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«Adesso la ’ndrangheta fa parte della massoneria», parole di un boss ‘ndranghetista

19 novembre 2016

«Adesso la ’ndrangheta fa parte della massoneria», parole di un boss ‘ndranghetista

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Parole tratte dal libro «Padrini e padroni», scritto da Nicola Gratteri e Antonio Nicaso:

Il rapporto con la massoneria più o meno deviata, come si è visto, è di lunga data. Affiora già nel 1869, e continua a emergere anche oggi, come dimostra una delle tante operazioni su questo filone di indagine, la «Kyterion 2», coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Salvatore Scarpino, detto «Turuzzo», è un noto imprenditore di legnami. In una conversazione intercettata dai carabinieri, spiega l’importanza di avere i contatti giusti: «Ho un problema […] su Roma, qualsiasi tipo di problema […]» dice. «Loro hanno il dovere… siccome è una massoneria, siamo. Cioè uno, quando uno di noi ha un problema, si devono mettere a disposizione… E devono risolverlo il problema.» Per i magistrati, Scarpino è un uomo che «per conto della consorteria cutrese si impegna in operazioni finanziarie e bancarie, e mantiene contatti diretti e frequenti con il capo locale Grande Aracri Nicolino», ponendosi «da intermediario tra questi e altri soggetti estranei all’associazione al fine di consentire l’avvicinamento a settori istituzionali per il tramite di ordini massonici e cavalierati».

In un’intercettazione telefonica resa pubblica nel 2013, Pantaleone Mancuso, detto «Zio Luni», esponente di spicco della ’ndrangheta, arriva a dire che la ’ndrangheta non esiste più. «Una volta a Limbadi, Nicotera, Rosarno c’era la ’ndrangheta. Adesso la ’ndrangheta fa parte della massoneria. Ha però le stesse regole.» Poi chiarisce: «Ora è rimasta la massoneria e quei quattro storti che ancora credono alla ’ndrangheta! Una volta era dei benestanti la ’ndrangheta. Dopo gliel’hanno lasciata ai poveracci, agli zappatori… e hanno fatto la massoneria! Le regole quelle sono! Come ce l’ha la massoneria ce l’ha quella! […] Il mondo cambia e bisogna cambiare tutte [le] cose! Oggi la chiamiamo “massoneria”, domani la chiamiamo P4, P6, P9».

Un altro affiliato, sul versante opposto, quello ionico, nel corso una conversazione con la moglie, fa un ragionamento tutto particolare: «C’è una che si sa e una che non la sa nessuno, perché se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano». Le parole scorrono via rapide come le curve della Statale 106. Sebastiano Altomonte fa il sindacalista scolastico ed è anche consigliere comunale a Bova Marina. Nemmeno immagina che una microspia sta registrando le sue conversazioni. E aggiunge: «C’è la visibile e l’invisibile che è nata da un paio di anni e che non la sa nessuno, solo chi è invisibile». Di Altomonte così scrivono i magistrati: «Funge da anello di congiunzione tra esponenti di spicco della locale criminalità organizzata ed appartenenti al settore politico-amministrativo della fascia ionico-reggina, tra i quali l’ex consigliere regionale Domenico Crea; mantiene rapporti privilegiati con famiglie di ’ndrangheta del comprensorio di Africo (Glicora, Micantoni, Criaco); partecipa alla costituzione di una sorta di “cupola”, unitamente ad altri personaggi di vertice quali Leone Morello, Leone Modaffari e Antonino Vadalà, finalizzata ad esercitare il predominio nel comprensorio di Bova Marina oltre che a gestire un gruppo politico alle loro dipendenze; mantiene costanti rapporti con tutte le cosche della fascia ionico-reggina in quanto parte del predetto gruppo criminale che definisce degli “invisibili”».

Nel maggio 2016, in riferimento all’operazione «Fata Morgana», il gip di Reggio Calabria, Domenico Santoro, scrive: «[…] l’organizzazione “fotografata” dalla presente indagine travalica i confini calabresi e non solo al fine di intessere illecite relazioni con omologhi circuiti delinquenziali (mafia, camorra o altre associazioni del medesimo stampo) ovvero con sistemi di dominio altrettanto ferali (per esempio, interlocutori di rango politico e/o amministrativo deviati, associazioni segrete come la massoneria, circuiti economici dal potere radicato), ma già in quanto costituita secondo un organico complesso il cui impianto risulta articolato in più ordini, in più livelli». Concetti che erano stati già ribaditi dalla Commissione d’inchiesta sulla mafia nell’XI legislatura e in particolare dalla relazione Cabras, che aveva definito le logge massoniche occulte come l’anello di congiunzione fra la mafia e la politica e più in generale gli ambienti sociali localmente influenti.

Nel luglio 2016, i risultati di un’indagine del Raggruppamento speciale operativo dei carabinieri coordinata dal pm Giuseppe Lombardo della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, guidata da Federico Cafiero de Raho, confermano l’esistenza di quella componente insospettabile e invisibile della ’ndrangheta, già evocata in altre inchieste precedenti. Si tratterebbe di una evoluzione della Santa, cioè una struttura «segreta» capace di infiltrarsi negli ambienti politici e di sedersi al tavolo in cui si prendono decisioni importanti. Durante una conversazione intercettata il 24 luglio 2013, un uomo molto vicino a Pasquale Libri dice: «Ci sono un sacco di cose… regionali… mondiali… queste non le sanno tutti… e neanche loro sapevano queste cose… tutte tutte non le sanno… sono arrivati fino ad un certo punto… poi basta… in effetti sapevano dell’Australia, dell’America… […] però c’è un’altra cosa ancora che non la sanno nemmeno loro… qua a Reggio contano i… i Segreti… Giorgio De Stefano gliel’ha calata la questione… sei, sette… erano in totale… il coso è di sette».
Il «coso» sarebbe un nuovo livello della ’ndrangheta, invisibile e sconosciuto ai più: una componente riservata, alla quale spettano compiti di direzione strategica. Alcuni degli «invisibili» individuati durante l’indagine «Mammasantissima» erano già stati indagati al tempo dell’operazione «Meta», coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Lombardo e dal colonnello dei carabinieri Valerio Giardina.
Scrive il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Reggio Domenico Santoro, nell’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di cinque persone, tra cui un ex deputato, un senatore e un ex consigliere regionale:
«Le conoscenze acquisite, in definitiva, si connotano per l’essere in grado di rappresentare una realtà che definire allarmante è eufemistico, consegnando, specie per quanto riguarda la città di Reggio Calabria, dei fotogrammi che fanno comprendere, nei limiti propri della presente fase, come ogni momento significativo della vita politica ed economica appaia essere stato determinato da un nucleo riservato di soggetti, legati alla storia della ’ndrangheta cittadina, specie a quegli ambiti occulti che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia hanno illustrato a partire dagli anni Novanta e che allignano nell’evoluzione stessa della ’ndrangheta da società dello sgarro a quella che sarebbe stata la base dell’attuale principale agenzia criminale mafiosa (non solo italiana ma – non sembri eccessivo – mondiale).»
Il senatore Antonio Caridi, finito al centro dell’inchiesta «Mammasantissima» e accusato di essere uno degli strumenti “riservati” usato per piegare le istituzioni ai voleri dei clan, viene arrestato agli inizi di agosto del 2016. «Contro di me accuse infamanti e senza alcuna prova» si difende prima del voto con cui il Senato accoglie la richiesta per il suo arresto.

Significativo il commento del generale Giuseppe Governale, comandante del Raggruppamento speciale operativo dei carabinieri: «Per la prima volta, non è la politica che si è messa a disposizione. Qui siamo in presenza di un’altra cosa: è la struttura che, managerialmente, costruisce uomini per infiltrare ai vari livelli il mondo istituzionale. E lo fa al comune di Reggio Calabria, alla provincia, alla regione, tenta di farlo al parlamento nazionale e tenta di farlo addirittura al parlamento europeo. È una strategia programmatica per alterare l’equilibrio e il ruolo di concerto democratico degli organi istituzionali, cercando di orientare le scelte verso gli interessi della criminalità». Per il generale Governale si tratta di un’operazione spartiacque che ribadisce l’urgenza di «illuminare questa area con riflettori capaci di stigmatizzare i comportamenti che assumono differenti tonalità di grigio». Un’operazione dalla quale non si può prescindere, al pari di «Olimpia», «Armonia», «Crimine», «Infinito», per comprendere la complessità della ‘ndrangheta e i suoi rapporti con il potere, più o meno visibile.

Altrettanto significative sono, in quest’ottica, le dichiarazioni dell’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia (GOI), Giuliano di Bernardo, interrogato dal pm Lombardo durante le indagini sull’operazione «Mammasantissima»: «Ettore Loizzo, ingegnere di Cosenza, mio vice nel GOI, persona che per me era il più alto rappresentante del GOI, nel corso di una riunione della Giunta del Grande Oriente d’Italia [una sorta di CdA del GOI in cui era presente anche il successore Gustavo Raffi], […] che io indissi con urgenza nel 1993 dopo l’inizio dell’indagine del dottor [Agostino] Cordova sulla massoneria, a mia precisa richiesta, disse che poteva affermare con certezza che in Calabria, su 32 logge, 28 erano controllate dalla ‘ndrangheta. Io feci un salto sulla sedia».

Nel corso della stessa testimonianza, Di Bernardo racconta di aver esposto il problema al duca di Kent, che è al vertice della massoneria inglese: «Lui mi disse che già sapeva questa situazione tramite notizie da lui avute dall’Ambasciata in Italia e dai servizi di sicurezza inglesi». E’ la sinergia la cornice entro la quale interpretare le evoluzioni della ‘ndrangheta, sempre più lontana da quella dimensione di arretratezza atavica in cui in modo troppo semplicistico e con altrettanta superficialità è stata sempre collocata.

Purtroppo, c’è chi tende ancora a minimizzare. «Non sono un criminale, non sono un delinquente» sostiene nel corso di dichiarazioni spontanee davanti ai giudici del tribunale di Milano l’avvocato tributarista Pino Neri, accusato di associazione mafiosa. «E non c’è nessun locale di ‘ndrangheta a Pavia. Questo è un processo basato sulle chiacchiere. La mia unica colpa? Avere portato avanti i miei principi secondo una tradizione antica, ma nulla di più». La tradizione antica cui fa riferimento l’avvocato Neri riguarda i tre cavalieri spagnoli, uno dei miti fondativi della ‘ndrangheta. «Se riferirsi ai principi, ai riti di Osso, Mastrosso e Carcagnosso significa perciò essere mafioso» aggiunge, «allora sarebbe auspicabile de iure condendo che si inserisse una norma, un quater, oppure un comma che dicesse che tutto ciò che si riferisce a Osso, Mastrosso e Carcagnosso perciò solo è associazione di stampo mafioso».

Insomma, per Neri, è tutta una questione di folclore che andrebbe ricondotta al generoso temperamento dei calabresi. Storie come quelle di Cenerentola e Biancaneve, Pelle d’Asino e Raperonzolo, nella migliore tradizione del «cunto» di Letterio Di Francia, calabrese nato a Palmi nel 1877 e curatore di una fondamentale raccolta di Fiabe e novelle calabresi pubblicata nel 1929.

(Nicola Gratteri & Antonio Nicaso, Padrini e padroni. Come la ‘ndrangheta è diventata classe dirigente, Mondadori, Milano, ottobre 2016, pag. 159-164)

Chi ha orecchi da udire, oda

Giacinto Butindaro

[Tratto dal blog “Chi ha orecchie da udire oda, amministrato da Giacinto Butindaro]

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