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Il riformatore Giovanni Calvino fece condannare al rogo l’eretico Michele Serveto

1 aprile 2021

Il riformatore Giovanni Calvino fece condannare al rogo l’eretico Michele Serveto

Giovanni Calvino (fr. Jean Calvin, da Calvinus, latinizz. di Cauvin). – Riformatore religioso (Noyon 1509 – Ginevra 1564).

Dall’enciclopedia Treccani on-line, leggiamo:

[…]

L’ortodossia calvinista

Nel 1541 Calvino definì nelle Ordinanze ecclesiastiche le basi della sua Chiesa. I contrasti all’interno del protestantesimo ginevrino restavano assai aspri, e Calvino li affrontò con il pugno di ferro, al fine di far prevalere la propria concezione, secondo cui spettava alla religione guidare anche la politica e ispirare tutti i comportamenti sociali. Egli non esitò a sradicare le opposizioni anche con la violenza, pur di far trionfare la ‘repubblica dei santi’. Nel 1553 fece condannare al rogo il riformatore spagnolo Michele Serveto.

Calvino voleva che tutti coloro che abbracciavano la sua dottrina la professassero apertamente, sopportando, se necessario, anche la persecuzione. E poiché in Francia, in Italia e in altri paesi vi erano suoi seguaci che, per paura, non manifestavano la loro fede in pubblico, li accusò di essere dei ‘nicodemiti’ (ovvero degli imitatori del Nicodemo di cui si parla nei Vangeli, il quale per timore aveva incontrato Gesù di notte). Per servire la parola di Dio, non si potevano accettare compromessi, anche se ciò metteva in pericolo la libertà e la stessa vita. […]”

[Fonte: Treccani – Enciclopedia dei ragazzi]

Michele Serveto non fu l’unico ad essere stato ucciso, ma ce ne furono tanti. Leggiamo dal sito eresie.it:

“”Il concistoro, o “Venerabile Compagnia”, formato dai dodici anziani e dai pastori, decideva su argomenti ecclesiastici ma spesso anche civili, pronunciava sentenze che comprendevano punizioni corporali, esclusione dalla Comunione, scomunica, condanna all’esilio (come successe a Sébastien Castellion e Jérome Bolsec) e nei casi estremi, condanna a morte (come nel 1547 Jacques Gouet, torturato e decapitato, o nel 1553 il famoso episodio di Miguel Serveto, di seguito descritto).

Dall’altra parte, il concistoro si contrapponeva spesso al consiglio dei Duecento, l’autorità civile di Ginevra, che non accettava pedissequamente tutte le sue sentenze, anzi queste ultime furono il pretesto di lotte cittadine al limite della guerra civile, come nel caso della moglie di Ami Perrin, capo dei partigiani di Farel, denominati guglielmini dal nome di battesimo del riformatore, e l’artefice del rientro di C. a Ginevra. Infatti nel 1547 il concistoro accusò e portò davanti al tribunale, per motivi di condotta morale, la moglie e il suocero di Perrin, proprio quando questi era capitano generale della città. La reazione del partito di Perrin non si fece attendere, scatenando una reazione xenofoba contro gli emigrati francesi, massicciamente presente in città e notoriamente amici di C., soprattutto quando, nel 1548, i guglielmini riuscirono ad ottenere la maggioranza nei consigli cittadini. Il braccio di ferro continuò nel 1553, quando Perrin, diventato sindaco della città, cercò di far riaccettare alla Comunione un tale Berthelier, un borghese scomunicato e ostile a C.: dovette desistere dal tentativo, ma con l’occasione il consiglio dei Duecento decise di togliere al concistoro il diritto di scomunica.

Ma proprio il 13 agosto di quel 1553 fu arrestato a Ginevra il famoso medico antitrinitariano Miguel Servet (nome umanista: Michele Serveto): C. aveva finalmente l’occasione d’oro per sbarazzarsi di un pericoloso dissidente religioso, che, libero, avrebbe potuto essere molto utile alla fazione di Perrin. Il processo si rivelò il pretesto per un’ennesima lotta tra calvinisti e oppositori interni, e perfino C. stesso dovette scendere in campo, coinvolgendo nel giudizio finale le chiese riformate di Zurigo, Berna, Basilea e Sciaffusa. L’epilogo fu la condanna al rogo di Serveto e dei suoi libri, eseguita il 27 ottobre 1553 nel rione di Champel. Il medico spagnolo morì con dignità sul rogo, avendo rifiutato anche l’estremo tentativo di Farel di salvargli la vita in extremis, se avesse ammesso per iscritto i suoi errori.

Le conseguenze dell’esecuzione di Serveto

Nell’anno successivo, il 1554, il partito favorevole a C. vinse le elezioni ma, benché lui stesso avesse sostenuto il diritto di uccidere gli eretici in un suo trattato, dal titolo Defensio ortodoxae fidei, il riformatore fu lungamente criticato ed attaccato per questa decisione ed anche la sua difesa scritta da Theodore de Béze non servì a risollevare la sua immagine.

La morte di Serveto infatti fece levare moltissime voci di protesta, tra cui quelle degli antitrinitariani italiani Giovanni Valentino Gentile, Matteo Gribaldi Mofa e Celio Secondo Curione, che dovettero emigrare successivamente da quella che a loro era sembrata la città della tolleranza religiosa. Anche l’umanista Sébastien Castellion, già mandato in esilio nel 1543, intervenne, scrivendo nel 1554, sotto lo pseudonimo di Martin Bellius, il suo libro più famoso, De haereticis, an sint persequendi (Gli eretici devono essere perseguiti?), un appassionato appello alla tolleranza ed alla libertà religiosa. La reazione fu coordinata, ancora una volta, da colui che sarebbe diventato l’erede spirituale di C., Theodore de Bèze, che nel suo scritto polemico De haereticis a civili magistratu puniendis denunciò la “carità diabolica, e non cristiana” di Castellion.””

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