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La Massoneria: ciò che appare non è, e ciò che è non appare

22 marzo 2017

La Massoneria: ciò che appare non è, e ciò che è non appare

mavi-blogIl massone Federico Mavì nel suo libro «Voglio essere massone» (quando lo ha scritto era da venti anni nella Massoneria e aveva raggiunto un alto grado) riferisce di un discorso fatto con un suo fratello massone entrato «in sonno», che ritengo molto interessante. Eccolo:

«I casi di Morgan, Lacenaire, Bidegain sono soltanto alcuni esempi, fra i tanti, di una Massoneria corrotta e spietata, che rappresenta l’altra faccia della Società libera e di buoni costumi alla quale mi onoro di appartenere.

Ma a cosa serve raccontarne la storia? Quale utile avvertimento possono darci episodi ‘esagerati’ come questi? Vicende monstre come quelle di William, Pierre François, Jean – sanguinarie, tenebrose, inquietanti – narrate dalla pubblicistica antimassonica (ma ammesse pure da autori Confratelli) ci invitano a riflettere sull’anima oscura dell’Ordine.
Se la buccia e la polpa sembrano particolarmente invitanti, è il nocciolo amaro a preoccuparmi. Vedo che il frutto è buono da mangiare, credo negli ideali universali… ma quando faccio proselitismo nel mondo profano – ripensando alla Liberamuratoria degli affari – mi sento come il serpente dell’Eden: non già portatore di luce e conoscenza, ma subdolo tentatore e causa di sciagure. Mi chiedo a volte, infatti, se il nuovo Fratello da me introdotto resterà fedele all’idea e alla purezza; oppure si perderà fra le pietre del Tempio, risucchiato dall’ambizione profana che utilizza le strutture massoniche per facili profitti.
I Liberi Muratori devono obbedire ai superiori; ma Morgan, Bidegain, Lacenaire e altri furono plagiati e strumentalizzati. La Massoneria dovrebbe aiutare l’uomo ad esser tale, non a renderlo automa ‘usa e getta’ per i suoi loschi fini. Questo è il dilemma che l’Istituzione dovrà sciogliere – a stretto giro – per mondarsi da ogni sospetto.
Gettati i cappucci neri – in omaggio alla trasparenza – c’è sempre il rischio di scoprire, al posto di un volto, una nera maschera di piombo.

Il notaio della mia famiglia è un ex-Fratello in sonno. Qualche anno fa decise di allontanarsi dalla sua Loggia per dissidi interni, per logoramento, perché non si divertiva più … Ogni tanto mi chiede notizie di questo o di quello, commenta i fatti di cronaca, mi espone le sue teorie del ‘dietro-Loggia’.

‘Hai visto? – mi fa, caustico – Ho letto sul Corriere che il professor Di Bernardo voterà Psi; e lo sai cosa hanno consigliato al figlio di un mio amico, giovane yuppie che vuol far carriera in quel partito? Di iscriversi in Massoneria, perché così arriva prima ‘in sintonia’ con il vertice socialista. Ma nelle Tornate non è vietato parlare di politica? O è cambiato qualcosa in questi anni di mia assenza?’

Non è molto tempo che il mio notaio è andato via dalla Liberamuratoria, ma si considera già un vecchio reduce. Si rischia di litigare quando cerchiamo di mettere a fuoco l’identità sbiadita della ‘setta dei complotti’.
‘L’ideale Società dei liberi, fraterni ed uguali – sostiene il mio disincantato interlocutore – è in realtà uno specchietto per le allodole. Non voglio ipotizzare apocalittici scenari internazionali, né ti parlerò di piovre: mi limito all’esame dei fatti. Libertà? Fratellanza? Uguaglianza? Ma l’essere libero in Muratoria è aleatorio. Prendi il caso di Calvi: la moglie dichiara che pagava politici e Fratelli, perché gli avevano detto che i soldi servivano anche alla Massoneria, e che se non pagava ne avrebbe subito la vendetta. Era forse libero, lui, di rifiutare? La sua familiarità con taluni Figli della Vedova lo aveva reso talmente libero da intrappolargli mani, piedi, e pure il collo come sappiamo …
‘E non dirmi, Federico, che la P2 non era vera Massoneria, perché i capi la riconoscevano e onoravano. E poi? Fraterni e uguali? A parole, ne convengo. Ma se neanche in Tempio lo siete: quanti di grado elevato, come te, fanno sentire il peso dei loro paramenti ad Apprendisti, Compagni e Maestri?’
L’amico notaio è un idealista come me.
‘Lo sono ancora – replica – e la mia tolleranza ha resistito fino a quando non si è consunta. Credo, comunque, di aver capito dove sta l’imbroglio: la Confraternita non è una sola, ma due, tre, quattro … mille! Come distingui le sue mimetizzazioni? La Società dei Diritti dell’Uomo, la Carboneria, l’Istituzione scozzese in onore del G .·. A .·. D .·. U .·., il luogo eletto dove annullare ogni diversità … chiacchiere! Ma i fatti tangibili, eccoli: la mafia finanziaria, i collegamenti con i servizi segreti, i rapporti con le grandi organizzazioni criminali, le strategie con i mammasantissima della politica … No, questo non è scritto nei Rituali, né fa parte dei lavori di Loggia. Ma certi burattinai sono della stessa genìa che manovrarono Bidegain, Morgan, Lacenaire, Pisacane ..
‘Però, mio caro, – continua – se ci rifletti, il doppio intento della Massoneria lo si nota fin dal grado di Apprendista. Ti promettono di eliminare le disuguaglianze, le disarmonie, i vizi di ciascun Adepto, trasformandolo allegoricamente da pietra grezza in pietra levigata, buona per la costruzione del Tempio, ma puoi leggere – in questo proposito – un concetto più sottile: smussi ogni spigolosità, ogni ruvidezza … e ottieni un esercito di ‘livellati’, obbedienti e sempre pronti. Che cosa si annulla? Le storture del carattere profano? O la volontà, il buon senso, la capacità di critica? Chi vuol restare e far carriera deve assuefarsi, ragionare con la testa dei capi o non pensare affatto. Paga, partecipa, obbedisci, vota e sii felice. Io per ciò me ne sono andato, Federico’.
‘Hai battuto in ritirata, senza contribuire al miglioramento dell’Ordine, ecco la verità. Ma per qualche mela bacata, non butterai l’intero paniere. Con questo non intendo negare che il Tempio, innalzato a gloria del Grande Architetto, sia costituito anche da pietre piatte, sebbene di ottimo materiale, utili a costruire la fortuna altrui’.
‘Piatte, hai ragione, come un encefalogramma. Senza vita’
(Federico Mavì, Voglio essere massone, Eurobook, Guida Editori, Napoli 1993, pag. 95-98)

Leggendo questa parte del libro mi sono venute in mente delle parole dette dallo stesso Federico Mavì sempre in questo suo libro, che sono queste: «Il mio scopo, dunque, è quello di operare una deviazione da tutte le tesi fino ad oggi sussurrate o scandite in tanta pubblicistica massonica e di giungere ad una netta distinzione fra quanto nell’Ordine è essere e quanto è apparire. Ciò che appare non è, e ciò che è non appare. Del resto, queste sono le vere radici dell’Arte Regale, il suo costante leit-motiv» (Ibid., pag. 36).

I casi di Morgan, Lacenaire, e Bidegain sono i seguenti:

«Nell’agosto del 1826, il Fratello William Morgan decise di abbandonare la Confraternita e di svelarne i segreti in un volume; a settembre, su falsa denuncia di furto firmata da un Maestro Venerabile, viene arrestato e poi liberato. I Figli della Vedova americani, stretti dal vincolo criminoso, non gliela dettero buona e con raggiri lo catturarono, per poi gettarlo nel fiume Niagara con un macigno al collo. Le acque restituirono il cadavere dopo un anno e, sebbene la moglie identificò in quel corpo il povero William, la Massoneria rifiutò di riconoscerlo. Stando a quanto scrive il Vannoni su questo delitto, solamente nel 1875 furono resi pubblici i nomi dei cinque fratelli killer: ‘l’agricoltore Chubbuch, il macellaio Gasside, il rilegatore Howard, il muratore Whitney e il colonnello King, capo dell’operazione delittuosa’. Anche il Fratello Clavel, nella sua fondamentale Storia della Massoneria e delle società segrete (edizione 1873), riporta di Morgan non già la condanna a morte, comminata dalla vendetta muratoria, bensì una storiella degna delle Mille e una notte.
A ben ragione, il rigoroso Gianni Vannoni così commenta il comportamento del Clavel: ‘… storico spesso attendibile e coscienzioso, ma implicato nella Massoneria, si rivela ancor più abile del colonnello King e dei suoi scagnozzi nel far comparire il cadavere ingombrante di William Morgan, presentato in cattiva luce fin dall’inizio, e nel trasformare l’omicidio in una fantastica storia d’avventure’.
Pierre François Lacenaire, poeta e scrivano pubblico, pluriomicida e omosessuale, disprezzato dai genitori e respinto dalla società, punta alla fama scegliendo il rito del sangue per amore della ghigliottina. Un paranoico, dunque, sul cui capo il 9 gennaio 1836 piomba la lama scintillante dell’infernale macchina rivoluzionaria. Un caso celebre nella storia del crimine, d’un uomo che dà alla sua vita il carisma d’una profezia sinistra, e puntualmente avverata nell’epifania d’una morte violenta, che consegue tramite il delitto. Una storia eccellente inserita da Marcel Carné nello scenario del film ‘Le Enfants du Paradis’, per la sceneggiatura di Prévert.
Eppure, neanche il parafrenico monsieur de Lacenaire è estraneo alla Liberamuratoria. Anzi questa vicenda cela strategia e calcolo perversi di una Franc-maçonnerie che, sotto il manto ideologico antimonarchico, strumentalizza per sordidi motivi di interesse politico la lucida follia di un uomo.

Ecco i fatti: il Fratello Godefroi Cavaignac fonda una setta ‘paramassonica’, la Società dei Diritti dell’Uomo, prendendo a prestito la struttura carbonara, al fine di sostituire – con insurrezioni – il regime repubblicano, deponendo Luigi-Filippo d’Orleans, incoronato grazie anche all’aiuto dei Muratori (La Fayette in testa). La nuova setta è una delle solite riproduzioni, per scissione, della Frammassoneria; essa potrebbe definirsi un contenitore di manovalanza popolare (l’èlite resta sempre nella ‘limpida’ Piramide salomonica, come di consueto), ch’è costituita da 163 sezioni, ciascuna di 20 elementi e necessita di fomentatori.
Per le sue idee anarchiche e ribelli contro l’autorità costituita, parafrenico, preso dalla follia demiurgica di giustiziare la società e poi sé stesso, Lacenaire si presta a cadere nella trappola di Cavaignac. Come arruolatore di plebe pronta all’insurrezione, nonché killer su commissione in nome della Società dei Diritti dell’Uomo.
Ebbene il nostro Pierre François assolve ad ogni incarico. E quando il giovane Chardon, che pur aveva incassato la somma rilevante di 10mila franchi, per organizzare i disordini in piazza, non manterrà i patti, la mano armata di Lacenaire entrerà in azione.
Cavaignac ordina: Chardon sa e ha la lingua lunga, occorre provvedere. Pierre François, catturato dal transfert eroico e dal gusto del sangue, dopo otto mesi dallo sgarro, lo ammazzerà insieme alla madre il 14 dicembre 1834. Le armi del delitto: una scure, un coltello e un punteruolo. Quest’ultimo gli è servito per marchiare i corpi, secondo il rituale della setta.
Ma dal momento del suo arresto, riferisce il Legouvé, ‘l’amante della ghigliottina’ potrebbe divenire incontrollabile, per quel superomismo inconscio che lo affranca da ogni blocco inibitore. Inoltre, il Cavaignac è fuggito a Londra e Lacenaire – assurto a idolo popolare – sta scrivendo un memoriale dal carcere. Chi può tacitarlo? Ci penseranno gli eminenti fratelli e Massoni Arago, Jacques e Dominique: lo scrittore e il grande fisico. Entrambi si avvicenderanno alla Conciergerie, per una ‘fraterna’ sorveglianza, alternata anche da scambi epistolari; questi ultimi enfatizzeranno, di Lacenaire, l’estro letterario e poetico.
Grazie ai suoi due angeli custodi, l’omicida non svelerà alcunché che possa ledere la Società; ma in alcuni versi ironici da lui dedicati a Luigi-Filippo d’Orleans s’annida l’allusione alle loro reciproche – anche se non parallele – simpatie muratorie: Sire, di grazia, ascoltatemi: /sto per uscire di galera. / Io sono ladro, voi siete re:/ operiamo insieme da buoni Fratelli …
Anche in questo caso non fu allora accertata alcuna ipotesi di reato massonico. Ma, stando alla logica dei fatti, con amarezza evidenzio il comportamento di quella parte filistea della mia Istituzione favorevole, in più casi, ad accogliere fra le sue braccia la complicità malavitosa, per conseguire i propri squalificanti fini. In ogni tempo. Non mi resta che riaccomodare lo scheletro, mutilo di testa, del Fratello Pierre François Lacenaire nell’armadietto dei paramenti ritualistici.
Ma dal quinto scaffale sento il Nekam! Del Fratello Jean Bidegain. Ecco lo snodarsi del thrilling. Ancora Francia, Terza Repubblica, anni 1870-1940: è in atto il sotterraneo scandalo delle fiches, vale a dire la schedatura (nomine, trasferimenti e promozioni) di ufficiali ed alti funzionari ad opera del ministero della Guerra, su informazioni del Grande Oriente. Nessuna meraviglia. Lo slogan dell’epoca è la Frammassoneria è la Repubblica al coperto, mentre la Repubblica è la Frammassoneria allo scoperto: è la politica del ‘mutuo soccorso’.
Nello sporco ingranaggio degli schedatori massonici viene inserito l’ignaro Bidegain; il quale, nella sua attività di vice-Gran Segretario, d’improvviso scopre d’esser stato strumentalizzato come delatore. Quando l’indegna faccenda delle schede sale alla ribalta, il povero Bidegain, temendo per la sua vita, espatria più volte insieme con la moglie. Ma lo stesso Oriente – la cui metodologia dell’usa e getta è la propria linfa vitale – ha schedato il giovane, segnalandolo a tutte le Logge. E al fine di stanare l’ex suo Adepto, fa montare da un giornale, di stampo e stampa muratorii, la falsa morte di Jean Bidegain avvenuta per impiccagione.
Perseguitato dai Fratelli, Jean, senza lavoro, riesce a sopravvivere aprendo una cartoleria a Neuilly. Per un anno, di lui si persero le tracce. Ma ‘l’8 dicembre 1926, quando ormai nessuno parla più dello scandalo delle fiches, i coniugi Bidegain vengono trovati morti nella loro abitazione …, per avvelenamento di cianuro di potassio. Versione ufficiale: suicidio’ (G. Vannoni)». (Ibid., pag. 91-95)

Nekam sta per «vendetta». Le parole sacre del 30° della Massoneria sono «Nekam Adonai, ‘Vendetta, Signore’» (Ibid., pag. 54)

Chi ha orecchi da udire, oda

Giacinto Butindaro

Nota: nella copertina del libro «Voglio essere massone» la persona seduta ha la gamba sinistra che forma una squadra, il che è uno dei segnali segreti massonici.

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