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Angela Celentano: Angela scompare

31 maggio 2021

Angela scompare

Dal libro intitolato: “Angela Celentano: un mistero che dura dal 10 agosto 1996”

Capitolo 1, pagg. da19 a 25

All’ora di pranzo Angela Celentano scompare! Ecco come Catello nel libro Il regalo di Angela racconta il momento in cui non vede più Angela:

«La mattina scivola veloce, è subito l’ora di mangiare. Angela corre da una parte all’altra del tavolo, come tutti i bambini ha paura di non riuscire a far tutto, che il tempo non le basti, teme di perdersi qualche cosa, il pranzo per i bambini a quest’età è una parentesi fastidiosa, un impiccio, più che altro. Parla, ride, scappa, discute con tutti, la chiamano e la tirano ma non si ferma se non per sistemarsi le scarpe, quando le si infilano dentro gli aghi di pino, i sassolini. E allora si siede in terra, veloce, se le leva ovviamente senza slacciarle, si passa la manina sotto la pianta del piede, se le rimette ed è subito ritta. E’ più espansiva di Rossana, che all’età sua era più timida: lei è stupendamente aperta, allegra, la chiamano tutti e lei si diverte a non dar retta a nessuno. La vedo che avanza dal fondo del tavolo, ha in mano un bicchiere di plastica con la Coca-Cola. ‘Dallo a me, a me, Angela’ le urlano: è la più piccola, a parte Naomi che sta beatamente seduta ad affrontare con calma un pezzo di pane, ed è la più coccolata, anche se sono tanti i bambini del nostro gruppo. ‘Vi faccio vedere io’, dico a voce alta ‘Angela vieni da me, dai, portala a me la Coca-Cola …’. Si avvicina e mi fa una smorfia, come quando deve chiedermi qualche cosa e sa come ottenerla. ‘Papà, non mi fanno salire sull’amaca …’ mi guarda dal basso in alto, le mani sui fianchi. ‘Non ti preoccupare’ le dico chinandomi verso di lei ‘ti ci riporto io, adesso’. Mi volto un attimo verso il tavolo, su cui si trova una quantità industriale di cibo. Guardo mia moglie, rido. ‘Maria, ma avete portato tutti insalata di riso?’ ‘No, dai, se vuoi ti faccio un panino’. ‘Ma le bambine hanno già mangiato?’ ‘Sì, loro sono a posto. Hanno mangiato le polpette, i panini anche loro. Chiedi se vogliono altro’. Mi rivolgo di nuovo verso Angela, so che è dietro di me. ‘Angela, a papà …’ le dico allungando la mano senza guardare. Ma non arrivo a toccarla, a sfiorarle i capelli ricci e soffici che mi aspetto di trovare. Mi volto, guardo subito verso l’amaca, mi starà aspettando lì, di sicuro, starà cercando di salire da sola, o è stata distratta da un altro gioco, curiosa com’è. La domanda di Maria mi arriva sfumata, quasi lontana anche se lei è a pochi centimetri da me, dall’altra parte del tavolo, della tovaglia, dei bicchieri, di quel mare di insalata di riso e di polpette al sugo. Il mio sguardo ha già percorso velocemente più di una volta la radura, i suoi confini, gli alberi, il cordone di felci, i gruppi dei nostri bambini che giocano e mangiano, quando sento la domanda di mia moglie e metto a fuoco finalmente quello che mi sta dicendo. ‘Catello, che cosa ci vuoi nel panino?’ Le rispondo di slancio. ‘Ma quale panino!? Io non vedo più Angela ….’» (Il regalo di Angela, pag. 26-27).

Su quanto durò la distrazione di Catello però più avanti farò notare un’altra versione dei fatti raccontata da Catello che differisce da questa.

Da quel momento cominciarono le ricerche della piccola Angela, e poi, visto che non si riusciva a trovarla, furono chiamati i Carabinieri di Vico Equense (cfr. Il regalo di Angela, pag. 59-61)[1].

I Carabinieri hanno dichiarato che furono avvertiti con un certo ritardo rispetto al momento in cui Angela era scomparsa: «Il problema è che ci hanno chiamato … penso, secondo quello che ci dissero … un quarto d’ora, venti minuti dopo, perché pensavano fosse lì intorno e si sono messi a cercarla … e quando hanno visto che non c’era più, allora hanno deciso di chiamare i Carabinieri»[2]. Peraltro, una camionetta dei Carabinieri era stata lì fino a pochi minuti prima che fossero chiamati (cfr. Il regalo di Angela, pag. 60).

Ecco il racconto che fa Catello di quelle drammatiche e concitate ore che seguirono la scomparsa di Angela:

«Angela, io non la vedo più … Era qui con me. Qui.’ Non finisco nemmeno la frase mentre il volto sempre radioso di Maria ha cambiato espressione, mi giro di nuovo verso la radura prima di rendermi conto che mia moglie mi sta rispondendo, mi sta chiedendo, sta cercando una certezza che io non ho ma che vorrei tanto darle. Me ne vado per non vedere l’agitazione che cresce sul suo viso e le strozza le parole in gola, ‘come?, ma era qui adesso …’. La sua agitazione è la mia, ma sono già lontano, ho attraversato lo spiazzo in un attimo, attorno a me il mondo continua a girare felice e rumoroso, è soltanto il mio che si è fermato, all’improvviso. ‘Ehi, Angela è lì con voi?’ chiedo ai bambini che giocano attorno all’altalena. ‘Gennaro, hai visto Angela?’ interrogo mio fratello, mentre comincio a ripercorrere a passo svelto tutti gli angoli di questo piazzale naturale che abbiamo ormai calpestato in lungo e in largo, spingendomi oltre quei confini che ho fissato pochi minuti prima, a delimitare il nostro spazio del sabato di festa sul Monte Faito. Attorno a me trovo volti interdetti, soltanto domande da chi vorrei disperatamente avere risposte. ‘Dividiamoci …’ sento che mi dice mio fratello, nel mio sguardo ha letto tutta la mia inquietudine, sta informando gli altri adulti del nostro gruppo, quindi si lancia tra l’erba che verso il dirupo è molto alta, nessuno l’ha calpestata, comincia a guardare, a chiamare: ‘Angela, sono zio Lallo, Angelaaa …’. Vorrei dirgli che lei lì non si sarebbe mai avventurata da sola, che avrebbe avuto paura a infilarsi nella vegetazione che l’avrebbe ricoperta fin sopra la testa, tanto è più alta di lei. Ma se qui nella radura lei non c’è, e ora di questo non ci sono più dubbi, da qualche parte dobbiamo pur cominciare a cercarla. Corro anche io. Mi avvicino di nuovo a mia moglie che ha preso a sé Rossana mentre Naomi è seduta in terra su una copertina, serena. ‘Maria, tu rimani qui con le bambine, noi andiamo a cercarla, stai tranquilla’, una carezza veloce sulle spalle, incrocio il suo sguardo, in una frazione di secondo ci trovo la pena che si sta facendo largo anche dentro di me. Ma io non posso permettermela, io devo rimanere lucido, razionale. ‘Catello’, mi dico ‘calma, devi restare freddo’. Non è successo niente, lei è sicuramente qui attorno. Tutti loro dipendono da me, Angela dipende da me, e io devo avere la situazione sotto controllo. Tocca a me trovarla, prima che si faccia male, prima che si spaventi. E non devo farle vedere che sono agitato, quando la troverò, non devo spaventarla, né sgridarla. Poi le parlerò con calma stasera a casa, quando sarà nel suo letto, le spiegherò che non deve allontanarsi quando c’è così tanta gente, che può perdersi. E so già che lei mi dirà, come fa sempre ‘sì, non lo faccio più, non lo faccio più’, come tutte le volte che capisce di aver sbagliato e io la sto rimproverando facendo la faccia severa. Gennaro e altre persone della nostra Comunità stanno perlustrando la prima parte del dirupo che si affaccia sulla vallata, io vado verso la zona delle macchine, magari le è sfuggito il pallone, si è incastrato sotto qualche automobile, pur di non chiamarci magari Angela ci si è infilata sotto a riprenderlo. Oppure si è nascosta per farci uno scherzo, come tante volte a casa, quando si tuffa sotto il letto, o si mette dietro la porta della sua stanza e aspetta che andiamo a cercarla. ‘Dai Angela, salta fuori, su, torniamo a giocare, ti porto io sull’amaca’. Non mi ero accorto che facesse così caldo. Sto cominciando a sudare. La camicia mi si è attaccata addosso, vado a slacciare un altro bottone sul petto, ma l’avevo già fatto. Non mi ero reso conto che ci fosse tutta questa umidità che mi appiccica addosso i vestiti. Corro tra le macchine parcheggiate a caso tra gli alberi, mi chino a guardarci sotto, ce ne sono tante, decine, centinaia, e con tutta quest’erba così alta è un impresa. Ma no, mi dico, Angela non si sarebbe mai allontanata da sola, non può essere. Mi infilo tra la gente che sta mangiando, uno slargo dopo l’altro, non c’è soluzione di auto, e persone, di bicchieri e piatti, si mischiano e si confondono i profumi della natura del Faito con gli odori delle pietanze sparse su decine e decine di tavoli e supporti di ogni genere. Mi vedono trafelato, mi sbraccio, la mia voce alta irrompe nella loro giornata di festa. Mi scrutano con sguardi interrogativi, devo fare un certo effetto perché d’improvviso le loro chiacchiere si spengono. ‘Avete visto una bambina? Ha tre anni, è alta così, ha una magliettina bianca e dei calzoncini rosa, e i capelli ricci, nerissimi …’. Le loro risposte si sommano ai loro sguardi, ai loro cenni che mi dicono invariabilmente di no, che non l’hanno vista. Qualcuno si alza, si offre di aiutarmi a cercarla, mentre le mamme cercano con gli occhi i loro figli, li chiamano a sé, allarmate. In pochi minuti ho battuto le radure tutto intorno alla nostra, corro e non vedo dove metto i piedi, lo sguardo è avanti, dove scorgo macchie bianche, capelli neri, dove intravedo bambini, voci acute che si sommano, che si avvicinano e si allontanano, che potrebbero essere ma non sono, sono sempre voci che non riconosco. Sono passati ormai quasi venti minuti, arrivo fino all’ingresso del centro sportivo, dove il terreno è meno scosceso. Era lì che avrei voluto piazzarmi, questa mattina, ma era già tutto pieno. Chiedo all’entrata: una bambina? Ce ne sono mille, questo sabato. Niente, non sanno niente, non hanno visto niente. Con pochi balzi risalgo verso la nostra radura. ‘Dai, Catello, lei è già lì’ mi dico, mentre d’un fiato ritorno dagli altri, l’avranno trovata sicuramente. Ma quando mi affaccio, tutti stanno aspettando il mio ritorno con la stessa speranza. Vana. Maria sta tenendo stretta Naomi, le vedo uno sguardo che non le avevo mai visto prima: ha paura. Come ce l’ho io, in fondo. Ma io devo fare di tutto per nasconderla. ‘Andiamo a chiamare altra gente, avvisiamo a casa, intanto’ dice Gennaro. ‘Sì, andiamo anche ad avvertire i Carabinieri. Al bar c’è il telefono’. Sento Maria che ripete a voce bassa: ‘I Carabinieri …’; so benissimo quello che sta pensando, se chiamiamo i Carabinieri allora è una cosa seria, e allora può esserle successo qualcosa, no, non può essere. Ma c’è troppa gente a Faito, mi ripeto a voce alta, non possiamo fare da soli, e poi se lei si è persa e qualcuno la vede, se ci sono i Carabinieri magari la consegnano a loro, anzi è sicuramente così. Sì, è meglio così, Maria, le dico, sforzandomi di risultare convincente. Si fa avanti una ragazza del nostro gruppo. ‘Ho io un telefonino, se vogliamo chiamare’. Maria Teresa è una studentessa di veterinaria. ‘Ci provo, mi allontano a cercare una zona in cui il telefono prende meglio. Ci penso io’. E mentre la ragazza si attiva per avvertire i Carabinieri, io mi avvicino al bar, in compagnia di Gennaro. C’è il telefono fisso, chiamo subito a casa. Mi risponde mia sorella Margherita: ‘Sono io. Siamo a Faito, non troviamo più Angela. Avverti Andrea, se possono venire su anche loro ci danno una mano a cercarla. Sì, certo, se ho novità ti chiamo subito’. Attacco in fretta, prima di trasmettere anche a lei tutta la mia ansia. Chiedo notizie anche lì attorno. I Carabinieri, mi dicono, sono stati qui fino a pochi minuti prima, se mi affaccio magari vedo ancora la camionetta che si allontana. No, non ci sono più, mi precede Gennaro che è corso prontamente fuori. Poco oltre, però, c’è una unità dei Volontari del Faito. La loro è un’associazione benefica, questo è il loro terreno, sono i custodi durante tutto l’anno delle bellezze di quest’area, si occupano della tutela e della promozione della regione, dalla montagna più alta fino al fondo del mare, c’è anche un nucleo di sommozzatori. Si attivano, mi assicurano, di chiamare anche loro i rinforzi. Quando esco sul piccolo piazzale antistante, la gente si sposta con garbo per farmi passare. Ho gli sguardi di tutti addosso. Fremo. Non so se tornare da Maria, dagli altri, o aspettare qui che arrivi la camionetta: Maria Teresa è venuta ad avvertirmi che è riuscita ad avvisare i Carabinieri. ‘Mi hanno detto che c’è già una loro pattuglia per strada, erano in servizio questa mattina, li avrebbero avvisati subito. Aspettiamoli qui’. Ma a me sembra di perdere soltanto tempo, e Angela magari ha bisogno di me, è caduta, si è fatta male, forse sta piangendo e io non la sento. Possibile che nessuno l’abbia vista, con tutta la gente che c’è? La voce vola, il passaparola riempie il sabato di Faito, la gente si avvicina a chiedere, a informarsi, aumenta la confusione. I Carabinieri ci mettono un quarto d’ora, sembra un’eternità. La montagna che si era come fermata d’incanto all’ora del pranzo, ricomincia a muoversi, ad animarsi, e non so se sia meglio tutta questa agitazione, avrei voluto che tutto si fosse bloccato, come in un incantesimo: l’arrivo delle forze dell’ordine al bar attira l’attenzione, e la gente attorno a noi aumenta. ‘Chi è il signor Celentano?’ ‘Sono io’. Mi avvicino ai Carabinieri, mi chiedono dove sia successo, dove l’abbia vista l’ultima volta, ci avviamo verso la radura dove ci aspettano gli altri. E quando ci muoviamo, è quasi una processione, c’è tanta gente che si accoda, animata dalla voglia di aiutare o soltanto dalla curiosità, una fila che si ingrossa metro dopo metro. ‘Chissà se Angela avrà la forza di chiamare, di chiedere, di farsi vedere, dovunque sia: più siamo e meglio è’, mi dico. ‘Anche se c’è tanta confusione, e non so quanto sia un bene, l’importante è che non si spaventi, la mia piccola, con questa animazione di sicuro non sa ritrovare la strada’. Maria è rimasta dove l’ho lasciata, mi guarda con occhi sempre più spenti, mentre si avvicinano i Carabinieri. ‘Allora, quando è successo?’ ‘Era l’una, l’una e un quarto…’: comincio a spiegare, a raccontare, ma perché non riprendiamo a cercare, invece di perdere tempo? Non so che queste domande, doverose lo capisco, le sentirò decine, centinaia di volte nei giorni e nei mesi successivi: domande innocenti, domande curiose, domande formali, domande necessarie, ma anche domande cattive che vogliono vedere se dico la verità o se sto nascondendo qualcosa, chissà poi che cosa dovrei nascondere. L’unica cosa che mi preme, ora, è cercare Angela, che è qui attorno, e sicuramente sta soffrendo a non vederci più, così come stiamo soffrendo noi. Chiamano rinforzi, poco dopo arriva la Polizia, ma il tempo corre veloce, e quando guardo l’orologio ormai sono passate due ore, e poi tre, e poi quattro, e lei non si trova. Il sole è ancora alto, ma Faito sta cambiando attorno a noi nei rumori, nei suoni, nelle voci, soprattutto nelle persone. Molte se ne stanno andando, spaventate dal dispiegamento delle forze dell’ordine che comincia a diventare importante. Mi guardano, io guardo loro mentre si allontanano nelle loro auto. Vanno verso le loro case, guardo nei sedili posteriori i loro figli a cui forse hanno dovuto spiegare perché vanno via così presto, hanno raccontato di una bambina che non si trova, o forse no. La verità è che in ogni macchina che si allontana cerco un volto conosciuto attraverso i finestrini abbassati, mi sporgo per vedere meglio, mi sembra di violare quell’intimità di famiglie serene come era la mia fino a poche ore fa. Però ho un’idea che si sta facendo largo dentro di me e che fatico a scacciare. Mi chiedo velocemente: ma è normale che le altre persone se ne vadano così? E se hanno visto qualcosa? Non dovrebbero rimanere a disposizione dei Carabinieri o della Polizia, come vedo nei film? Mi scuoto, ma questo non è un film: è tutto vero, anche se vorrei ferocemente che non lo fosse. Ogni attimo di concitazione in lontananza, ogni capannello di persone, ogni dialogo più animato è un tuffo al cuore, è una speranza che si alimenta fortissima ma si spegne purtroppo in pochi istanti. Ogni voce di bambino che rimbalza nella vallata è un’illusione che non ha il tempo di trasformarsi in certezza. La ricetrasmittente penzolante dalla cintura del carabiniere lancia ogni tanto un suo annuncio gracchiante, ma non è mai la notizia che vorrei ascoltare. E’ il comando che chiede come stanno procedendo, che informa che stanno arrivando altre unità. Siamo in tanti, tantissimi ormai. Sono arrivati i nostri parenti, ci sono i miei genitori, e quelli di Maria. I Carabinieri, la Polizia, i volontari, ai quali si sono aggiunti anche i Vigili del fuoco. Dalla radura si sono divisi a raggiera per provare a dare un ordine alla ricerca, finora forzatamente estemporanea. I richiami si sentono a distanza, Angela, Angelaaa… Torno da Maria, circondata dai suoi parenti e dai miei. ‘E’ qui vicino, lo sento, ora la troviamo’ dico a Maria per farle coraggio, per farmi coraggio. ‘Ma se le è successo qualcosa?’ piange lei. ‘Se le è capitata una disgrazia? Se è svenuta ed è rimasta tra l’erba, possibile che non si trovi?’ ‘Dai, forse si è solo addormentata, magari si è seduta a riposare, sai che quando lei crolla per il sonno, non vede niente e nessuno, dai. Ora che la stiamo chiamando si sveglia e la trovano’. Mi accorgo che è sempre più difficile, con il tempo che passa e il sole si abbassa pian piano, con la luce che filtra con meno prepotenza attraverso le chiome alte degli alberi, raccontare a Maria ipotesi e soluzioni che possano attenuarle la sofferenza di questi momenti, che non aprano scenari preoccupanti. Sono passate ormai tante ore, e lei non si trova: la giornata è ancora lunga, certo, e c’è tanta gente all’opera quassù. Ma so io, e lo sa anche Maria, che la sera è più vicina, e la notte non è poi così lontana. E prima che faccia buio, dobbiamo trovarla. Dobbiamo. Mi allontano di qualche metro, incrocio lo sguardo di mia cognata, Luisa, la moglie di mio fratello. Non voglio che Maria mi senta, ma con qualcuno devo pure sfogare il magone che si sta facendo largo dentro di me. ‘Secondo me l’hanno portata via’. Mi guarda con uno sguardo severo. ‘Catello, è una cosa che non esiste’» (Il regalo di Angela, pag. 56-64).

Peraltro, va anche detto che la piccola Angela aveva un carattere per niente diffidente verso chi incontrava, infatti lo stesso papà afferma: «Più scavo nella mente, più capisco con dolore che questo lato del carattere di Angela, curiosa e per niente diffidente, potrebbe aver aiutato un estraneo a portarla via.» (Il regalo di Angela, pag. 80) infatti parlando di quando andavano al mare dice di Angela: «Mi viene da sorridere quando mi dicono: be’, i bambini al mare li metti con il secchiello e una paletta e stanno buoni … I bambini degli altri, forse. Angela, no: cammina, corre, si impiccia, attratta da tutto e da tutti, e quando qualcuno la chiama o le chiede qualcosa, lei è subito pronta a sostenere una discussione, a raccontare le sue esperienze» (Il regalo di Angela, pag. 81).

Sull’orario della scomparsa di Angela Celentano, benché da più parti si senta dire che sia avvenuta tra le 13 e le 13:15 (o le 13:30), pare che potrebbe essere accaduta ancora prima, infatti su Il Mattino del 15 Agosto 1996 leggo: «Nonostante alcune discordanze nel racconto dei testimoni, tra la sparizione della bambina e la mobilitazione di polizia e carabinieri è trascorsa circa un’ora. Alle 13 la telefonata che avvertiva della sparizione, tre quarti d’ora dopo l’arrivo della forza pubblica. Un assiduo frequentatore del centro sportivo, che si trova a qualche centinaio di metri dal luogo del pic-nic, assicura di avere sentito invocare a gran voce il nome di Angela intorno alle 12,45. E’ evidente che prima di dare l’allarme è trascorsa almeno una ventina di minuti di ricerche da parte dei gitanti. Questa ricostruzione consolida la pista di un allontanamento ‘forzato’, del rapimento della bimba. Anche alla luce dei mille, inutili tentativi di ritrovare Angela nei dirupi, nei cespugli, nei cunicoli e tra i sentieri del monte Faito. Al gigante verde si accede da due versanti: da Castellamare e da Vico Equense. Dodici chilometri di tornanti percorribili in auto in mezz’ora. Per l’ipotetico rapitore ci sarebbe stato tutto il tempo di scendere a valle senza ostacoli» (Michele Tanzillo, «E’ in quel filmino la verità su Angela», Il Mattino, 15 Agosto 1996, pag. 4). E su Il Mattino del 12 settembre 1996 leggo: «Sabato 10 agosto, ore 12,30: la madre di Angela, Maria si accorge della scomparsa della figlia» (pag. 7) E su L’Unità dell’11 Agosto 1997 leggo: «La segnalazione della scomparsa ai carabinieri di Vico Equense un anno fa arrivò alle 12,55» (L’Unità, 11 Agosto 1997, pag. 9).

Per quattro giorni e quattro notti si svolsero delle intense ricerche sul posto per cercare Angela. Per quattro giorni furono usati tutti i mezzi che nel 1996 erano disponibili. Per quattro lunghi giorni e notti, il Monte Faito fu messo sotto sopra ma Angela non fu trovata. «E’ come se fosse sparita nel nulla!» dissero e pensarono molti! Il 14 agosto dunque, dopo intense ricerche – era stata battuta un’area di svariati chilometri quadrati -, esausti e abbattuti Catello e Maria tornano – invitati a fare ciò dal maresciallo – a casa loro (cfr. Il regalo di Angela, pag. 93-94) … senza Angela quindi[3]. Le ricerche continueranno anche nei giorni e nei mesi successivi ma senza alcun esito.

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[1] – Michele Romeo, il pastore della Chiesa di Secondigliano, fu avvertito dell’accaduto alle 10 di sera: «… e poi quel tragico 10 Agosto quando erano le 10 di sera e io rientravo a casa e suo papà [n.d.e. pare si riferisca ad Anania, il papà di Maria] mi chiama al telefono dicendomi: ‘Hai visto la televisione? Hai ascoltato?’ Io non sapevo niente perché quel giorno non avevo avuto tempo essendo molto impegnato … era una sorpresa». Il regalo di Angela – Catello e Maria Celentano – LA25-2013 – A libro aperto – TeleOltre – https://youtu.be/bLBglaUj7T0 min. 47:00-24

[2] – Pomeriggio Cinque, http://www.video.mediaset.it/video/pomeriggio_5/servizi/non-hanno-mai-detto-la-verita_721461.html – min. 00:01-16; cfr. Il regalo di Angela, pag. 59-60,148.

[3] – Informazioni su Angela Celentano, la sua scomparsa, le ricerche, etc. sono presenti sul sito internet multilingue nato nel 2009 http://www.angelacelentano.com

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Il libro si può scaricare gratuitamente da questo link, in formato pdf: https://imieiscritti.lanuovavia.org/libro-angela-celentano.pdf

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