunciata dai pubblici ministeri Antonio Ingroia e Nico Gozzo nel corso di diverse udienze viene detto dai pm: «Il tema della massoneria è centrale in questa parte della requisitoria che riguarda la fine degli anni ’70. E’ fondamentale per l’associazione mafiosa, e specie per Bontate, che voleva svezzare Cosa nostra ed introdurla ancora di più negli ambienti che contano. Tramite la massoneria viene acquisita una serie di contatti […]. La massoneria – ed in particolare proprio Licio Gelli, fondatore della loggia massonica coperta Propaganda 2 – in quel periodo si trova al centro di una serie di interessi, che avevano come propri terminali associati mafiosi» (Testo della requisitoria relativa al procedimento penale numero 4578/96 N.R. nei confronti di Gaetano Cinà e Marcello Dell’Utri, pubblicato in Peter Gomez e Marco Travaglio, L’amico degli amici, Rizzoli-Bur, Milano 2005, p. 227). Ed in effetti, come dice Ferruccio Pinotti, ‘in Sicilia, tra il 1976 e il 1980, i mafiosi fanno a gara per entrare nella massoneria. Cosa nostra offre ai massoni l’efficacia della propria macchina militare, ma soprattutto una formidabile carta di pressione politica: il denaro. I massoni offrono ai boss i canali legali per riciclare e investire i soldi, i contatti politici giusti per concludere grandi affari e i magistrati adatti per l’«aggiustamento» dei processi. Le logge, negli anni Ottanta, fioriscono. Solo a Palermo, dopo la Camea, la Armando Diaz, la Normanni di Sicilia. Nella sola Sicilia all’epoca si contano più di centosettanta logge’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 576).

Questa commistione tra Massoneria e Mafia è stata confermata dal collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, l’ex capo mafioso di Castelvetrano (Trapani). Ecco infatti cosa riporta la requisitoria del PM Tescaroli (nel processo sull’omicidio di Calvi) sulle sue dichiarazioni in merito ai rapporti tra mafia e massoneria: «Appare utile, per poter apprezzare l’attendibilità delle sue dichiarazioni dibattimentali, riportare quanto ha riferito Calcara sui temi d’interesse del presente processo. In data 2.12.1992, ha riferito: ‘Voglio adesso parlare di un argomento del quale avevo già iniziato a parlare con il Giudice Borsellino ma solo a voce. E con il quale avevamo rimandato la verbalizzazione di tali fatti. Esiste infatti un grosso collegamento tra la Loggia Massonica di Castelvetrano, Campobello e Trapani e l’organizzazione mafiosa che milita in quella zona. Infatti il Vaccarino è un massone, e anche l’avv. Pantaleo di Campobello. Voglio essere molto preciso nel parlare di queste cose perchè chiaramente sono cose molto delicate. So per certo che molti uomini d’onore delle famiglie di cui ho parlato sono appartenenti alle Logge Massoniche. Una volta il Vaccarino parlando di tale argomento, mi disse che la Massoneria era una cosa grande, più grande di noi. E mi disse che il suo piacere era che io facessi parte di tale organizzazione. Fu lo stesso Vaccarino a dirmi che lo Schiavone è massone e nell’ambito delle famiglie si diceva che anche il giudice Carnevale era massone. Ricordo, che una volta mi recai a Roma e lì andai a trovare lo Schiavone il quale mi accompagnò a Montecitorio perchè io dovevo consegnare per conto di Pantaleo una grande busta sigillata, da consegnare a mano all’on.le Miceli dell’Msi. A Montecitorio la Segreteria dell’on.le Miceli mi disse che l’onorevole non era in sede. Io allora uscii da Montecitorio (fuori mi aspettava lo Schiavone) e chiamai per telefono il Pantaleo che mi aveva consegnato la busta. Questi mi disse di consegnarla allo Schiavone. Di tali fatti chiesi spiegazione al Vaccarino che mi disse: ‘Cose di Massoni’ e in quell’occasione aggiunse che parlavano di una cosa più grande di noi. Sono argomenti estremamente difficili e delicati perchè di difficile riscontro. Bisogna anche considerare che i probabili anzi più che probabili elenchi dopo tutti questi fatti siano stati occultati. Ricordo che il giorno prima che Borsellino morisse, conversammo, per telefono; Borsellino in quella occasione mi disse che dovevamo vederci presto per parlare di quelle ‘cose importanti’ e chiaramente intendeva riferirsi a quei discorsi sulla Massoneria che insieme avevamo fatto. Voglio aggiungere sull’argomento che ho anche sentito dire che l’on.le Culicchia era massone e comunque ribadisco che moltissimi uomini d’onore delle famiglie di cui ho parlato fanno parte della Loggia Massonica e ciò perchè per la realizzazione di determinati traffici tale condizione li aiutava, e anche per quello che è la vita sociale in genere. Voglio però precisare che non intendo affermare che, per quanto a mia conoscenza, il semplice fatto di essere massone significhi essere legato all’organizzazione mafiosa. Certo è comunque, come ho già detto, che i mafiosi che fanno parte della Loggia Massonica evidentemente ne ricevevano i loro vantaggi» (Requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo «Omicidio di Roberto Calvi», Procura della Repubblica, Tribunale di Roma, P.p. 13034/95 RG Noti, Roma, 9 Marzo 2007, parte II, pp. 288-289; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 585-586).

Come ha scritto giustamente un giornalista su La Repubblica: «Le affiliazioni massoniche offrono all’organizzazione mafiosa uno strumento formidabile per estendere il proprio potere per ottenere favori e privilegi in ogni campo, sia per la conclusione di grandi affari sia per l’aggiustamento di processi, come hanno rilevato numerosi collaboratori della giustizia’ (La Repubblica, 23 aprile 1993). E io aggiungo, non solo all’organizzazione mafiosa, ma anche a quei pastori evangelici corrotti che si affiliano alla massoneria – non importa se a logge ufficiali o coperte – per ricevere ‘aiuti’ dai criminali, che poi loro puntualmente presenteranno alle loro Chiese come aiuti provenienti da Dio! E di cosa bisogna meravigliarsi sapendo quanta corruzione e malvagità esiste nelle denominazioni evangeliche e che ci sono pastori in esse che si alleerebbero pure con il diavolo in persona per perseguire i loro interessi personali? Questi sono tra quei pastori amici di malfattori, che cercano il loro proprio interesse e non ciò che è di Cristo, e di cui il profeta Isaia dice: “I guardiani d’Israele son tutti ciechi, senza intelligenza; son tutti de’ cani muti, incapaci d’abbaiare; sognano, stanno sdraiati, amano sonnecchiare. Son cani ingordi, che non sanno cosa sia l’esser satolli; son dei pastori che non capiscono nulla; son tutti vòlti alla loro propria via, ognuno mira al proprio interesse, dal primo all’ultimo. ‘Venite’, dicono, ‘io andrò a cercare del vino, e c’inebrieremo di bevande forti! E il giorno di domani sarà come questo, anzi sarà più grandioso ancora!’” (Isaia 56:10-12). Guai a loro!

La commistione tra Massoneria e mafia in Sicilia è tale che dopo le stragi di Capaci e di Via d’Amelio, avvenute nel 1992, in cui furono uccisi dalla mafia i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ‘il professor Orazio Catarsini, uno dei massimi esponenti del mondo accademico, presidente del collegio dei Maestri Venerabili, sottopone ai confratelli delle logge un documento di condanna delle stragi, ma il documento non passa’ (http://www.alfiocaruso.com/milano_ordina.html).

L’ex Gran Maestro del GOI Giuliano Di Bernardo, a tale proposito, ‘ha raccontato al Procuratore di Palmi che, in una riunione del Collegio dei Gran Maestri delle logge siciliane, il 26 luglio 1992, il suo presidente, il professor Catarsini «aveva ritenuto opportuno far approvare un documento che attestasse la presa di posizione della massoneria rispetto alla mafia, anche alla luce dei gravi fatti accaduti con l’uccisione di Falcone e Borsellino. Subito dopo la riunione, Catarsini mi telefonò alle Canarie» ricorda Di Bernardo «dove mi trovavo in vacanza, comunicandomi, turbato, la mancata approvazione del documento, che lo aveva disorientato e non sapeva come interpretare»’ (Francesco Forgione & Paolo Mondani, Oltre la cupola: massoneria mafia politica, pag. 211).

‘Ndrangheta

C’è commistione anche tra la Massoneria e la ‘ndrangheta calabrese, una delle più potenti organizzazioni criminali in Italia, anzi la più potente secondo l’ex procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna che l’ha definita «la mafia più potente, l’agente monopolistico nel traffico degli stupefacenti. Ha collegamenti internazionali in Germania e in Francia e con logge massoniche coperte che non appartengono alla massoneria ufficiale: centri di interessi, di incontri, di agevolazioni’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 508).

Nel 2007 Giancarlo Bregantini, il vescovo cattolico romano di Locri, in un convegno ha dichiarato che «la mafia è diventata ancora più insidiosa perchè ora è meno evidente e stringe sempre più i rapporti con la massoneria» (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 509).

Sui rapporti tra Massoneria e ‘ndrangheta il giornalista Mario Guarino – esperto in rapporti tra massoneria e criminalità – ha scritto: «Mentre i manovali del crimine eseguono dunque il ‘lavoro sporco’ eliminando gli avversari, e mentre i capicosca trattano per accaparrarsi appalti e per concludere affari su enormi quantitativi di droga, ci sono Maestri della massoneria che, al riparo dei loro ‘centri studi’ o dei propri uffici commerciali o notarili, tessono la tela con pezzi del potere politico, finanziario o giudiziario. Essi rappresentano il ‘volto istituzionale’ delle ‘ndrine. E’ un passaggio obbligato, perchè attraverso la massoneria la ‘ndrangheta da organizzazione avulsa dalla società civile assume un’altra sembianza per diventare mafia imprenditrice» (Mario Guarino, Poteri segreti e criminalità – L’intreccio inconfessabile tra ‘ndrangheta, massoneria e apparati dello Stato, Dedalo, Bari 2004, pag. 105-106).

Anche il giornalista Antonio Nicaso – che risiede a Toronto perchè molti anni fa lasciò la Calabria e andò in Canada dietro suggerimento del magistrato Giovanni Falcone che praticamente gli disse: ‘Vattene, altrimenti ti uccideranno …’ – afferma sostanzialmente la stessa cosa: «La ‘ndrangheta ha modificato il suo assetto organizzativo per favorire l’ingresso dei suoi esponenti di vertice nelle logge coperte. Una sorta di enclave paramassonica in seno alla ‘ndrangheta è servita a favorire il dialogo diretto con esponenti delle istituzioni, della finanza, senza più delegare questo delicato compito ai politici. In Calabria, il processo di integrazione con gli ambienti eversivi e paramassonici avvenne nel 1979 quando, durante la latitanza a Reggio Calabria del terrorista nero Franco Freda, venne costituita la cosiddetta ‘Superloggia’, un organismo segretissimo con diramazioni a Messina e Catania, collegato alla Loggia dei Trecento, l’organizzazione massonica di Stefano Bontate. Alla Superloggia, oltre ai più importanti capibastone della ‘ndrangheta, avrebbero aderito esponenti della destra eversiva, ‘fratelli’ già affiliati alla P2 e ad altre logge coperte, uomini politici, rappresentanti delle forze dell’ordine e del mondo imprenditoriale, magistrati» (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 538).

Il magistrato Nicola Gratteri, che lavora presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria e che è un profondo conoscitore dei rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria, ha affermato che «massoneria, ‘ndrangheta, camorra e mafia si giovano del ‘trasversalismo’ che ormai impera anche nei rapporti tra politica e crimine organizzato, un trasversalismo che coinvolge sinistra, destra e centro senza distinzioni, da Forza Italia ai Ds» (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 514), e traccia delle analogie tra la ‘ndrangheta e la massoneria che secondo lui favoriscono una sorta di riconoscimento reciproco. Tra queste analogie c’è quella del giuramento, dice infatti il magistrato: «Anche nella ‘ndrangheta, come nella massoneria, agli affiliati è richiesto un giuramento di fedeltà, che prevede di recitare una formula, che tradotta in italiano suona: ‘Giuro su quest’arma e di fronte a questi nuovi fratelli di Santa di rinnegare la società di sgarro e qualsiasi altra organizzazione, associazione e gruppo e di fare parte della Santa Corona e di dividere con questi nuovi fratelli di Santa la vita e la morte nel nome dei cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso. E se io dovessi tradire dovrei trovare nello stesso momento dell’infamia la morte». Comunque, per Gratteri la doppia appartenenza sia alla ‘ndrangheta che alla massoneria è possibile, in quanto «la doppia appartenenza è particolarmente utile quando si tratta di operazioni di un certo livello, di sedersi al tavolo della pubblica amministrazione per decidere gli appalti» (Fratelli d’Italia, pag. 517-518, 519 – ‘Santa’ è il nome con cui è chiamata al suo interno la ‘ndrangheta).

Nel 1992 il procuratore di Palmi Agostino Cordova avviò una inchiesta sui rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria, e chiese al Grande Oriente d’Italia gli elenchi dei massoni calabresi. Allora era Giuliano Di Bernardo a capo del GOI. Il Di Bernardo mostrò un atteggiamento collaborativo, nonostante le pressioni interne, perchè si convinse che il lavoro di Cordova era fondato basandosi su elementi concreti. A tale riguardo, ecco dei particolari interessanti raccontati dal Pinotti sempre nel suo libro Fratelli d’Italia in cui intervista il Di Bernardo: ‘Di Bernardo, in quel momento, si sente in dovere di opporre resistenza all’inchiesta, ma qualcosa lentamente lo convince che il lavoro di Cordova non è infondato, che l’inchiesta del magistrato si basa su elementi concreti. E’ il passaggio più difficile del suo racconto. «Un giorno mi sono recato a incontrare Cordova in un luogo segreto. Ricordo ancora vividamente quell’incontro. Il Magistrato mi guardò fisso e mi apostrofò con queste parole: ‘Professore, lei lo sa di essere un fiore su una palude? Lo sa di rappresentare delle realtà con le quali lei non ha nulla a che fare?’ Cordova disse proprio così». Come valutò il professore quelle parole? «Inizialmente reagii male: ‘Come si permette di dire cose del genere? Le può dire solo se è in grado di dimostrarle’». Ma poi qualcosa mutò il suo atteggiamento. Di Bernardo spiega che Cordova gli produsse vasta evidenza empirica dei fatti, che le indagini sulle connessioni tra mafia, ‘ndrangheta e massoneria si basavano su denunce che provenivano addirittura dagli stessi massoni, cioè da liberi muratori onesti preoccupati del dilagare dei comitati d’affari e delle collusioni pericolose con ambienti malavitosi. Di fronte a queste rivelazioni, avvenute nell’incontro «segreto», Di Bernardo restò senza parole, ammutolito da una realtà molto più complessa di quella che poteva immaginare. Gli addebiti dell’inchiesta Cordova non erano fantasie, ma provenivano addirittura dall’interno del Grande Oriente. Non si trattava delle persecuzioni di un magistrato; ma di «fratelli» onesti, che erano stanchi di essere affiancati a disinvolti affaristi. Di Bernardo deve affrontare un grosso dilemma morale: collaborare con la magistratura, dando così ai «fratelli» l’impressione di averli traditi, o assumere un atteggiamento di cieca difesa, tradendo così la propria coscienza? Il Gran Maestro, in cuor suo, sente che non può ignorare quanto il magistrato gli sta dicendo; che il suo interlocutore ha delle ragioni serie per indagare. Sceglie così di collaborare con la giustizia, difendendo allo stesso tempo le ragioni della parte pulita della massoneria. Ma è una linea troppo sottile per essere compresa. Attorno a Di Bernardo si scatena un violento scontro, che non può essere percepito dall’esterno ma che scuote dalle fondamenta l’istituzione massonica’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 64-65).

Questa sua collaborazione con Cordova fece dunque infuriare il GOI, che gli si rivolta contro e lo lascia solo per indurlo a dimettersi, e difatti il 20 marzo 1993 durante una assemblea il Di Bernardo quando prende la parola ‘lancia accuse. Accuse contro gli istigatori dell’ormai evidente progetto. Contro coloro che ne erano diventati portavoce. Contro tutti quelli che si erano riuniti la sera precedente. Contro il governo dell’Ordine. Contro i Gran Maestri Onorari. Di Bernardo precisa e rilancia nuove accuse. Dichiara di essere stato lasciato solo. Isolato. Di non avere avuto alcun appoggio per le richieste di epurazione di alcuni fratelli. Di essere stato ostacolato nel suo progetto di trasparenza. Le accuse sono forti e cadono precise. Nella sala il silenzio è assoluto’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 70).

Nel libro Oltre la cupola si legge a proposito di quegli eventi: ‘E dentro al Goi si scatena la bagarre. Il Gran Maestro Di Bernardo propone l’operazione trasparenza, ma nessuno lo segue su questo terreno. Anzi, gli fanno poco alla volta le scarpe. Al Vascello, la grande casa del Goi tra villa Pamphili e il Gianicolo, si apre una lotta senza esclusione di colpi. Armando Corona si mette alla testa dei rivoltosi, non perdona a Di Bernardo di essere stato morbido con Cordova. La battaglia si svolge per qualche settimana alla pari, ma il timore di sbragare di fronte ai giudici sposta definitivamente l’ago della bilancia a favore dei ribelli’ (Francesco Forgione & Paolo Mondani, Oltre la cupola: massoneria mafia politica, pag. 218).

Ma quel violento scontro scoppiato all’interno della Massoneria contro il Di Bernardo è fatto anche di gravissime minacce che ricevono sia il Di Bernardo che la sua famiglia, minacce che lo porteranno a decidere di dimettersi e di uscire dal Grande Oriente d’Italia. Egli infatti il 14 Aprile 1993 convoca una riunione dei membri di Giunta del Grande Oriente, in cui afferma: «Volevo comunicarvi le mie decisioni. Ho ricevuto minacce gravissime e con me tutta la mia famiglia. Ho visto mia madre piangere per l’inquietudine che avevano suscitato in lei quelle minacce. Ne hanno ricevute mia moglie e i miei figli. La mia famiglia è spaventata e vive in constante angoscia. Ho quindi deciso di dimettermi’ (citato in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 73).

Ma che fine ha fatto poi quell’inchiesta di Cordova? Innanzi tutto proseguì tra tanti ostacoli. Lo stesso Agostino Cordova – come si legge nel libro Oltre la cupola – il 9 luglio 1993 davanti alla Commissione antimafia denunciò che ‘alla sua inchiesta stanno mettendo i bastoni fra le ruote. «Il fatto più allarmante è che sembra esservi una generale riluttanza ad eseguire le indagini. Abbiamo scritto pressoché a tutti gli organi di polizia giudiziaria – Digos, comandi provinciali dei carabinieri, guardia di finanza, eccetera – illustrandone l’oggetto. E’ raro però che vengano eseguite. Numerosi organi di polizia rispondono dicendo di non conoscere, nel loro territorio, l’esistenza di logge massoniche, talvolta anche in centri dove tali logge pullulano. Normalmente le indagini consistono nella spedizione di elenchi anagrafici di coloro che risultano iscritti alle varie logge. Quasi sempre gli elenchi li mandiamo noi, ma ad essi non segue nessuno sviluppo degli elementi acquisiti e ci si limita a mandare le generalità, notizie sull’attività svolta, qualche volta la denuncia dei redditi dell’ultimo anno e se quelle persone abbiano avuto “pregiudizi penali”, con ciò intendendo giudiziari. Ma questa è una attività che potremmo benissimo svolgere noi collegandoci all’anagrafe comunale e tributaria, o al terminale del ministero degli Interni. Questa degli organi di polizia è una strana indisponibilità, strana.». La stranezza è subito spiegata. Negli elenchi in possesso di Cordova innumerevoli sono gli ufficiali (esercito, CC, Finanza e Ps) appartenenti alle logge. Moltissimi anche i generali’ (Francesco Forgione & Paolo Mondani, Oltre la cupola: massoneria mafia politica, pag. 216-217). Ma essa proseguì anche tra tanti attacchi contro il magistrato, infatti sempre in Oltre la cupola si legge: ‘Nel frattempo il senatore Cossiga, sempre lui, viene a conoscenza del rapporto riservato che Cordova aveva inviato al Csm e reagisce in maniera furibonda. «Fascista. Paleostalinista. Modestissima persona. Ma chi ti ha fatto entrare in magistratura? Meno male che non lo feci nominare Superprocuratore antimafia», è solo qualche assaggio della vulgata cossighiana. Il senatore è infuriato per i riferimenti ai suoi rapporti con Armando Corona contenuti nella relazione. «Nel 1987», si legge nel rapporto «Corona, tramite l’onorevole Sergio Berlinguer (segretario generale del Quirinale), raccomandò a Cossiga il maresciallo De Lisa perchè fosse trasferito al Sismi.» L’ex capo dello Stato è «intervenuto molte volte in difesa della Massoneria, e Corona fu invitato all’insediamento di Cossiga e si recò da lui centinaia di volte». Nel caso di inviti improvvisi «Corona veniva prelevato all’aeroporto dagli autisti del Quirinale». Se ce ne fosse ancora bisogno, ecco un’ulteriore prova di interferenza della massoneria nei pubblici poteri: il capo dei massoni che raccomanda al capo dello Stato uno 007. Ma a Cossiga non pare così: «Cordova è andato a raccogliere spazzatura negli angiporti di qualche confidente delle forze di polizia» dirà ai giornalisti. La polemica non finisce lì, il senatore è fermamente intenzionato a dare una spallata decisiva all’inchiesta. Telefona al presidente Scalfaro e gli segnala una presunta illegalità del dossier Cordova, a cui fa seguire una interpellanza urgente al presidente del Consiglio e ai ministri di Grazia e Giustizia e dell’Interno dove adombra il sospetto di essere stato spiato da Cordova in maniera abusiva. Cossiga si sente perseguitato, tanto da sostenere di nutrire dubbi sulla sua incolumità e di avere bisogno di una scorta. Chiede persino che la Procura di Roma apra una indagine su chi lo avrebbe intercettato, visto che la raccomandazione di Corona gli arrivò per telefono’ (Francesco Forgione & Paolo Mondani, Oltre la cupola: massoneria mafia politica, pag. 218-219). Questo dimostra di quanto sia difficile persino ad un magistrato indagare su questo fronte così delicato.

Poi Agostino Cordova nell’ottobre 1993 fu trasferito a Napoli. Dice il giornalista Guarino: «Sperando che la smetta di occuparsi di questioni tanto destabilizzanti per la politica e la massomafia, i Palazzi del potere già da tempo avevano deciso di isolare Cordova, attraverso giornali ed emittenti amiche. La sua candidatura a Procuratore antimafia nazionale era stata bocciata, ma poichè il magistrato aveva le carte in regola, ecco il trasferimento-promozione alla Procura di Napoli, il 6 ottobre 1993. Un modo come un altro per far sì che non si impicciasse più di massomafia-politica. Prima di trasferirsi a Napoli, Cordova ha avuto la soddisfazione di assistere a una manifestazione popolare in suo favore’ (Mario Guarino, Poteri segreti …., pag. 512).

Poi le indagini vennero trasferite – per «incompetenza tecnica» della Procura di Palmi a occuparsi della materia – alla Procura di Roma nel giugno del 1994. Il procedimento rimase pressoché fermo per quasi sei anni, e poi nel dicembre 2000, il giudice per le indagini preliminari dispose l’archiviazione dell’inchiesta, nonostante nel corso degli anni fossero stati raccolti ottocento faldoni e ci fossero sessantun indagati (cfr. Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 80).

[Fonte: blog di Illuminato Butindaro, estratti dal libro “La Massoneria Smascherata”, di Giacinto Butindaro]

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