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Martirio di Jan Huss (1369 – 1415), riformatore religioso boemo

23 gennaio 2016

Martirio di Jan Huss (1369 – 1415), riformatore religioso boemo

Jan-husIntroduzione di G. Falco

Abbiamo già visto nelle pagine precedenti che l’Europa dei principi, dei cardinali, delle Università non era disposta ad accogliere le tesi dei riformatori, per cui il concilio di Costanza fu unanime nella condanna di Wiclif e di Huss. Il riformatore boemo fu bensì ammesso a sostenere le sue tesi (Wiclif era morto nel 1384), ma le due parti rimasero ferme sulle loro posizioni; né poteva essere altrimenti. Le dottrine di Huss scuotevano dalle fondamenta, insieme all’edificio gerarchico e sacramentale della Chiesa, le strutture stesse della società civile.

A noi qui interessano non già le idee del riformatore boemo, ma « l’umana grandezza del martire », che non volle tradire la verità, la sua verità, ma la difese con fermezza, pronto, come diceva, a ricredersi se fosse stato convinto per forza di ragione e sulla base dei testi sacri, non a piegare il capo all’autorità. Vero è che il riformatore pretendeva di annullare dieci, undici secoli di storia « e rifarsi da capo alla purezza della Chiesa primitiva ». Tutto ciò lo condusse inesorabilmente al martirio. « Le ragioni della storia erano più potenti e tremende della volontà di un uomo, l’urto inevitabile, il martirio fecondo ».

Jan Huss difende le sue tesi dinanzi ai padri conciliari

Nelle more dei negoziati e dei procedimenti contro i pontefici, un altro grave problema era stato affrontato, un problema diverso nelle apparenze, ma sostanzialmente connaturato col primo, cioè fondato anch’esso sulla crisi del principio d’autorità: l’eresia di Wiclif e di Huss. La lotta contro lo Hussitismo è la testimonianza più significativa dello sforzo quasi sovrumano compiuto dal Concilio per agire rivoluzionariamente e non lasciarsi travolgere dalla rivoluzione (Nota 1).

Prima di partire per Costanza Huss s’era accommiatato dagli amici raccomandando loro di chiedere a Dio per lui la forza d’animo necessaria, « affinché, se la morte era inevitabile, la sopportasse con fermezza, e se gli fosse dato di tornare, potesse farlo con onore e senza tradire la verità ». Forse era il presentimento della fine, certo la coscienza della dura battaglia che avrebbe dovuto sostenere davanti al Concilio. Non è oggi il caso di rifare il processo ai Padri e all’imperatore Sigismondo, che lo condannarono a morire sul rogo. Vi furono gli orrori della prigionia e i clamori dell’assemblea accanita contro di lui, ma insomma, secondo il suo desiderio, egli ebbe modo di farsi ascoltare più di una volta pubblicamente e, prima della condanna, tutte le vie furono insistentemente tentate per indurlo alla ritrattazione. Se, nonostante le disposizioni del Concilio, nonostante la quasi ingenua e sempre rinascente illusione di Huss, che gli bastasse proclamare la sua fede per convincere gli avversari, le due parti rimasero incrollabilmente nelle rispettive posizioni, ciò non derivò da un malinteso o da cattiva volontà degli uomini, ma da un conflitto sostanziale. Ed è umana e storica grandezza del martire non aver rinnegato quella ch’egli considerava la verità, che aveva dato una coscienza al suo popolo e ch’era destinata a distanza d’un secolo a spezzare l’unità del mondo cattolico.

Pure sgombrato il campo dalle false accuse dei nemici, la dottrina della predestinazione, l’indegnità ch’egli decretava, in base a un criterio morale, a principi e sacerdoti, scuoteva dalle fondamenta, insieme con la costituzione dello stato, l’edificio gerarchico e sacramentale della Chiesa. Egli si appellava ai Libri Sacri ed ai Padri; era venuto per farsi illuminare; quasi meravigliato, si dichiarava disposto a riconoscere i proprii errori, purché lo si persuadesse con ragioni o testimonianze migliori delle sue. Ma le grida soffocavano la sua voce. Sigismondo confessava al conte palatino che non v’era in tutta la Cristianità maggior eretico di Huss, e Pietro d’Ailly inveiva contro di lui, che non contento d’aver abbassato la dignità ecclesiastica, attaccava anche i principi. In una parola, Huss voleva discutere, convincere o essere convinto per forza della ragione e dei testi sacri, cioè, nella sua illusione, annullare la storia e rifarsi da capo, alla purezza della Chiesa primitiva, nella realtà, condurre a fondo i principii rivoluzionari di nazione, di stato, di religione, ch’erano maturati nel Grande Scisma. Invece il Concilio non ammetteva discussioni, voleva un o un no, cioè la pura e semplice ritrattazione delle proposizioni dichiarate eretiche dalla Chiesa.
Per ricomporre l’unità cattolica l’Europa era stata costretta a violarne il primo principio; nulla di strano che insorgesse ora contro il predicatore di riforma, l’eretico, il seminatore di scisma, e tanto più s’irrigidisse nell’ortodossia, quanto più grande sentiva il pericolo del sovvertimento civile e religioso. Nessuna meraviglia del pari che Sigismondo, trepidante per le sorti dei suoi stati e dell’impero, alla fine di una seduta, dopo che Huss era stato allontanato, ammonisse caritatevolmente i « reverendissimi Padri » di condannarlo al fuoco e di fare di lui ciò che il diritto prescriveva, ma, comunque, quand’anche si fosse ritrattato, di non credergli, di non lasciarlo tornare in Boemia, d’impegnare vescovi e prelati, principi e sovrani, ad abbattere e sradicare la sua eresia.
Il nome di Sigismondo ne è rimasto macchiato e il rimedio suggerito da lui ha promosso, più che non abbia soffocato, lo spirito d’indipendenza e di riforma. Ma anche qui le ragioni della storia erano più potenti e tremende della volontà di un uomo, l’urto inevitabile, il martirio fecondo. Interprete di nuove esigenze, antesignano di una duplice ed unica rivoluzione, Huss coi suoi seguaci s’era fatta una propria Chiesa che gli dava ragione; custode di una tradizione più volte secolare, la Chiesa cattolica lo condannava; nessun accordo era possibile senza che l’una o l’altra parte rinnegasse se stessa.
Nell’attesa della sentenza definitiva, tra la fine di giugno e i primi di luglio 1415, Huss chiese di confessarsi a Stefano Palecz, un compatriota, il più tenace dei suoi oppositori. Quando il Palecz entrò nella cella piansero a lungo insieme, poi Huss gli chiese perdono di averlo spesso oltraggiato, soprattutto di averlo chiamato mentitore, ma gli rimproverò la sua ingiustizia, senza riuscire tuttavia a convincerlo. In quel dissidio, e in quel pianto comune, è raccolta quasi in simbolo la fatalità storica di una tragedia, che umana carità non poteva scongiurare.
Il 6 luglio 1415 fu data pubblica lettura della sentenza dal vescovo di Concordia: « Il santo Concilio, constatando che Giovanni Huss è ostinato e incorreggibile, e rifiuta di rientrare nel seno della Chiesa e di abiurare i suoi errori, decreta che il colpevole sia deposto e degradato alla presenza dell’assemblea, e poiché la Chiesa non può più aver che fare con lui, lo abbandona al braccio secolare ». Quando, dopo la degradazione, gli posero sul capo l’alta mitra di carta con l’iscrizione « Hic est haeresiarcha » (Nota 2) e gli dissero: « Noi abbandoniamo la tua anima a Satana », egli rispose, congiungendo le mani ed innalzando gli occhi al cielo: « Ed io l’abbandono al mio misericordioso Signore Gesù Cristo ». Poi mosse verso il luogo del supplizio, levando ad ora ad ora l’invocazione: « Jesu Christe, Fili Dei vivi, miserere mei; Jesu Christe, Fili Dei vivi qui passus es pro nobis, miserere mei ». (Nota 3)
Seguì la sua sorte il 30 maggio 1416 Gerolamo da Praga, che dopo essersi ritrattato, aveva sfidato il Concilio riconfermando la sua fede ed esaltando la bontà, la giustizia, la santità del maestro, ucciso ingiustamente. In Boemia l’incendio divampava, e le immagini di Giovanni Huss e di Gerolamo da Praga, come di santi, venivano adorate nelle chiese.


Note:
(Nota 1) Intendi: le tesi conciliaristiche conclamanti la superiorità del concilio sul papa erano tesi rivoluzionarie. Accettandole i padri conciliari erano tuttavia ben decisi a « non lasciarsi travolgere dalla rivoluzione », a non procedere sulla via indicata da Wiclif e Huss, che con le loro dottrine infirmavano il principio stesso di autorità e aprivano una prospettiva di vita democratica nella Chiesa.

(Nota 2) « Costui è capo di eretici ».

(Nota 3) « Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me; Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, tu che soffristi per noi, abbi pietà di me ».


Fonte: http://www.sentieriantichi.org/storia/janhuss.html

G. Falco, La Santa Romana Repubblica, Ricciardi, Milano-Napoli, 1968.
Citato da: Antonio Desideri, Secondo Millennio, Storia e storiografia per gli istituti tecnici, vol. I, pagg. 237-239.
Casa ed. G. D’ANNA, Messina – Firenze, 1981.
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