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Giovanni Calvino denunciò, approvò e difese l’uccisione di Michele Serveto

30 ottobre 2015

Giovanni Calvino denunciò, approvò e difese l’uccisione di Michele Serveto

Giovanni_CalvinoIl caso Serveto

Il medico spagnolo Michele Serveto, fuggito dal carcere di Vienne, in Francia, dove era detenuto a causa delle teorie religiose «eretiche» – negava la Trinità e ogni significato al battesimo dei bambini, elementi che lo ponevano tra le file degli anabattisti – era giunto a Ginevra nel 1553. …

Serveto fu arrestato il 13 agosto 1553 su denuncia di Calvino. Nella sua Istituzione egli è particolarmente violento nei riguardi di Serveto: «Il termine Trinità è stato ostico a Serveto, anzi detestabile, al punto che definisce senza Dio coloro che chiama trinitari. Tralascio molte delle espressioni villane e delle ingiurie da comiziante con cui farcisce i suoi scritti. Il sunto delle sue fantasticherie consiste in questo: si fabbrica un Dio in tre pezzi affermando che ci sono tre Persone dimoranti in Dio. Questa trinità è frutto di immaginazione in quanto contrasta con l’unità di lui; egli pretende perciò che le Persone siano idee o immagini esteriori, ma non dimoranti nell’essenza di Dio, che in qualche modo ce lo rappresentano […] fantasticheria mostruosa […] empietà […] bestemmia esecrabile […] fango […]».

Il Piccolo Consiglio di Ginevra assunse informazioni su Serveto dalle autorità di Vienne, che richiesero la sua estradizione. Posto all’alternativa di essere rimandato nella città francese o subire un processo a Ginevra, Serveto scelse di rimanere nella città svizzera. Consultati anche i teologi delle chiese di Basilea, Berna, Sciaffusa e Zurigo, il Consiglio, che pure poteva anche limitarsi a bandire Serveto dalla città, emise, il 26 ottobre 1553, la sentenza di morte che fu eseguita, mediante rogo, il giorno seguente.

Simile è il caso successivo di un altro antitrinitario italiano, il calabrese Valentino Gentile, imprigionato a Ginevra nel 1558, interrogato da Calvino in persona e costretto ad abiurare per evitare la condanna a morte – che subì però a Berna, nel 1566, per la stessa accusa.

Calvino, che pure approvò la sentenza di condanna di Serveto – limitandosi a chiedere di commutare ll rogo con la decapitazione – non può tuttavia essere ritenuto responsabile, come si è ritenuto e ancora in parte si ritiene, dell’esecuzione di Serveto, la quale è da addebitarsi interamente ai magistrati di Ginevra, la maggioranza dei quali, tra l’altro, guardava allora con diffidenza alle riforme proposte da Calvino, come dimostra la decisione presa il 7 novembre di quello stesso anno dal Consiglio dei Duecento, di attribuire al Piccolo Consiglio il potere di comminare la scomunica, togliendolo al Concistoro. Tuttavia da quest’episodio è nata la leggenda di un Calvino dittatore di Ginevra, alimentata da autorevoli intellettuali moderni come Aldous Huxley e Stefan Zweig: in realtà Calvino, cui fu conferita la cittadinanza ginevrina soltanto nel 1559, come qualunque altro habitant non aveva il minimo potere di influire sull’amministrazione della giustizia. La sua approvazione della condanna a morte di Serveto lo conferma semmai come figlio del suo tempo.

Calvino pubblicò nel 1554 la Defensio orthodoxae fidei, contra prodigiosos errores Michaelis Serveti Hispani sostenendo che la condanna di Serveto fu giusta perché le sue dottrine mettevano in pericolo le anime di coloro che le avessero accettate.

[Tratto da: https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Calvino%5D

Il giudizio morale di Sébastien Castellion contro l’intolleranza di Calvino

Dopo aver difeso la libertà e la tolleranza religiosa nell’opera De haereticis, an sint persequendi,… (Degli eretici, se debbano essere perseguitati,…), il savoiardo Sebastian Castellion scriveva nell’opuscolo Contro il libello di Calvino a proposito della condanna al rogo di Michele Serveto, medico antitrinitario spagnolo rifugiatosi dall’Inquisizione a Ginevra e colà condannato come eretico:

«Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo. Quando i ginevrini hanno ucciso Serveto non hanno difeso una dottrina, hanno ucciso un uomo. Non spetta al magistrato difendere una dottrina. Che ha in comune la spada con la dottrina? Se Serveto avesse voluto uccidere Calvino, il magistrato avrebbe fatto bene a difendere Calvino. Ma poiché Serveto aveva combattuto con scritti e con ragioni, con ragioni e con scritti bisognava refutarlo. Non si dimostra la propria fede bruciando un uomo, ma facendosi bruciare per essa »
(Sebastian Castellion,Contro il libello di Calvino, Torino 1964)

[Tratto da: https://it.wikipedia.org/wiki/S%C3%A9bastien_Castellion%5D

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